Home Europa e Mondo Raccontare l’occupazione per rompere il muro del silenzio

Raccontare l’occupazione per rompere il muro del silenzio

Roberta Verde intervista Pito
Adista Segni nuovi n°16, 26 aprile 2014

«Forse oggi non esiste più l’angolo di mondo inesplorato descritto dal poetico Terzani ma succedono ancora molte cose che vale la pena raccontare. Soprattutto qui, a Gaza, dove mi trovo adesso. Vorrei allora raccontare come si vive, come si lavora, cosa si pensa, in una città dove il tempo sembra essersi fermato. Sì, qui in Palestina il tempo si è fermato, perché non è possibile che nel 2013 si parli ancora di occupazione militare, razzismo, pulizia etnica, genocidio. Scrivere dunque e raccontare. Raccontare per farvi capire, per farvi pensare, per farvi indignare, per farvi cambiare».Ha tenuto fede all’impegno Paolo Giannoni, attivista della Rete Italiana Ism (il gruppo italiano di supporto all’International Solidarity Movement), noto con il nickname di Pito, che con queste parole inaugurava il blog aperto non appena arrivato a Gaza nel maggio del 2013 (http://letteredagaza.blogspot.co.il/). In un anno, di storie, di squarci di vita, di situazioni problematiche Pito ce ne ha raccontati tanti.

Che cosa ti ha colpito di più della realtà palestinese, rispetto alle altre in cui hai operato?

L’incredibile violenza inflitta ai civili palestinesi dagli israeliani, sia da parte dell’esercito che dei coloni. E questo nel silenzio più assoluto della comunità internazionale, compresi non solo Stati Uniti ed Europa, ma anche i Paesi arabi.

Come rispondono i palestinesi? Che cosa si aspettano secondo te dagli attivisti internazionali e dai movimenti di sostegno alla Palestina?

L’impressione che ho ricavato fino ad ora è che chiedano un maggiore coinvolgimento soprattutto nei nostri Paesi di origine. Si aspettano che il movimento internazionale sia in grado di agire sui mass media e sui governi, soprattutto europei e statunitensi, affinché abbandonino le loro politiche di collaborazione con lo Stato israeliano. È fondamentale in questo senso far circolare notizie, che i mezzi di comunicazione puntualmente ignorano o censurano, su quanto avviene quotidianamente in Palestina, al fine di rompere il muro di silenzio che circonda le politiche colonialiste israeliane.
Pensi che i social network siano strumenti efficaci in questo senso?Non direi. Oggi purtroppo molta gente si informa quasi esclusivamente attraverso questi canali, tendendo a dare credito a ogni frase pubblicata su queste piattaforme. È vero che molte informazioni censurate dalla stampa circolano invece sui social network, ma spesso le notizie acquisite in questo modo vengono dimenticate con la stessa velocità con cui sono state lette. Le modalità di comunicazione tipiche di questi strumenti, infatti, non favoriscono la riflessione, anzi spingono a spostarsi rapidamente da un post all’altro senza mai soffermarsi sui contenuti.

Dagli attivisti internazionali che si recano in Palestina, invece, i palestinesi che cosa si aspettano?

Da chi decide di andare in Palestina e condividere con loro le difficoltà quotidiane non si aspettano niente più di quello che già diamo, ovvero solidarietà. La nostra presenza apporta sicuramente benefici alla vita quotidiana di quella porzione di popolazione che si trova a contatto con noi – i contadini riescono a coltivare la terra, pescatori e pastori non vengono attaccati, i bambini riescono ad andare a scuola più tranquilli, ecc. – ma sono benefici temporanei e parziali, obiettivi a breve termine che sono solo di corollario a quella che è l’azione principale, cioè il sostegno alla lotta contro l’occupazione attraverso la divulgazione delle notizie e l’azione politica condotta nei nostri Paesi di origine.

Quali requisiti deve avere secondo te un attivista per poter affrontare l’esperienza in Palestina?

Il requisito indispensabile è un profondo senso di giustizia. È molto importante essere persone calme, non troppo emotive, pratiche, realiste e soprattutto umane. Non è necessaria una preparazione specifica, ma bisogna essere capaci di non lasciarsi travolgere emotivamente dagli eventi di cui si è testimoni, soprattutto nel momento in cui si cerca di fare informazione. Consiglierei comunque di fare dell’attivismo o del volontariato in Paesi politicamente meno complessi e meno violenti prima di partire per la Palestina. Per quanto riguarda la Striscia di Gaza invece raccomando caldamente di fare prima un’esperienza, anche breve, nei Territori Occupati. In ogni caso, credo sia importante pensarci bene. Devi essere sicuro che sia veramente quello che vuoi. Devi capire bene quali sono i tuoi limiti, cosa sei in grado di fare e cosa no, senza farti influenzare da pareri esterni e senza il timore di essere mal giudicato se la ritieni un’esperienza troppo stressante. Non hai obblighi morali verso nessuno. La frase da imparare a memoria per qualsiasi attivista dovrebbe essere: la Palestina è sempre esistita e continuerà ad esistere anche senza di te. Nessuno è indispensabile. E quello che assolutamente si deve evitare è far passare all’estero il messaggio che l’attivista sia una specie di eroe.

Quali sono indicativamente le attività in cui sono impegnati gli attivisti in Palestina?

In linea di massima gli attivisti, soprattutto in passato, hanno aderito alle attività organizzate sul campo dalle associazioni di sostegno non violento alla resistenza palestinese. In Cisgiordania, per esempio, partecipano alle manifestazioni popolari, al fianco sia dei Comitati popolari per la resistenza non violenta che di altri gruppi e associazioni; accompagnano a scuola i bambini che vivono in aree in cui sono esposti agli attacchi dei coloni; cercano di arginare con la loro presenza soprusi e violazioni dei diritti umani ai checkpoint; cercano di fermare le evacuazioni e le demolizioni di case palestinesi. A Gaza invece per lo più accompagnano al lavoro i contadini le cui terre si trovano presso la buffer zone (zona cuscinetto), per evitare che vengano presi di mira dai soldati israeliani; accompagnano i pescatori affinché non vengano attaccati dalla marina israeliana; documentano e danno notizia degli attacchi quando si verificano, nella speranza che la loro presenza costituisca un deterrente per i militari di Israele.

Cosa intendi quando dici “soprattutto in passato”? Non è più così?

Oggi la situazione è cambiata. Molti degli attivisti che sono arrivati a Gaza di recente sono mossi quasi esclusivamente da interessi personali. C’è chi è giornalista di professione e aspetta una nuova operazione Piombo Fuso per essere l’unico corrispondente occidentale dentro la Striscia; c’è chi invece cerca solo visibilità sui vari social network. Queste persone sono spesso attratte solo dalle azioni “eroiche”, nella buffer zone o in mare con i pescatori, perché sono quelle che gli permettono di raggiungere i loro obiettivi personalistici. Inoltre, generalmente sono alla loro prima esperienza di attivismo e molto spesso sono addirittura al loro primo viaggio all’estero. Non sanno cosa voglia dire lavorare in gruppo, né cosa voglia dire rispettare le culture locali. Il più delle volte quindi generano solo attriti e contrasti con gli altri attivisti seri, che fanno sempre più fatica a portare avanti progetti con e per i palestinesi.

Ritieni che il modello di attivismo proposto dai gruppi presenti in Palestina sia fallimentare?

Non esattamente. Personalmente, sono contento del lavoro che ho svolto in West Bank con l’Ism, che lì lavora benissimo, e sono anche molto contento di far parte della Rete Italiana Ism, a cui appartengono molti attivisti seri che si impegnano quotidianamente e senza tanti proclami per la questione palestinese. In passato, fino alla morte di Vittorio Arrigoni, è stato fatto un ottimo lavoro dagli internazionali, e dall’Ism in particolare, anche a Gaza. Ma i tempi cambiano e richiedono nuove linee d’azione e nuovi obiettivi. Questo rinnovamento presuppone un lavoro di riflessione e di rielaborazione delle strategie che però non può essere svolto dalle persone inesperte e malate di protagonismo che sono presenti in questo momento a Gaza, persone che tra l’altro tendono a monopolizzare i gruppi con discussioni inutili.Sappiamo che in una situazione di repressione e di assedio prolungato come quella palestinese è inevitabile che si creino fratture e divisioni interne.

Come ti poni tu rispetto ai conflitti politici interni alla Palestina?

Come attivista, affianco i palestinesi nella loro lotta contro l’occupazione e a difesa dei diritti umani. I problemi politici interni fra palestinesi non riguardano gli stranieri e devono essere risolti fra i palestinesi, senza alcuna interferenza esterna. Quello che loro ci chiedono, invece, è che ci sia unità tra i gruppi di internazionali.

Quali strumenti ha a disposizione un attivista che voglia sostenere la causa di questo popolo dal proprio Paese?

Obiettivo principale è far cambiare politica ai governi dei vari Paesi in modo che cambino gli equilibri internazionali e che Israele sia costretto a rinunciare al progetto sionista perché condannato dalla comunità internazionale. Uno strumento molto incisivo per sostenere la Palestina è aderire al movimento di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (Bds). Il boicottaggio è infatti una forma di lotta che se usata con intelligenza può dare risultati impressionanti (come è stato in Sudafrica) ed è uno strumento che colpisce Israele nel vivo, sul piano del profitto.

*traduttrice letteraria, negli ultimi anni ha tradotto numerosi articoli di informazione e di approfondimento sulla questione palestinese, soprattutto in collaborazione con la pagina Facebook “We are all on the Freedom Flotilla 2”.

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