Home Politica e Società Macabra marcia del comitato No194 a Milano

Macabra marcia del comitato No194 a Milano

leggisuicorpi@anche.no
www.womenews.net

Con croci insanguinate addobbate con fetini morti e litanie colpevolizzanti per scacciare il demonio, questi integralisti non si accontentano di stazionare davanti agli ospedali, come fanno ogni primo sabato dei mesi dispari, ma tentano di imporre la loro presenza lugubre e opprimente nel centro della città.

Le parole d’ordine di questi individui sono no all’aborto, no all’eutanasia, no all’immigrazione, no a una sessualità libera e non riproduttiva e si alla famiglia tradizionale ed etero normativa come unico modello.

Come se non bastasse, questo sparuto gruppo di fanatici da sempre va a braccetto ed è sostenuto dai gruppi di estrema destra, con cui condivide – tra gli altri – il desiderio razzista di promuovere la nascita di “più bimbi italiani” proprio come andava blaterando il duce.

Un altro esempio di questa collusione con l’estrema destra è la partecipazione dei No194 alle veglie delle “Sentinelle in piedi”, dove Forza Nuova, Fratelli d’Italia, Famiglie Numerose Cattoliche e altri rivendicano il diritto all’omofobia mascherato da libertà di espressione. Altre storie cattoliche di controllo e dipendenza

Oltre al Comitato No 194, esistono altri soggetti che in nome della morale cattolica limitano le possibilità di scelta delle persone sui propri corpi, proprio come il cosiddetto movimento per la vita che è presente nei consultori e negli ospedali di diverse regioni.

In Lombardia, ad esempio, ci sono i Centri di Aiuto alla Vita (CAV) – enti privati cattolici antiabortisti finanziati dalla regione – che erogano fondi a “sostegno della maternità” esclusivamente a quelle donne che rivedono la loro decisione di interrompere una gravidanza.

Questo però non è l’unico criterio per erogare fondi: a fine marzo la Regione Lombardia decide di innalzare a cinque anni il criterio della residenza in Lombardia, escludendo automaticamente le donne migranti. In cambio di 100 euro al mese per un periodo di un anno e mezzo, i CAV impongono un percorso di controllo sociale e culturale, fatto di visite e colloqui obbligatori prima e dopo il parto.

Qui vengono veicolate le ben note idee cattoliche su famiglia e maternità, con una notevole pressione sui comportamenti e gli stili di vita delle donne che si rivolgono a questi centri. Questi gruppi di cattolici raccolgono sostegno e approvazione da tutto il mondo politico.

Ricordiamo infatti che recentemente il Comune di Milano ha dato l’ambrogino d’oro proprio alla fondatrice dei CAV – Paola Bonzi – e che la provincia ha da poco patrocinato un convegno intitolato “Ideologia del gender: quali ricadute sulla famiglia?”; in questa sede, varie associazioni cattoliche fondamentaliste, ma anche medici e politici si sono ritrovati per condannare aborto, eutanasia, omosessualità, transessualità, contraccezione e sesso non procreativo.

Le leggi dello stato e le norme della comunità scientifica

– Legge sull’aborto

La legge 194/1978 regola il rapporto delle donne con il proprio corpo, conferendo ai medici il potere di vigilare e approvare la scelta di un’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Questa legge rende difficoltoso (e in alcune realtà molto problematico) poter abortire poiché concede al personale sanitario la possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza per rifiutare un’ IVG ­ come di fatto fa oltre l’80% di medici a livello nazionale. Inoltre, poiché la 194 prevede che una donna possa abortire quando la gravidanza o il
parto costituiscono un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, questa legge finisce per patologizzare la scelta della donna di abortire. È necessario sottolineare che il potere degli obiettori cresce sempre di più anche al di fuori di quanto dice la legge: molti si rifiutano di prescrivere la pillola del giorno dopo – anche se non è un farmaco abortivo – o di assistere donne che hanno un aborto spontaneo.

– Legge sul femminicidio:

La legge 119/2013 affronta la violenza di genere come una questione di ordine pubblico, inasprendo le pene previste per queste violenze e ignorando gli aspetti sociali e culturali che le fanno esistere.
Questa legge considera la donna un soggetto debole: infatti, affidando alla polizia e alle istituzioni giudiziarie la sua tutela, riproduce gli stessi valori che stanno alla base della violenza di genere. In questa legge, le donne senza permesso di soggiorno costituiscono un caso a sé. In caso di denuncia per violenza, è previsto il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo. Questo può però essere revocato nel caso in cui la donna assume una condotta incompatibile o vengano meno le condizioni che ne hanno motivato il rilascio – condannando così la donna a una condizione di clandestinità. Ma soprattutto con questa questa legge si è usata strumentalmente la violenza di genere per fare approvare, con il pretesto di un provvedimento dettato dall’”urgenza”, un corposo e generico ’pacchetto’ di norme repressive che con il femminicidio non hanno niente e che fare.
Il testo infatti contiene soprattutto provvedimenti, che sono rivolti chiaramente contro i movimenti di protesta, in particolare i NoTAV, di militarizzazione dei territori per la vigilanza di siti e obiettivi sensibili.

– Legge sulla transizione

La legge 164/1982 regola la transizione sessuale a quelle persone riconosciute come affette da “disforia sessuale” secondo i criteri della scienza psichiatrica. In particolare, questa disposizione scandisce i termini e i tempi della transizione, imponendo un lungo percorso sanitario, legale e burocratico che si conclude con il cambio anagrafico sui documenti. Siamo di fronte a un susseguirsi di giudizi da parte di dottori, psichiatri e giudici che patologizzano la persona transessuale e la pongono in una condizione di grande di pendenza proprio quando desidera autodeterminarsi e decidere finalmente del proprio corpo.

Patologizzazione dell’intersessualità

Non esiste alcuna legge che regolamenti la condizione di intersessualità vissuta da persone che nascono con organi genitali non immediatamente ascrivibili a uno specifico sesso. Tuttavia, la comunità scientifica tratta l’intersessualità come una patologia, definendola un “disordine della differenziazione sessuale”. Questo porta a interventi chirurgici di riassegnazione di sesso, realizzati già nei primi giorni di vita delle persone intersex, quindi in un’età che non consente l’espressione del loro consenso. L’invasività di queste operazioni, che oltretutto vanno ripetute nel corso degli anni, non salvaguarda il piacere sessuale e la fertilità.In tutti questi casi i corpi vengono fatti oggetto di regolamentazioni, con il risultato di rendere le persone dipendenti a tutti gli effetti dalle istituzioni – siano queste la famiglia, la chiesa, gli esperti, gli assistenti sociali, i giudici o la polizia. Queste regolamentazioni ci collocano in una situazione di dipendenza, rendendoci deboli e limitando la nostra possibilità di autodeterminarci. Inoltre rafforzano una visione della vita e delle relazioni organizzata secondo binarismi: sei uomo o donna, sei etero o lesbica, sei cis o trans, sei italiana o non italiana. Tutto questo ci sembra uno limitazione alla nostra possibilità di immaginare noi stess*, i nostri corpi e i nostri desideri. Per di più il sistema dominante non si accontenta di dividerci secondo binarismi, ma dà sempre più valore e riconoscimento a una parte, negando l’altra . Nella società sei privilegiat* se sei uomo, se sei etero, se sei cis, se sei italian*. Per liberarti dalle catene, devi spezzare chi te le tiene.

Per fortuna esistono percorsi individuali e collettivi indisponibili a farsi incasellare negli stereotipi e a farsi vittimizzare, soggettività e gruppi che non si accontentano delle concessioni dello stato, della chiesa e degli esperti di turno. A partire da queste esperienze, noi rivendichiamo la possibilità di creare un immaginario diverso e di poterlo praticare, slegando i nostri percorsi di autodeterminazione dalla difesa o dalla richiesta di una qualsiasi legge.

Vogliamo la depenalizzazione di aborto ed eutanasia, vogliamo la depatologizzazione di transessualità, intersessualità ed aborto. Vogliamo riappropriarci dell’aggressività per reagire alla violenza senza deleghe a giudici e poliziotti. Vogliamo costruire relazioni di solidarietà che scardinino dipendenze, gerarchie e privilegi.

Solo così possiamo andare oltre all’idea che possa esistere una scelta giusta o sbagliata, rompendo il ricatto che ne deriva. Vogliamo essere noi a decidere per noi stess*. E il 12 aprile? Come sempre, ci auguriamo che vengano organizzate tante iniziative per rendere la vita difficile a chi vuole controllare i nostri corpi!

——————————————————

12 APRILE: CRONACA DI UN SABATO DI DELIRIO

Federica Tourn
http://womenareurope.wordpress.com

Breve resoconto della manifestazione dei fondamentalisti NO-CHOICE a Milano del 12 aprile.

“C’è da dire subito una cosa: sono pochi, vengono quasi tutti da fuori regione (l’accento veneto li tradisce) e sembrano per lo più una versione fondamentalista della gita fuori porta della parrocchia. Sono saliti sul bus con i loro strumenti – la croce gigante con i feti di plastica incollati sopra, i manifesti con le foto di bambini inermi, i volantini con le immagini truculente dei resti abortivi – e sono sbarcati alla conquista della città. Al grido di “Milano, svegliati in Cristo!”, hanno attraversato il centro fra gli sguardi a dir poco perplessi dei passanti e si sono fermati sotto la casa del sindaco Pisapia per invitarlo al ravvedimento, così come hanno raccomandato al premier Renzi e al presidente Napolitano le loro parole d’ordine: no alle coppie di fatto, no all’eutanasia e soprattutto, no all’aborto.

Sono i no194, il comitato referendario nato per l’abolizione della legge sull’interruzione di gravidanza, un gruppo che raccoglie – dicono – “ventimila aderenti e cresce di giorno in giorno”, si autofinanzia e si sostanzia dell’energia e del vigore ideale dei suoi pilastri: l’avvocato, Pietro Guerini, presidente nazionale e ideologo del comitato, e l’infermiere, Giorgio Celsi, pasionario del movimento, instancabile snocciolatore di improbabili dati sugli aborti (“sei milioni di morti dall’entrata in vigore della legge ad oggi”) e di video postati (e poi censurati per la violenza delle immagini) su youtube. La loro crociata è contro le donne che abortiscono e lo Stato che glielo permette; senza mezzi termini, Celsi riassume così la sua filosofia: “della donna che vuole ammazzare suo figlio non ce ne frega un cazzo, noi dobbiamo salvare il bambino”.

“Sa cosa diciamo? L’aborto provoca un morto, il bambino, e un ferito, la donna – dice – io lavoro in psichiatria e dopo che hanno abortito tutte là le ritrovo”. Fare figli contro la natalità zero, metterli al mondo comunque, per sottrarsi a quell’omicidio che è l’aborto. Ma senza legge 194 si ricacciano le donne che abortiscono nella clandestinità, con tutti i rischi che ne conseguono. Celsi sul punto è lapidario: “E allora? Mica possiamo legalizzare la pedofilia solo perché esistono i pedofili o il furto perché ci sono i ladri”. Intorno a lui, giovani, anziani, donne del movimento “Cristo per la vita”, qualche rappresentante delle Famiglie Numerose Cattoliche, altri a titolo personale.

L’impressione generale è di sbandamento, difficoltà umane, fragilità raccolte sotto cartelli e invettive da medioevo. Ci sarebbe da provare quasi umana compassione se non ci fossero i toni violenti contro le donne che “decidono se avere o no i bambini” – e subito dopo contro gli immigrati “che ci rubano il lavoro”, e “quelle sporcaccione delle femministe”. Ce n’è anche per Emma Bonino, colpevole di aver promosso all’epoca divorzio e aborto, e per chi ha “ucciso” Eluana Englaro.

Ci sarebbe da prenderne le distanze con incredulità per il grottesco livello della discussione se non si conoscesse il peso politico che queste posizioni hanno assunto nel nostro paese e in Europa: pochi giorni fa, incontrando i rappresentanti del Movimento per la vita, papa Francesco ha ribadito che la prima vita che va difesa è proprio quella del nascituro, “l’innocente per antonomasia”; per tacere del cardinal Elio Sgreccia, già presidente della Pontificia Accademia per la vita, che ha ribadito che “la gravidanza è un dovere” (persino quella frutto di stupro). E nel nostro paese, lo sappiamo, dalle posizioni ecclesiastiche alle decisioni politiche il passo purtroppo è breve. Anche se in mezzo c’è la manipolazione della croce dei cristiani e la soppressione del diritto alla salute riproduttiva e, in generale, della vocazione laica dello Stato”.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.