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Pena di morte: violenta e inutile

Tania Careddu
http://megachip.globalist.it/

Finché si continuerà a credere nell’efficacia del perdono, esisterà la punizione. E la condotta punitiva è, per sua natura, violenta. Ma fior fiore di studiosi, scienziati e medici sostengono che la violenza non è caratteristica intrinseca dell’essere umano. Lo scrive, nella prefazione al Rapporto 2013 sullo stato della pena di morte nel mondo, stilato dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, Umberto Veronesi: “Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha conseguito nuove conoscenze sulla natura dell’uomo. Prima di tutto ha dimostrato che la violenza non fa parte della sua biologia. Lo provano le indagini genetiche, antropologiche e biologiche. Il messaggio del nostro DNA è la perpetuazione della specie: procreare, educare, abitare, fare sapere, costruire ponti e legami che rendono più sicura la vita”.

“In sintesi – prosegue Veronesi – il nostro genoma pensa l’essere, non la sua distruzione. Uccidere, esercitare violenza e fare guerre, rappresentano un’infrazione al messaggio genetico, che ci spinge, invece, verso relazioni costruttive. Gli studi più recenti in neurologia hanno dimostrato, inoltre, che il nostro sistema di neuroni è plastico e si rinnova, perché il cervello è dotato di cellule staminali proprie in grado di generare nuove cellule. Questo dimostra scientificamente che per ogni uomo esiste, nel corso di tutta la sua vita, la possibilità di cambiare ed evolversi. Infine, molti studi sostengono l’ipotesi ambientale della violenza: chi agisce con aggressività è stato esposto a fattori esterni sfavorevoli che lo spingono all’atto violento”.

Lo sostiene, da più di quarant’anni, Massimo Fagioli, lo psichiatra della Teoria della Nascita, dell’Analisi Collettiva e di un pensiero (sempre in trasformazione) nuovo sulla psiche: violenti non si nasce, si diventa. Certamente, e solo, vivendo rapporti umani anaffettivi. E la pena di morte altro non è che una violenza lucida, deliberata e istituzionalizzata.

Nonostante, poi, si riconosca la sua totale inefficacia nel ridurre il tasso di criminalità, durante lo scorso anno, secondo il Rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2013, redatto da Amnesty International, sono state registrate esecuzioni in ventidue Paesi, uno in più rispetto al 2012, sono state messe a morte settecentosettantotto persone, ventidue in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 15 per cento, e alla fine del 2013 sono almeno ventitremila (il dato è per difetto) le persone rinchiuse nel braccio della morte in tutto il mondo.

Quattro Paesi, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam, hanno ripreso le esecuzioni e Iraq, con settecentosessantanove, e Iran, con trecentosessantanove, hanno incrementato i casi di pena di morte. La Cina, dove è considerata segreto di Stato, è il Paese nel quale avvengono più esecuzioni che nel resto del mondo messo insieme. Giappone e Stati Uniti d’America sono gli unici Paesi del G8 che hanno eseguito condanne a morte. Che vengono somministrate con i seguenti metodi: decapitazione, elettrocuzione, fucilazione, impiccagione, iniezione letale e asfissia. A volte, come in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia, avvengono in pubblico. Altrimenti accade che i corpi dei detenuti messi a morte non siano restituiti alle famiglie per la sepoltura né siano resi noti i luoghi dove giaceranno.

Spesso la pena di morte, per esempio negli Stati Uniti, ha continuato a essere caratterizzata da errori, incongruenze, discriminazione razziale e mancato rispetto di garanzie o specifiche prescrizioni del diritto internazionale. Come l’applicazione della pena capitale in soggetti con disturbi psichici, la messa a morte di detenuti minorenni, specie in Arabia Saudita, Iran e Yemen, le condanne a morte con mandato obbligatorio, perché non consentono di considerare le circostanze personali dell’imputato e quelle in cui è avvenuto il reato, come accade in Iran, Kenya, Malesia, Nigeria, Pakistan e Singapore.

Qui abbondano le condanne a morte inflitte dopo procedimenti penali condotti in contumacia o in tempi molto brevi a cittadini che non hanno conoscenza della lingua, senza un adeguato sistema di interpretariato. Esecuzioni applicate anche per reati meno gravi: droga, adulterio, blasfemia, stupro, rapina aggravata, tradimento, atti contro la sicurezza nazionale e altri crimini contro lo Stato, frode, pornografia, reati finanziari, fuga in Cina e visione di filmati proibiti provenienti dalla Corea del Sud.

Le condizioni di detenzione dei prigionieri nel braccio della morte sono disumane: uso dell’isolamento, talvolta con durata trentennale; interferenza con il diritto all’assistenza legale, incluso il limitato accesso confidenziale a un avvocato; mancanza di un sistema di appello, obbligatorio per i casi di pena capitale; processi svolti in tribunali rivoluzionari che avvengono a porte chiuse, durano poche ore o, addirittura, minuti, le confessioni sono estorte sotto tortura o altri maltrattamenti e, in diversi casi, sono state trasmesse in televisione prima che il processo abbia avuto luogo. Nonostante (o perciò) queste inumane brutture, il trend verso l’abolizione è in continuo aumento in tutto il mondo. Uno per tutti: il Maryland, nel 2013, è diventato il diciottesimo stato abolizionista. Ad maiora.

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