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A San Pietro la chiamata alle armi della scuola confessionale

Marina Boscaino
www.micromega.net

Dopo la doppia canonizzazione, ecco la scuola in Piazza S. Pietro. Dopo l’offensiva della parte del mondo cattolico più intransigente, quella che ha preteso e bloccato nelle scuole il progetto Unar contro l’omofobia; quella che appoggia con grande interesse le manovre di quelle regioni – capofila, la Lombardia – che, anno dopo anno, hanno favorito e favoriscono le scuole paritarie; quella che ha plaudito entusiasta alle esternazioni di Renzi, Giannini e Toccafondi sulla pari dignità ed importanza delle “due gambe del sistema scolastico nazionale” (le scuole pubbliche e quelle private-paritarie), che si concretizzeranno in trasferimenti economici a favore delle paritarie, a dispetto del “senza oneri per lo Stato” previsto dalla Costituzione, ecco che tutto il cattolicesimo si trasferisce in Piazza S. Pietro, al grido di “We care: Papa Francesco incontra la scuola”.

“La Chiesa in Italia vuole ribadire il proprio impegno e la propria passione per la scuola. Quest’anno lo farà anche in maniera pubblica con un grande pomeriggio di festa e di incontro con il Papa in Piazza san Pietro, a cui sono invitati gli studenti, gli insegnanti, le famiglie e tutti coloro che sono coinvolti nella grande avventura della scuola e dell’educazione“. Questo è il messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana.

“Riprendendo le parole del Papa riteniamo che sia necessaria una formazione completa della persona, che dunque non trascuri la dimensione religiosa. Non si potrebbero capire altrimenti tanti fenomeni storici, letterari, artistici; ma soprattutto non si potrebbe capire la motivazione profonda che spinge tante persone a condurre la propria vita in nome dei principi e dei valori annunciati duemila anni fa da Gesù di Nazareth. È per questo che vogliamo ancora una volta invitare ogni studente e ogni genitore a guardare con fiducia e con simpatia al servizio educativo offerto dall’insegnamento della religione cattolica“. “Già più di 150mila iscritti”, annuncia trionfante una delle più agguerrite associazioni di genitori cattolici , l’Agesc.

Al richiamo di papa Francesco, ovviamente, non resiste Giannini, la quale dimostrò immediatamente idee chiarissime riguardo al trattamento privilegiato da riservare alle paritarie (indimenticabile il suo “scuole paritetiche”). Trova importante testimoniare la propria presenza in piazza domani “perché era da molti anni che in Italia non ci si mobilitava per la scuola, se non per protestare. Inoltre questo Papa, con i suoi gesti e le sue parole, ha la grande capacità di dare speranza e fiducia». E noi che ci siamo illusi che la nostra fosse una forma di partecipazione democratica, l’unica concessaci negli ultimi anni per testimoniare dissenso nei confronti di governi che dicevano e dicono “ascolto” e operano uccidendo la scuola statale; che dicono “centralità della scuola”, e tolgono alla scuola di tutti per dare a quella paritaria, come è noto a tutti, in prevalenza confessionale.

Al suo esordio Giannini dichiarò: «La libertà di scelta educativa deve trovare anche in Italia un suo spazio politico e culturale concreto, occorre darle una visibilità politica. E servono misure perché le scuole paritarie possano essere una delle opzioni per le famiglie». Non solo: «la scuola paritaria è uno dei punti del sistema che funziona meglio quindi si tratta di rafforzarla». Al messaggio seguì lo stanziamento di 483 milioni, comunicato dal Miur pochi giorni dopo l’insediamento del governo Renzi, a sostegno della scuola paritaria. Il Miur, sulla scorta dei dati Agesc (sic!), ha certificato che la presenza delle scuole paritarie in Italia garantirebbe un risparmio per lo Stato di oltre 6 miliardi di euro, fondi utili per essere investiti anche nella scuola statale che, assieme a quella paritaria, forma il nostro sistema scolastico pubblico: si è visto…

I dati vanno letti correttamente: l’Agesc si riferisce al bilancio (parziale) dello Stato e non a quello (complessivo, non formalizzato, ma reale) della Nazione, intesa come insieme di cittadini e di famiglie. Se tutti ci pagassimo sanità e scuola privata, lo Stato avrebbe un enorme avanzo di bilancio. Chi manda i figli alle paritarie, se non le evade, paga sia le tasse – che finanziano anche la scuola pubblica – sia la retta. Lo studente paritario costa meno allo Stato perché costa di più alle famiglie. Meglio: a quelle che se lo possono permettere.

Il problema è dunque decidere se istruzione e sanità siano diritti costituzionali per tutti, principi fondanti la nostra società e se lo Stato consideri imprescindibile perseguirli e sostenerli; o se invece siano uno spreco. Giannini e Agesc suggeriscono la seconda interpretazione. Se abolissimo istruzione, sanità, difesa, giustizia, assistenza agli anziani e continuassimo a far pagare le tasse, lo Stato andrebbe subito in attivo. Si tratta di una soluzione praticabile, ma non auspicabile. Non bisogna poi dimenticare che in molti casi questo tipo di ragionamento suggerisce in modo implicito che mandare i figli alla paritaria dovrebbe implicare l’esenzione dalle tasse per la pubblica: meno tasse, chi può si paga la scuola di serie A, e chi non può va in quella di serie B, ulteriormente impoverita da un minor gettito fiscale.

La formula e il computo proposti, che rispondono chiaramente ad un progetto politico – oltre che di facile impatto immediato – sono profondamente scorretti: anticamera di una società disomogenea, che determina diritti e doveri dei cittadini in base a censo e a potere d’acquisto di chi li esercita. Oltre a rivendicare il primato della famiglia tradizionale e il diritto di scelta, Gelmini, Agesc, Bagnasco e chi con loro, dovrebbero ricordare anche la profonda iniquità di una simile soluzione. Anziché strumentalizzare le esigenze di bilancio per portare acqua al mulino della scuola paritaria confessionale, la compagine di governo potrebbe provare a tenere conto di alcuni principi costituzionali, che facilmente dimentica: quello della laicità dell’insegnamento, il già citato “senza oneri per lo Stato”, come il dovere della Repubblica di istituire scuole di ordine e grado.

La chiamata alle armi per domani è stata imponente, molto più che in qualsiasi altra occasione. Formula a partecipazione “libera” (non solo scuole paritarie confessionali): l’invito, indirizzato agli Uffici Scolastici Regionali, è giunto ai dirigenti, che lo hanno inoltrato tramite circolare a studenti, famiglie, docenti. La scuola di tutti viatico per una kermesse della cristianità. I fedeli sono convocati alle 15.00 di pomeriggio, alle 16,45 diretta su RaiUno. Ascolteremo con attenzione le parole del Papa, sperando che non accolgano gli auspici di Bagnasco e di Suor Monia Alfieri, presidente Fidae Lombardia, una delle più intransigenti fan dell’estensione del modello buono-scuola lombardo.

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