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L’Europa senza unione

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Con un’insofferenza nei confronti dell’Unione Europea ai massimi storici, il voto conclusosi domenica nei 28 paesi che ne fanno parte ha registrato, con alcune rare eccezioni, una netta flessione se non un crollo clamoroso dei partiti protagonisti in questi ultimi anni dell’implementazione di impopolari misure di austerity, sia di destra che nominalmente di sinistra.

Nessuna flessione ha fatto segnare invece il livello di astensionismo, rimasto come nel 2009 al 57%, confermando come una netta maggioranza degli elettori continui ad esprimere la propria opposizione alle istituzioni europee disertando le urne, non vedendo alcun progetto politico in grado di offrire molto di diverso da povertà, disoccupazione, erosione dei diritti sociali e strapotere di banche e multinazionali.

La corretta percezione dell’Unione Europea come strumento unico dei grandi interessi economici e finanziari ha avuto, come previsto, esiti nefasti soprattutto in Francia. Qui, sulla scia di quanto accaduto nelle recenti elezioni amministrative, il Fronte Nazionale (FN) di estrema destra si è imposto come primo partito, aggiudicandosi quasi il 25% delle preferenze, davanti sia all’opposizione di centro-destra dell’UMP (Unione per un Movimento Popolare), attestatosi al 20,8%, e soprattutto al Partito Socialista di governo.

Gli attacchi allo stato sociale francese del presidente Hollande e la decisione di operare un’ulteriore svolta a destra dopo la batosta patita nelle amministrative con la nomina a primo ministro di Manuel Valls, nonostante il messaggio opposto lanciato dagli elettori francesi, si sono tradotte in una umiliante sconfitta nel fine settimana appena trascorso.

Il PS ha ricevuto la miseria del 14% dei voti, vale a dire meno della metà di quelli delle elezioni legislative che vinse nel 2012. La Francia fa parte della decina di paesi nei quali l’affluenza è stata leggermente superiore al 2009, dovuta in questo caso, con ogni probabilità, al desiderio diffuso di punire il partito di governo.

L’esecutivo socialista ha convocato lunedì una riunione di emergenza, anche se le prime iniziative in risposta all’esito disastroso del voto annunciate dal premier Valls sono apparse nuovamente disconnesse dalla realtà, visto che l’ex ministro dell’Interno ha prospettato un taglio delle tasse che avrebbe conseguenze ancora più gravi su una spesa pubblica già ridotta enormemente dal recente bilancio.

Da parte sua, la leader dell’FN, Marine Le Pen, ha chiesto lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni, affermando che i francesi “vogliono che la Francia sia governata dai francesi, per i francesi e con i francesi” e non da “commissari stranieri”, a conferma di come i successi del suo partito siano basati sull’odio diffuso per le politiche imposte da Bruxelles.

Un esito simile a quello della Francia hanno avuto poi le elezioni europee in Gran Bretagna, dove l’equivalente dell’FN – anche se esteriormente più “moderato” – ha messo in fila laburisti e conservatori, i cui governi negli ultimi anni sono stati protagonisti della demolizione senza precedenti del welfare nel Regno Unito.

Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage ha ottenuto quasi il 28%, cioè oltre dieci punti percentuali in più del 2009, contro il 25,4% del Partito Laburista e il 24% dei Conservatori. Virtualmente spazzato è via è stato addirittura il Partito Liberal Democratico, partner di governo dei Conservatori a Londra, finito quinto con meno del 7% e dietro anche ai Verdi.

Irrisoria è stata l’affluenza alle urne in Gran Bretagna, con quasi due elettori su tre che hanno preferito rimanere a casa. Questo dato e il successo dell’UKIP mandano un segnale molto chiaro al primo ministro Cameron e ai Conservatori a un anno dalle elezioni parlamentari, anche se probabilmente il governo cercherà ora di contrastare l’appeal del partito di Farage con misure e appelli xenofobi, nonché insistendo sul referendum per la permanenza di Londra nell’Unione Europea, promesso per il 2017.

I sentimenti anti-europeisti degli elettori si sono fatti sentire ugualmente in Grecia, anche se hanno premiato soprattutto la sinistra. Qui, SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale) di Alexis Tsipras ha coronato i progressi degli ultimi anni diventando il primo partito con il 26,5% delle preferenze. Subito dietro si è piazzato il partito di destra del premier Antonis Samaras, Nuova Democrazia, il quale ha perso però quasi dieci punti rispetto a cinque anni fa, attestandosi al 23%.

Devastante è stata la sconfitta dei socialisti del PASOK, ex primo partito greco e da tempo ombra di se stesso dopo avere presieduto all’inaugurazione delle politiche di devastazione sociale somministrate da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. Il PASOK ha ottenuto appena l’8%, meno ancora del già disastroso risultato delle legislative del 2012 (13%) e quasi trenta punti in meno delle europee del 2009.

In attesa dei risultati delle amministrative, che si sono tenute sempre domenica in Grecia, Tsipras ha festeggiato quella che ha definito come “una vittoria contro l’austerity”, per chiedere poi elezioni anticipate. Come è ovvio, SYRIZA ha capitalizzato la frustrazione degli elettori greci per il processo di impoverimento di massa ordinato dagli ambienti finanziari internazionali tramite l’Unione Europea.

In molti, tuttavia, fanno notare come il movimento di Tsipras – protagonista nei mesi scorsi di svariate apparizioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti per rassicurare i propri interlocutori – oltre a promettere un’inversione di rotta sul fronte dei tagli alla spesa pubblica e agli stipendi, intenda soltanto rinegoziare i termini per il rimborso del debito della Grecia con UE/FMI, prospettando tutt’al più solo un lieve allentamento della morsa nella quale si trova costretto da anni questo paese.

Nonostante l’avanzata della sinistra, qualche progresso lo ha fatto segnare anche l’estrema destra dei neofascisti di Alba Dorata (Chrysi Avgi), neutralizzando in parte i tentativi di emarginazione nei suoi confronti degli ultimi mesi. Il partito guidato dall’anti-semita Nikolaos Michaloliakos ha superato il 9%, migliorando sensibilmente le prestazioni delle ultime tornate elettorali.

A differenza di Francia, Gran Bretagna e Grecia, in Spagna i due principali partiti del panorama politico hanno conservato il primato, anche se le perdite in termini di voti sono apparse notevoli. Il Partito Popolare (PP) al governo, in particolare, ha assistito ad una vera e propria emorragia nonostante sia risultato il più votato con il 26% dei suffragi. Il PP aveva vinto le elezioni parlamentari nel 2011 con quasi il 45%, mentre alle europee del 2009 aveva superato il 42%.

Male è andato anche il Partito Socialista (PSOE), fermatosi al 23% contro il già fallimentare 29% del 2011 e il 38,5% del 2009. A chiarire il cambiamento di attitudine degli elettori spagnoli è ancor più il dato combinato dei voti raccolti da PP e PSOE, pari a oltre l’80% del totale nel 2009 e nemmeno in grado di toccare il 50% dopo il voto di domenica.

A beneficiare del crollo di PP e PSOE sono stati partiti e formazioni di sinistra che hanno fatto campagna elettorale con un messaggio contro l’austerity. L’alleanza Sinistra Plurale e “Podemos”, partito nato recentemente dal movimento degli “Indignados”, hanno sfiorato rispettivamente il 10% e il 9%. Buoni risultati hanno fatto registrare infine anche i partiti separatisti catalani.

Relativamente in controtendenza sono apparsi i risultati della Germania, caratterizzati dalla tenuta dei partiti di governo CDU/CSU e SPD. Il partito della cancelliera Merkel ha chiuso al 36% e i socialdemocratici a poco meno del 28%. Mentre questi ultimi sono cresciuti sia rispetto alle europee del 2009 che alle recenti elezioni federali, la CDU/CSU ha registrato una certa flessione.

Se i Verdi e Die Linke sono stati tutto sommato stabili, gli anti-europeisti di AfD (Alternativa per la Germania), pur salendo al 6,5%, non hanno sfondato. Uno dei dati più inquietanti provenienti dal voto di domenica in Germania è invece la probabile conquista di un seggio al Parlamento europeo del Partito Nazionaldemocratico tedesco (NDP) di ispirazione neo-nazista, in grado per la prima volta di superare quota 1%.

In linea generale, sono stati i partiti anti-europeisti di estrema destra a crescere, a discapito soprattutto di quelli di centro-sinistra. Uno dei dati più eclatanti, oltre che dalla Francia, è giunto dalla Danimarca, dove il Partito Popolare (DF) ultranazionalista e xenofobo ha ottenuto più di un quarto dei voti espressi, davanti al Partito Social Democratico di governo, fermatosi al 19%.

Primo partito è stato allo stesso modo l’N-VA (Nuova Alleanza Fiamminga) con il 16,5% in un Belgio interessato anche dalle elezioni legislative, mentre in Austria il Partito della Libertà (FPÖ) è giunto dietro sia al Partito Popolare di centro destra (ÖVP) che ai Social Democratici (SPÖ) ma, con quasi il 20% ha superato di otto punti il risultato delle precedenti europee.

Complessivamente, i risultati del voto di domenica dovrebbero confermare il gruppo del Partito Popolare Europeo come il più numeroso nel parlamento appena eletto, con circa 214 seggi sui 751 totali contro i 274 raccolti nel 2009. I socialisti europei dovrebbero avere invece attorno ai 186 seggi, mentre il resto sarà diviso tra gruppi minori e indipendenti non affiliati.

I nuovi equlibri renderanno perciò più probabile l’elezione a presidente della Commissione Europea dell’ex premier lussemburghese, Jean-Claude Juncker, uno dei più convinti sostenitori delle politiche di rigore all’interno dell’Unione.

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