Home Politica e Società Job Act: progetto vecchio e pericoloso

Job Act: progetto vecchio e pericoloso

intervista a Luciano Gallino di Giacomo Russo Spena
www.micromega.net

Voce bassa, idee chiare. Come al solito. Gli 80 euro? “Uno spot, era meglio investire quei soldi in nuova occupazione”. La Cgil? “Sta appannando la bandiera di vero sindacato”. E sul Job Act, “è un progetto vecchio vent’anni che porterà all’estremo la precarietà”. Il sociologo Luciano Gallino riflette sulle misure del governo Renzi – dal Def al provvedimento del ministro Poletti – arrivando ad una netta bocciatura: “Sul lavoro non c’è quel cambiamento auspicato”.

Professore, partiamo proprio dal Def. Dopo settimane di annunci e proclami, sembra che la montagna abbia partorito un topolino. Il premier Matteo Renzi ha deciso di rispettare i vincoli imposti dall’Europa rinunciando ad utilizzare il margine fino al 3% del deficit annuo. Non doveva avere più coraggio nei confronti della trojka?

Sicuramente, ma Renzi esprime un governo e una classe politica interamente supina nei confronti dei dettati dell’Europa, i quali invece vanno messi in discussione. Per farlo ci vorrebbero due prerogative, avulse all’attuale governo: una vera forza politica nazionale e le competenze per poter intervenire su punti specifici.

Tra la varie misure ipotizzate, i mille euro all’anno per i dipendenti che ne guadagnano meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica? E, per Lei, ha una reale copertura economica?

Non si è ancora ben capito da dove arriveranno i fondi. Pur ipotizzando che abbiano trovate le risorse sufficienti, siamo ad una “partita di giro” per i cittadini: si toglie da un lato per spostarlo all’altro, si mette un’esigua cifra in tasca alla gente e si preleva altrove. L’operazione ha un grande impatto mediatico, 10 miliardi per 10 milioni di persone è uno spot che rimane impresso nelle menti. Ma siamo nel campo di interventi a pioggia a fronte di una recessione gravissima nel Paese e in Europa. Quei fondi si sarebbero dovuti concentrare su qualche singolo aspetto con effetti a breve e sicuri.

Per esempio?

Con 10 miliardi di euro si creano quasi un milione di posti di lavoro, a 1200 euro netti al mese più i benefici del caso. L’impatto sull’economia sarebbe stato più forte: questi 80 euro non cambiano infatti le sorti delle persone, mentre concentrati su un tot di cittadini questa cifra avrebbe inciso nelle loro vite. Renzi ha preferito lo spot ad effetto al reale cambiamento.

Passiamo al Job Act, qual è il suo giudizio?

Siamo di fronte ad un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore. Una cosa pericolosa. Da non fare.

Ci spieghi meglio…

Il progetto del Job Act nasce vecchio. Di vent’anni. Nel 1994 l’OCSE – uno dei tanti organismi internazionali che entra negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, taglio dello stato sociale, concertazione etc… –produsse uno studio sull’indice di LPL (Legislazione a Protezione dei Lavoratori), un indicatore di rigidità del mercato: riteneva che tanto più alto fosse l’indicatore quanto più alta era la disoccupazione. Da allora molti giuristi, economisti, sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero dall’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice LPL possa portare ad aumento dell’occupazione. Nel 2006 la stessa OCSE, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento. L’indice LPL per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5, dopo 12 anni con le riforme delle leggi Treu 1997 e Maroni-Sacconi 2003 era sceso ad 1,5. Più che dimezzato. I precari sono diventati 4 milioni. La riforma Fornero ha seguito la stessa scia e ora il Job Act, a favorire ancora la mobilità in uscita. Nel 2014 siamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994 e l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante.

Quindi boccia il concetto di precarizzazione espansiva, ovvero l’idea è che attraverso ulteriori dosi di precarizzazione del lavoro si dovrebbe generare una crescita dei redditi e dell’occupazione?

La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’ è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione. Invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi. Così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata.

L’associazione di giuristi democratici ritiene incompatibile il Job Act con il diritto comunitario, per questo ha denunciato l’Italia e il presidente del consiglio Renzi alla Commissione europea. Che ne pensa?

Azione meritoria che sottoscrivo, senz’altro.

Durante il congresso della Fiom. Il segretario Maurizio Landini ha attaccato duramente la Cgil di Susanna Camusso. Siamo alle porte di un quarto sindacato confederale?

Mi dispiaccio del conflitto interno alla prima grande confederazione italiana che porta ancora la bandiera di vero sindacato, ovvero quell’organizzazione capace di aprire discussioni, avanzare vertenze e produrre conflitti a vantaggio del lavoratore. La Cgil è l’ultima a rappresentare quest’idea di sindacato. Ultimamente, però, con Camusso questa bandiera si è appannata. L’unico soggetto che riesce a tenerla alta è la Fiom.

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Disoccupazione giovanile: le antiche terapie del governo Renzi

Guglielmo Forges Davanzati
www.micromega.net

«Mentre fa la guardia alla porta (della miniera), il ragazzo non potrebbe leggere se avesse un lume?». «In primo luogo, dovrebbe comprarsi le candele. Ma inoltre non gli sarebbe permesso. Sta là per fare attenzione al suo lavoro, ha un dovere da compiere. Non ho mai visto un ragazzo leggere nel pozzo»”; “«Perché non mandare i bambini a scuole serali?». «Nella maggior parte dei distretti carboniferi non ne esistono. Ma la cosa principale è che i bambini sono così esausti per il lungo sovraccarico di lavoro, che gli occhi si chiudono dalla stanchezza». «Dunque, voi siete contro l’educazione?». «Niente affatto»” – Report from the Selected Committee on Mines, 23 luglio 1866.

Circa il 23% della forza-lavoro rientra nella categoria dei NEET: non studia né lavora né segue percorsi formativi. Il tasso di disoccupazione giovanile, concentrato soprattutto nel Mezzogiorno, si è attestato, in quell’area, al 31% per i diplomati e 49% per i laureati, percentuali di gran lunga superiori a quelle registrate nel Centro-Nord. La terapia proposta dal Governo Renzi, sulla quale sembra vi sia un accordo pressoché generalizzato, consiste nell’incentivare i contratti di apprendistato.

I contratti di apprendistato sono rivolti ai giovani tra i 15 e i 29 anni e contengono obblighi formativi. Il datore di lavoro, oltre a versare un corrispettivo per l’attività svolta, è tenuto a formare l’apprendista attraverso l’insegnamento di competenze tecnico-professionali. Si osservi che questa terapia non fa altro che riproporre le “raccomandazioni” della Commissione Europea e non fa altro che riproporre le diagnosi e le ricette dei precedenti Governi.

Dunque, nulla di nuovo se non la riproposizione delle c.d. politiche attive del lavoro la cui realizzazione non ha fin qui portato nessun beneficio. Non essendoci alcuna novità nelle politiche per l’occupazione giovanile, non si capisce perché ci si aspetti che questa sia destinata ad aumentare, non essendo aumentata (anzi essendosi ulteriormente ridotta) nel corso degli ultimi anni, in una condizione macroeconomica sostanzialmente immutata e in un contesto politico anch’esso sostanzialmente immutato. Peraltro, le assunzioni con contratti di apprendistato si sono significativamente ridotte.

A metterlo in evidenza è il XIV Rapporto di monitoraggio dell’ISFOL. Si registra che, al 2012, il numero medio annuo dei rapporti di lavoro in apprendistato si è ridotto del 4,6% rispetto all’anno precedente, e che ciò si è verificato prevalentemente nel Centro-Nord. La quota di apprendisti sul totale dei giovani occupati (nella fascia d’età 15-29) si attesta, nel 2012, al 13,9%, a fronte del 14,1% del 2011. Le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato riguardano poco più di 161 mila lavoratori, con una riduzione del 10,8% rispetto all’anno precedente. Dunque, l’incentivazione dei contratti di apprendistato non accresce l’occupazione giovanile.

Le politiche attive del lavoro – di cui l’alternanza scuola-lavoro è parte integrante – sono basate sulla convinzione che sia sufficiente rendere più facilmente “occupabili” i lavoratori per generare maggiore occupazione. Il che presuppone che la disoccupazione esiste perché esiste un mismatch fra la tipologia della domanda di lavoro espressa dalle imprese e la qualità dell’offerta di lavoro espressa dai lavoratori. Ed è solo su quest’ultima variabile che occorre intervenire. Coerentemente con questa impostazione, poiché, in Italia, la gran parte delle imprese esprime una domanda di lavoro rivolta a individui poco scolarizzati, occorre depotenziare il sistema formativo. Ma, così facendo, si ottengono almeno due risultati contraddittori rispetto all’obiettivo che ufficialmente si intende perseguire.

1) In una condizione, come quella attuale, nella quale le diseguaglianze distributive sono in continua crescita, le politiche attive del lavoro accentuano il dualismo del mercato del lavoro italiano. Si osservi che, contro la visione dominante, il vero dualismo nel mercato del lavoro vede contrapposti non gli iperprotetti e i precari, ma gli individui provenienti da famiglie con alto e basso reddito. L’accentuazione del dualismo deriva da questo meccanismo. I risparmi delle famiglie italiane con alti redditi restano relativamente elevati e poiché il bacino degli inattivi è formato in larga misura da giovani con elevato titolo di studio, ne deriva che offerte di posti di lavoro non coerenti con il titolo di studio conseguito vengano rifiutate. Ed è un comportamento pienamente razionale, al quale non ha senso dare un giudizio morale di segno negativo (i giovani choosy), e che soprattutto dà luogo a una spirale viziosa così riassumibile: quanto più si dequalifica la domanda di lavoro, tanto più aumentano gli inattivi.

Inoltre, poiché gli inattivi traggono reddito dai risparmi delle famiglie d’origine (il che implica riduzione dei consumi rispetto a una condizione nella quale questi individui lavorino), tanto più si dequalifica il lavoro tanto più si riducono i consumi e – a parità di investimenti – domanda aggregata e occupazione.

In altri termini, le politiche attive del lavoro non solo non accrescono l’occupazione giovanile, ma disincentivano l’accumulazione di capitale umano e contribuiscono ad accentuare la segmentazione del mercato del lavoro: da un lato, i figli di famiglie con alto reddito e con titoli di studio elevati, che in assenza di domanda di lavoro coerente con le competenze acquisite, restano inattivi (o emigrano) e, dall’altro, i figli di famiglie con basso reddito e basso titolo di studio, che vedono ulteriormente ridotta la loro retribuzione, in una condizione di bad jobs.

2) A ciò si aggiunge il fatto che i programmi di apprendistato riducono il potere contrattuale dei lavoratori. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che, in quanto disincentivano la scolarizzazione, garantiscono alle imprese la disponibilità di manodopera facilmente ‘disciplinabile’. Individui in possesso di un elevato titolo di studio, per contro, domandano, di norma, salari più elevati, a ragione del fatto che hanno sostenuto costi maggiori (in termini di moneta e di tempo) rispetto a individui con più basso titolo di studio, e anche a ragione del fatto che elevati livelli di istruzione si associano a maggiore consapevolezza dei propri diritti. Ciò a dire che un’istruzione diffusa accresce il potere contrattuale dei lavoratori e che, dunque, potrebbe attivare un circolo virtuoso di aumento dei salari – aumento dei consumi e della domanda aggregata – aumento della produttività [1].

La strada che si è intrapresa è l’esatto opposto. Depotenziare il sistema formativo (spingendosi, di fatto, a violare l’obbligo scolastico fino ai 16 anni) e, contestualmente, incentivare la crescita della domanda e dell’offerta di lavoro poco qualificato. Anche in questo caso, il Governo Renzi non propone niente di nuovo: semmai ripropone misure di deflazione salariale che, come ampiamente dimostrato dalla storia recente dell’economia italiana, generano esclusivamente recessione.

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NOTE
[1] Si tratta di un meccanismo noto come “legge di Kaldor-Verdoon” (di norma riferito al nesso fra crescita dell’ouput e crescita della produttività, una cui variante fa riferimento al nesso fra crescita della domanda aggregata e crescita della produttività, a ragione dell’operare di rendimenti crescenti). V. Kaldor, N. (1966). Causes of the Slow Growth in the United Kingdom. Cambridge: Cambridge University Press; Verdoorn, J. P. (1949), “On the Factors Determining the Growth of Labor Productivity,” in L. Pasinetti (ed.), Italian Economic Papers, Vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993. Per un’applicazione al caso italiano si rinvia a S.Perri, Bassa domanda e declino italiano, “EconomiaePolitica”, 4 aprile 2013.

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