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Ucraina, vicino all’abisso

Fabrizio Casari
www.altrenotizie.org

Ci hanno preso gusto i golpisti di Kiev. Difensori dell’autodeterminazione dal governo, hanno cominciato una guerra contro chi vuole l’autodeterminazione da loro. Che poi quello rovesciato a Kiev fosse stato legittimamente eletto e quello ora al potere sia abusivo, conta poco. L’offensiva militare contro i separatisti russofoni, che hanno il terribile difetto di rappresentare la storia passata e presente dell’Ucraina, è iniziata ormai da giorni e, davanti alla resistenza di chi non vuole strappare radici e inginocchiarsi all’ultradestra nazistoide governante a Kiev, hanno scelto di usare la mano pesante.

Con i carri armati cercano di riprendere con la forza il controllo di Odessa. Non hanno problemi a scatenare le bande naziste di “Settore destro” che, come da tradizione, fanno il lavoro sporco. Nello specifico quello di dar fuoco alla sede del sindacato dove si erano rifugiate persone in fuga dall’offensiva. Quaranta persone bruciate vive nel compiaciuto silenzio delle cancellerie occidentali che, per molto meno, avevano scatenato una campagna di finta indignazione e contro il governo eletto di Kiev, poi spodestato.

Umoristica la richiesta di Bruxelles di una “commissione indipendente” sui fatti: non solo non c’è nessuna istituzione indipendente in Ucraina, ma per vedere cosa pensano i golpisti d’ispirazione nazista di presunte indipendenze, basta andare proprio ad Odessa. Quella dell’Europa, dunque, più che una presa di posizione sembra l’esibizione di un certificato di esistenza in vita.

Né i quaranta morti provocati da tanto coraggio smuovono i media occidentali, italiani e statunitensi in testa, che inneggiano alla guerra; vuoi per la loro indefessa militanza occidentale, vuoi perché la guerra fa vendere copie oltre che armi, vuoi perché veder sparare offre il vantaggio di poter scriverne senza l’incombenza di dover conoscere la storia. Eppure, la ricostruzione di Kiev di quanto avvenuto è talmente ridicola che, da sola, ha obbligato l’UE a far finta di chiedere un’indagine indipendente. E se non lo fanno? Gli tolgono una “A” dal rating di golpisti?

Hanno fretta i golpisti ucraini. Anche perché il loro vero comandante in capo, John Brennan, il direttore della CIA che da Kiev dirige le operazioni, ha imposto l’obbligo di avere ragione della rivolta entro l’11 Maggio, data nella quale i rivoltosi hanno indetto un referendum sul modello di quello che ha vinto in Crimea. Peraltro, il 25 Maggio sono state indette le elezioni in Ucraina e, per quella data, la piazza dev’essere sgombra dalle macerie della storia e dai fastidiosi ingombri della democrazia rappresentativa; votare nel pieno di una guerra toglierebbe charme alle ipocrisie di Obama in mondovisione, e poi i missili Nato hanno bisogno di spazio, non di discussioni sulla legittimità e opportunità della loro presenza.

Gli accordi di Ginevra sono ormai morti e sepolti sotto la montagna di bugie che l’Occidente aveva rifilato a Mosca, sulla falsariga di quelle già raccontategli dopo la caduta del muro di Berlino. Il riferimento è alle generiche quanto false rassicurazioni fornite da Washington e Bruxelles circa l’utilizzo dei territori dell’ex Patto di Varsavia per allargare ad Est l’Alleanza Atlantica e minacciare la Russia. “Nessuno vuole puntarli sulla Russia”, dicevano le diverse amministrazioni statunitensi; eppure l’Est Europa è diventato quasi una sola postazione missilistica Nato con testate puntate su tutta la Federazione Russa e sull’Iran.

La questione non è non è se i golpisti ucraini avranno o no ragione sul piano militare dei rivoltosi: la disparità delle forze in campo, sotto tutti i punti di vista, è enorme. Quindi il dubbio non è su quanto sta avvenendo sul terreno, ma su quanto potrà avvenire. Si tratta infatti di capire come reagirà il Cremlino. Fino a quando Mosca deciderà di vedersi rosicchiare interi blocchi storicamente appartenenti alla sua sfera d’influenza, per consentire agli USA di portare una minaccia militare direttamente ai propri confini? Fino a quando permetterà di trasformare i suoi confini in basi Nato, alterando così non poco l’equilibrio militare e i tempi e i luoghi della reazione rapida ad un eventuale attacco americano alla Russia?

Sarebbe stupido pensare che una eventualità del genere sia fantascienza: quanto avvenuto dall’epoca di Reagan fino a quella di Bush indica come il progetto di estensione ad Est della Nato sia il principale obiettivo per garantire il dominio militare unipolare assoluto da parte di Washington sull’intero pianeta. E se non si vuole sostenere la parte ideologica dell’Occidente democratico contro l’orso russo, si deve riconoscere che una parte sostanziale del riarmo russo ha a che vedere proprio con questa situazione.

Mosca si trova infatti davanti ad un bivio pericolosissimo. Diversamente da quanto era in gioco fino al 1989 – una guerra totale tra due sistemi politici nemici – oggi la questione non è quanto e come garantire la reciproca difesa dei due sistemi, magari con una politica militare centrata sulla deterrenza. Oggi lo scontro tra i due sistemi non esiste più, entrambi appartengono allo stesso ceppo.

Non c’è più, quindi, antagonismo tra i sistemi, semmai concorrenzialità. Ed è questa che deve allarmare maggiormente Mosca. L’interdipendenza con l’Occidente rende Mosca più attaccabile di quando viveva nel suo isolamento. Ma può permettersi di subire le scorribande Nato ai suoi confini, di veder trasformare la Federazione Russa in una gabbia circondata da armi e governi ostili?

Se quindi da un lato, ovviamente, Mosca non può desiderare ( e nemmeno permettersi) una guerra ed ha perfettamente chiaro che non può ripetersi in Ucraina quanto avvenuto in Georgia, dall’altro non può nemmeno rimanere a guardare lo sfondamento del cuscinetto territoriale che doveva essere rappresentato proprio dall’Ucraina, che negli accordi serviva proprio a dividere la Federazione Russa dalla periferia dell’impero a guida Nato.

E, per quanto enorme, non è l’unica preoccupazione che agita Mosca. Il rischio oggettivo rappresentato dall’avere la Nato ai suoi confini si unirebbe a quello del possibile nuovo innesco dell’islamismo caucasico, che potrebbe riesplodere proprio in presenza di una limitata capacità di risposta militare russa, determinata dal doversi muovere vicino a polveriere di diversa natura. E’ per questo che il complesso militar industriale che guida il presidente Obama come un puparo con il burattino, ha deciso di sfidare fino in fondo Mosca, ritenendo, nella peggiore delle ipotesi, di dover sostenere un confronto militare tattico e limitato ai Balcani.

I militari americani confidano che Mosca indietreggerà davanti alla prospettiva di una guerra ai suoi confini, anche per non rischiare di veder rinfocolarsi le tensioni nei territori asiatici e caucasici, che finirebbero per porre la Russia al centro di focolai di guerra che diverrebbero incontrollabili.

Negli USA sono diversi i columnist americani che soffiano sul fuoco, ma arrivano anche forti critiche da personaggi che hanno fatto la storia della politica estera statunitense, come Kissinger e Brzezinski, i quali ritengono un gravissimo errore sfidare apertamente Mosca mettendola con le spalle al muro. Tutto da dimostrare, infatti, che Mosca chini il capo. Proprio per il sottofondo culturale del nazionalismo russo, quello della debolezza militare è un lusso insopportabile. Davvero installare missili in Ucraina può valere un conflitto? Davvero qualche migliaio di tonnellate di grano e mais e l’umiliazione del concorrente Putin valgono il rischio di una guerra nel cuore dell’Europa?

Europa che, sulla scorta di quanto avviene per le sue politiche economiche, delega alla Germania il da farsi. E non solo non ritiene di dover prendere in considerazione l’idea di battersi per la pace, di porsi come forza d’intermediazione per evitare una guerra nel suo continente, ma nemmeno di assumere una posizione frutto di una discussione sui suoi interessi geostrategici, che risultano evidentemente diversi e divaricanti da quelli di Washington. Tanto per fare un esempio, ci sarebbe il gas russo che Mosca potrebbe decidere di non fornirci più: dovrebbe essere sostituito da quello statunitense.

Ma questa, oltre ad essere una soluzione solo futuribile, comporterebbe un aggravio pesante di costi per gli europei. Washington certamente guadagnerebbe, l’Europa certamente ci rimetterebbe. Ma del resto, perché l’impero dovrebbe favorire le colonie d’oltremare? Guerre nostre, affari loro.

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