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Né servi né padroni! di G.Sarubbi

Giovanni Sarubbi
www.ildialogo.org, 3 Maggio 2014

Ritorno di nuovo sul tema delle santificazioni fatte domenica 27 aprile di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II. Lo faccio per due motivi. Il primo riguarda la critica che ho ricevuto da un caro amico rispetto alla contrarietà da me espressa sulla ipotesi di santificazione di Oscar Romero, caldeggiata fra l’altro da Noi Siamo Chiesa e che pare sia in dirittura d’arrivo. Il secondo riguarda un articolo di Raniero La Valle che non condivido e tenterò di spiegare perché.

Sul primo punto mi basterebbe dire che io sono stato contrario anche alla santificazione di Giovanni XXIII e non solo a quella di Giovanni Paolo II, che è certamente indifendibile anche da un punto di vista semplicemente storico. Sono contrario a tutte le santificazioni per i seguenti semplici motivi:

1.Per l’indegno commercio che esiste attorno ai santi. Basta visitare un qualsiasi santuario per rendersi conto di quanti soldi girano attorno ai santi. Fra l’altro in occasione della santificazione del 27 aprile i mass media hanno dato notizia del sequestro di gadget dei due neo santi falsificati, che cioè facevano concorrenza a quelli emessi ufficialmente dalle autorità ecclesiastiche. Santi si ma il copyright non si tocca.
2.Perché è semplicemente assurdo che una organizzazione terrena possa presumere di emettere un decreto di santità per qualsivoglia persona che possa poi essere fatto proprio anche dal padreterno. Parafrasando Papa Francesco verrebbe da dire: “e chi sono loro per stare nella testa di Dio e guidarne il pensiero e la volontà?”.
3.Perché ci vogliono due miracoli attribuibili al candidato santo per dichiararlo tale. Miracoli, cioè guarigioni, che la scienza “ufficiale”, in realtà medici legati al Vaticano, dichiara inspiegabili. Prima della santificazione del 27 aprile abbiamo potuto ascoltare in mondo visione le testimonianze di alcune delle miracolate. Ma il fatto che una guarigione possa essere inspiegabile oggi non esclude che essa possa diventare spiegabile fra qualche tempo, come è in realtà successo se solo si avesse la serietà di andare a rivedere i decreti di santificazione finora emessi dai vari papi che si sono succeduti finora da quattro secoli a questa parte, da quando cioè è stato emanato il decreto che regolamenta le cause per la santificazione.
4.Perché anche da un punto di vista strettamente teologico, la Bibbia è piena di tale affermazione, l’unico santo è Dio e solo a lui va reso il culto. Inoltre, e questo dovrebbe pur significare qualcosa per una chiesa che si dice cristiana, santificare qualcuno e consentire che a lui sia reso il culto, come avviene nella chiesa cattolica, è la negazione dell’evangelo di Gesù di Nazareth. Basta leggere l’episodio delle cosiddette tentazioni di Gesù di Luca capitolo 4 la dove Gesù, in risposta ad una delle tentazioni, risponde con un lapidario “Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai : a lui solo renderai culto “(Lc 4,8). Dichiarazione che è una condanna netta della idolatria e del potere che dalla idolatria discende. Analogo richiamo si trova nel libro dell’Apocalisse.
5.Perché sostenere la santificazione significa continuare ad avere una concezione di chiesa centrata sui chierici, che si sono autodefiniti sacerdoti e proprietari della chiesa, e non invece su quello che il Concilio Vaticano II chiamava “popolo di Dio”. Una chiesa verticistica, che esiste solo la dove c’è il prete, il vescovo, il cardinale il Papa o, per dirla con Ambrogio, vescovo di Milano nel quarto secolo: “ubi Petrus, ibi Ecclesia”, dove c’è Pietro li c’è la chiesa.
6.Per le cose che ha ricordato l’amico Raffaello Saffioti nella lettera di qualche giorno fa (vedi link) dove riporta una lettera di Aldo Capitini a Danilo Dolci sul tema della santità. In particolare mi ha colpito la citazione che Capitini fa di Baruch, un grande finanziere americano amico di Roosevelt, che a chi gli chiedeva quale fosse a suo giudizio la personalità più grande da lui conosciuta, così rispondeva:«L’uomo che va al lavoro ogni giorno; la donna che alleva i suoi bambini, li veste li nutre, li manda a scuola; lo spazzino che tiene pulite le nostre strade, il milite ignoto, milioni di uomini». Elevare arbitrariamente qualcuno al livello di Dio, è immorale, diseducativo, spinge le persone veramente grandi citate da Baruch alla passività e alla subordinazione, li educa a credere che il proprio impegno costante a favore degli ultimi e contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non siano necessari. Basta qualche preghierina e via.

Allora la domanda da porsi è molto semplice: la chiesa che vogliamo è quella delle grandi santificazioni in mondovisione? Non è forse questa chiesa che attraverso queste pratiche cultuali perverse ha ridotto la cristianità ad essere responsabile dello stato di degrado nel quale versa l’intera umanità e l’intero ecosistema? Possiamo dire in tutta onestà che questo modello di chiesa e di cristianesimo non abbia alcuna responsabilità nelle guerre, nelle stragi, negli olocausti, nella distruzione dell’ambiente che si sono realizzati finora? E, in definitiva, che tipo di cristianesimo abbiamo in testa quando chiediamo alla stessa gerarchia ecclesiastica che meno di un anno fa era sommersa dallo scandalo Vatileaks di santificare Romero? Vogliamo continuare a delegare e a sottometterci ad una organizzazione clericale che è la fotocopia degli scribi, dei farisei, dei grandi sacerdoti dei tempi di Gesù di Nazareth contro cui egli si scagliava con tutte le sue azioni riportate nei testi evangelici?
Accettare poi che sia il Vaticano a decretare la santità di Oscar Romero quando esso è corresponsabile del suo assassinio, e per sincerarsene basta leggere la testimonianza resa da Giovanni Franzoni proprio durante il processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II, credo sia veramente una cosa indegna che a me fa ribollire il sangue.

Io so bene che, anche in Italia, esistono comunità che si riuniscono attorno al nome di Oscar Romero e che anzi esse, come in tutto il sud Amerca, lo considerano santo senza bisogno di alcun decreto papale. Ma una cosa è tenere vivo il ricordo e l’impegno di Oscar Romero e il suo martirio, altra cosa è consentire a chi è corresponsabile del suo assassinio di poterne sfruttare l’immagine consentendo ad essi di santificarlo. Io credo che il miglior modo per rendere onore ad Oscar Romero, e la stessa cosa vale per tutti quelli che come lui si sono battuti contro le ingiustizie e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è quello di proseguire il suo impegno, proseguire lungo la strada da lui tracciata, chiedere che i ricchi e gli sfruttatori restituiscano ciò che essi hanno rubato ai poveri, chiedere la liberazione degli schiavi ed il rispetto della dignità di ogni essere umano e della Terra che ci ospita.

Sul secondo punto, faccio riferimento ad un post che Raniero La Valle ha scritto su Facebook dal titolo “Quattro Papi e un Concilio” (vedi link). Non è ovviamente in discussione la stima che ho di Raniero. Del suo scritto mi hanno colpito negativamente alcune delle sue prime affermazioni, e quindi poi tutto il testo, la dove dice che la canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II è stato «un atto fondativo di una Chiesa capace di entrare nella sofferenza del mondo e chiamata a rinnovarsi nel capo e nelle membra» e la dove afferma che una «abbondante santità è scaturita dal soglio pontificio». Egli ha inoltre saltato a piè pari qualsiasi critica alla santificazione di Giovanni Paolo II ma anzi la accomuna a quella di Giovanni XXIII. Con la santificazione dei due Papi, papa Francesco avrebbe, secondo Raniero La valle, santificato il Concilio Vaticano II, che sarebbe stato «convocato dallo Spirito Santo» ed è «opera di Dio».

Ora, anche volendo saltare a piè pari tutte le critiche emerse contro Giovanni Paolo II rispetto alla vicenda dello IOR, ai rapporti con le dittature latino americane, alla sua guerra alla Teologia della Liberazione con la sua lunga scia di sangue fino all’omicidio di Oscar Romero, alla copertura del fondatore dei Legionari di Cristo e alla questione della pedofilia, alla lunga lista di dissidenti cacciati dalla chiesa o perseguitati, come si fa ad accomunare Giovanni Paolo II con il Concilio Vaticano II? A parte la sua opposizione alla guerra e l’incontro di preghiera di Assisi del 1986 fra tutte le religioni, cose di cui bisogna dargli merito, attraverso quali mirabolanti salti logici e sofismi si può dire che Giovanni Paolo II abbia attuato e fatto vivere alla chiesa cattolica lo spirito del Concilio Vaticano II e ne abbia realizzato le direttive? Non ho ovviamente lo spazio per citare tutti i documenti che man mano hanno analizzato le differenze fra le encicliche e le decisioni prodotte sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e i documenti conciliari, ma ce ne sono tantissimi.

Cito come riferimento il recente libro di Luigi Sandri sulla storia dei Concili[1] che contiene una sintesi di ciò che è capitato nella chiesa cattolica nei 50 anni seguiti al Concilio Vaticano II. Ma un altro riferimento certamente utilizzabile è l’agenzia di Stampa ADISTA, che da 40 anni e più segue con precisione tutta la vita della chiesa e ha documentato puntualmente tutto ciò che si è discostato dallo spirito conciliare ed è tantissimo. Molto materiale si può trovare anche sul nostro sito nella sezione “crisichiese”. Si può dire, credo senza ombra di dubbio, che il Concilio è stato liquidato nella pratica ecclesiale e nella coscienza della grande maggioranza dei fedeli cattolici durante tutto il pontificato di Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI. Quest’ultimo è giunto ad affermare che mai più avrebbe partecipato ad un nuovo Concilio.

Credo di non sbagliare affermando che la critica costante alle gerarchie vaticane di movimenti come Noi Siamo Chiesa, delle Comunità di Base, della cosiddetta “Chiesa Conciliare” e dello stesso Raniero La Valle negli anni precedenti a papa Francesco, è stata quella della violazione e dell’affossamento dello spirito del Concilio.

Per le cose che ho detto sul primo punto, credo che sulla santificazione del soglio pontificio non si possa costruire nulla di buono, non fosse altro perché rompe definitivamente quel poco che resta dell’ecumenismo, ripropone la questione del “ministero petrino” e del ruolo del papato e cioè del potere all’interno della chiesa e della società che hanno prodotto in 1700 anni di storia solo lutti e disastri su disastri.

Mi sembra inoltre del tutto campata in aria e generica l’affermazione secondo la quale «Ciò che lo Spirito Santo voleva, chiedendo la collaborazione dei papi era – ha detto papa Francesco – “ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli». Quali santi, Francesco D’Assisi o Bellarmino, fatto santo perché lottò contro i riformatori, Pio IX, ultimo papa Re fatto beato da Giovanni Paolo II, o Pio X? I santi guerrafondai o quelli pacifisti, e non è ovviamente una differenza da poco?

Con tutto il rispetto per Raniero, mi pare che qui ci troviamo di fronte ad analisi più papiste del papa. E ripeto la domanda: il cristianesimo che vogliamo deve girare attorno al Papa, al Vaticano, alle sue congregazioni? E i semplici cristiani cosa devono fare, dire rosari e obbedire? Ci basta un papa buono, simpatico, sorridente che si comporta come un buon parroco di campagna? Quali frutti ha provocato finora questo “cristianesimo ontologico”, metafisico, che contrappone continuamente spiritualità e vita sociale, privilegiando a parole la spiritualità ma ingrassando e rimpinguando continuamente le proprie casse terrene? In quale visione Raniero ha visto che «il privilegio dei poveri sale sul trono di Pietro»(e che cosa sarebbe tale privilegio??), solo perché è scritto nella «Evangelii Gaudium»? Ma di carte simili ce ne sono a bizzeffe, e chi vuole sbizzarrirsi in analisi dotte ha un materiale infinito a disposizione, ma la realtà materiale e concreta della Chiesa è molto diversa e non credo che con i voli pindarici fatti da Raniero si vada molto lontano, se si continua a rimanere nell’ambito del “cristianesimo ontologico” che è fallito.

E a me questo cristianesimo non interessa. Non è quello che ho letto negli evangeli ed è ora di uscire dallo stato di minorità dei laici rispetto ai chierici. Fra i cristiani non possono esserci padroni e servi. E questo vale per qualsiasi congregazione cristiana e non solo per la chiesa cattolica romana.

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[1] DAL GERUSALEMME I AL VATICANO II, I Concili nella storia tra Vangelo e Potere, edizioni IL Margine, Trento 2013, giunto alla sua seconda edizione a marzo 2014

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