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Non giudicate. Ma perché?

Nino Lisi
Cdb San Paolo (Roma)

C’è stata una stagione della mia vita, intorno ai vent’anni, durante la quale ho praticato con assiduità il “trittico mattutino” (mi pare che così si chiamasse allora),cioè: messa, comunione e meditazione; cui di pomeriggio e in serata, ma con minore assiduità, si aggiungevano le recite dell’ufficio della madonna e del rosario. La mia sensibilità ed il mio modo d’essere di oggi sono lontani le mille miglia da quelli d’ allora e le devozioni dell’epoca le ho abbandonate da un pezzo. Tuttavia non rinnego quel periodo né rimpiango il tempo impiegato a quel modo, perché si è trattato di una esperienza fortemente formativa, la cui impronta ha resistito in sostanza a più di sei decenni.

Per le meditazioni usavo di solito un testo molto antico, di autore ignoto: L’Imitazione di Cristo. Ne possiedo ancora una copia, ma non è quella che utilizzavo allora, che nel mio ricordo aveva un copertina nera. Nella brevissima prefazione del traduttore, il testo è presentato così: < è certo, dopo la sacra Scrittura, il più gran libro che possiede la cristianità>. Quel che ho ricavato – non ricordo né il come, né il perché – dalla sua lettura e dalle riflessioni che ho provato a farci è un insegnamento che mi accompagna da allora e che secondo me sta a fondamento del precetto, o raccomandazione o suggerimento di Gesù che esorta a non emettere giudizi a carico degli altri.

Fondamento che, a parer mio, non sta nel fatto che giudicare non sia bene, né che il mondo sarebbe assai peggiore di quanto è, proprio un autentico inferno, se ci giudicassimo gli uni gli altri e stabilissimo i reciproci comportamenti in base ai rispettivi giudizi. Bensì nel fatto che giudicare è pressoché impossibile, perché non ne abbiamo i mezzi, non abbiamo elementi sufficienti per costruire un ragionevole giudizio.

Avremmo infatti un bel volerci mettere al posto di un altro/a, entrare nei suoi panni, come si suole dire; potremmo infatti sforzarci di immedesimarci nell’altrui condizione e cercare di immaginare come ci comporteremmo noi in tali circostanze; ma appunto potremmo immaginare come ci comporteremmo noi nel suo contesto, ma non come si potrebbe comportare lui o lei che sia. Perché non siamo e non saremo mai lui o lei; non potremmo mai diventarlo e non sapremo mai come lui o lei sono nel profondo; non ci è dato di saperlo. Perciò, conclusi più di sessant’anni fa, giudicare non è bene o male, è semplicemente impossibile ed incaponirsi a farlo è soprattutto stupido.

Questo convincimento nel tempo, si direbbe con l’esperienza, si è andato rafforzando: osservando anzitutto me stesso, scoprendo come sono andato cambiando e rendendomi conto di quanto i miei cambiamenti siano dipesi dai libri che ho letto, dalle vicende che ho vissuto, soprattutto dalle persone che ho incontrato. Fino a rendermi conto che in gran parte i miei cambiamenti non sono dipesi da me, che non ho deciso io di cambiare, che tutto sommato non ho scelto io di essere come sono. E penso che nemmeno gli/le altri/e lo abbiano scelto, o per lo meno non lo abbiano scelto del tutto. Ci si è trovati ad essere come si è, non dico per caso, ma per una serie di fattori di cui solo alcuni – forse nemmeno i più numerosi e i più importanti – dipendono da noi.

Ricordo una chiacchierata a Milano, di molti anni fa, con un mio amico di Napoli, assai più giovane di me. L’ultima volta lo avevo incrociato ad Assisi, agli inizi degli anni settanta, in un convegno della Pro Civitate Christiana al quale partecipava, ancora abate, Giovanni Franzoni. Il mio amico studiava sociologia a Trento e in quel convegno sostenne con molto vigore alcune dirompenti tesi in ordine alla gestione del potere. Incontratolo di nuovo, mi raccontò di sé, di cosa avesse fatto dopo aver lasciato prima Napoli e poi Trento, degli studi e delle militanze in cui si era impegnato.

Alla fine confidò, credo più a se stesso che a me, come una sera, in una certa riunione del collettivo metropolitano milanese, nelle dinamiche di gruppo che erano scaturite nella discussione, si fosse trovato accanto ad alcuni a sostenere una tesi, invece che con altri a sostenerne un’altra. Ed aggiunse che a parti invertite, lui, in quel momento, invece che a conversare con me si sarebbe trovato in carcere a scontare una pena per terrorismo. Ed era molto turbato al pensiero che la scelta di quella sera gli sembrava essere stata dettata più dalle circostanze (mantenere il punto, non lasciare chi aveva sostenuto la sua stessa posizione) che da un lucido ragionamento.

Un’altra volta mi è capitato di discutere con un neuropsichiatra di un episodio cruento avvenuto a Roma e finito in tribunale. I magistrati avevano chiesto una perizia psichiatrica che accertasse se il protagonista al momento del fatto fosse in grado di intendere e di volere. Discorrendo scoprii che si può essere pienamente consapevoli di ciò che si sta compiendo e che si voglia farlo – cioè di essere pienamente in grado di intendere e di volere, secondo il linguaggio forense – ma si può essere preda di un impeto compulsivo al quale non ci si può sottrarre.

Mi ricordai così di un’assistente sociale giudiziaria presso il Tribunale dei Minorenni di Napoli che mi aveva detto anni prima – può darsi esagerando, non so – di non essersi mai imbattuta in delinquenti, ma solo in malati e malate.

Di recente ho visto alcune puntate di Sesto Senso, una trasmissione televisiva di Rai 3, incentrata sulla esplorazione del cervello umano. Per sottotitolo ha questa nota: . E davvero non ti aspetti (almeno io non me lo aspettavo) che il tuo cervello svolga alcune funzioni indipendentemente da te, come fa il cuore che pulsa senza che tu lo voglia.

Può provocare ad esempio lo scarico di una quantità tale di endorfine da impedirti di avvertire il dolore della frattura di un arto se ciò è necessario perché tu riesca a metterti in salvo da un fiume nel quale altrimenti annegheresti; una volta in salvo, a tua insaputa, il tuo stesso cervello ti lascia avvertire tutto il dolore della frattura, e solo allora tu ne prendi coscienza.

Non ti aspetteresti nemmeno (io certo non me lo aspettavo) che tra cervello e stomaco vi sia un collegamento strettissimo tanto che alcuni considerano lo stomaco come un secondo cervello. Neppure ti aspetteresti che dopo una emorragia cerebrale un “delinquente abituale” smetta di delinquere e non perché si sia convertito, ma per delle modificazioni del cervello provocate dall’emorragia. A meno che non vogliamo convenire che proprio in ciò consista la conversione.

Non voglio concludere, certo, che siamo tutte e tutti degli automi senza libertà di scelta ed esenti da responsabilità. Sto solo cercando di sottolineare che la complessità della vita è tale che ogni vicenda umana ha in sé qualcosa che l’avvicina al mistero, per cui qualsiasi giudizio non può che essere azzardato e quindi improponibile.

In questa ottica credo che rivelino il loro profondo valore (che nulla ha a che vedere con il buonismo) le parole di Papa Roncalli secondo le quali si può giudicare l’errore ma non l’errante,il peccato ma non il peccatore. Così come quelle di Papa Francesco quando si è chiesto < Chi sono io per giudicare?>. Con buona pace di tutti i giudici piccoli e grandi di questo mondo, santa romana chiesa, ovviamente, compresa. Ecco dunque l’approdo di un pensiero partito in anni tanto lontani meditando su l’Imitazione di Cristo.

E la Dottrina del Libero Arbitrio? Mi pare evidente che sia da rivedere. E senza scandalo, perché in primo luogo fu scritta prima delle scoperte di Freud e delle neuroscienze e perché in secondo luogo non è che quel che si è capito o si è creduto di capire una volta valga per sempre.

Cosa ci resta, allora? A mio avviso tutto l’essenziale: l’insegnamento, suggerimento, precetto fondamentale di Gesù che è quello di perdonarci reciprocamente, di accoglierci così come siamo, di amare comunque tutti e tutte , gratuitamente, non soltanto chi crediamo buono ma pure chi ci sembra cattivo. E senza giudicare.

Che poi ci si riesca è magari un altro discorso. Ma qualcuno ha forse detto che mettersi al seguito di Cristo sia impresa facile? Nella Imitazione di Cristo non c’è scritto.

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