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Un secondo Francesco in Terra Santa di R.LaValle

Raniero la Valle
Rocca n° 11/2014

Mentre l’Europa, chiusa nella sua fortezza, votava il 25 maggio per i suoi egoismi, per il suo denaro, per i suoi divieti di ingresso e incoronava nuovi leaders populisti fatti di nulla, quello che una volta si chiamava Patriarca d’Occidente e che perciò doveva essere il primo a trepidarne, era volato a Gerusalemme quasi a dire all’Europa che le sue vere frontiere stavano lì, presso nuovi popoli, dove oggi si giocano la pace, la civiltà e il futuro del mondo.

Il Papa è andato lì come vescovo di Roma, per ripetere il gesto compiuto durante il Concilio da Paolo VI che vi era corso ad abbracciare il vescovo di Costantinopoli, divisi com’erano, da novecento anni, da reciproche scomuniche. Però questo nuovo evento di comunione tra i due Patriarchi delle Chiese divise non poteva essere semplicemente una replica dell’antico. Non doveva essere solo incontro ma già preghiera comune. E doveva mostrare che se fra i gerarchi delle due Chiese, successori degli apostoli Pietro ed Andrea, la pace ormai era fatta, c’era ora una pace ben più difficile e necessaria da fare, quella tra le Chiese stesse, tra i loro fedeli.

Sono le Chiese e i fedeli infatti, non solo i loro capi e teologi, che si devono riconciliare. Esse sono divise tra Oriente e Occidente come all’interno di ogni Paese, e perfino a Gerusalemme esse sono a malapena capaci di convivere attorno al sepolcro di Cristo solo grazie alla puntigliosa osservanza del decreto di un Sultano ottomano. Ma non basta migliorare i rapporti. E a poco varrebbe che il Papa, il Patriarca ortodosso e gli altri esponenti cristiani abbiano pregato insieme al sepolcro, se poi i fedeli delle loro Chiese continuassero a essere separati dall’eucaristia, a non poter praticare l’intercomunione, a trovarsi ciascuno davanti a una mensa divisa.

L’eucaristia non può continuare ad essere la pietra d’inciampo, su cui si esercita il potere di ciascuna Chiesa per decidere chi sta dentro e chi sta fuori del recinto sacro, per separare nel popolo di Dio i membri regolari dai sans papier. Su questo cammino papa Francesco sembra voler andare: ha già detto che l’eucaristia non si può usare come un premio o come un castigo, e se egli vuole trovare una strada perché possano comunicare nell’eucaristia i divorziati risposati, tanto più vorrà cercare di aprire una via perché possano comunicare nella condivisione della Parola e della mensa eucaristica i fedeli delle diverse confessioni cristiane.

Del resto è chiaro che l’ecumenismo tra le Chiese non è solo un affare di relazioni esterne, ma comporta una riforma interna di ciascuna Chiesa. Il Papa sa che ristabilire il rapporto con le Chiese ortodosse significa recuperare una modalità collegiale e sinodale della vita della Chiesa romana, e comporta anche la disponibilità a rivedere i modi di esercizio del primato petrino, come ha ripetuto a Bartolomeo; ma ancor più ciò vorrebbe dire recuperare anche le luminose intuizioni della tradizione orientale, come quella che assorbe la giustizia nella misericordia di Dio, che per mille anni la Chiesa di Roma ha lasciato offuscare.

L’unità tra il religioso e il politico

Questo, dell’unità tra le Chiese, è stato il primo scopo del viaggio. Ma altre unità da costruire sono entrate potentemente in gioco nelle poche ore di questo straordinario pellegrinaggio, che per la sua qualità senza precedenti non è sembrato tanto il pellegrinaggio del quarto papa in Terra Santa (dopo Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), quanto quello di un secondo Francesco. Tre unità sono state propugnate da papa Francesco nei tre giorni del suo passaggio: l’unità tra israeliani e palestinesi, quella tra musulmani, ebrei e cristiani, quella tra cristiani ed ebrei.

Ma un’altra unità si è innalzata al di sopra di tutte, ed è quella che papa Francesco ha quasi magicamente stabilito: l’unità senza confusione tra il religioso e il politico.

Aveva detto il papa, annunciando il viaggio, che sarebbe stato un viaggio esclusivamente religioso. E in verità sembrava impossibile un viaggio solamente religioso nel luogo più politico che esiste. E invece veramente religioso lo è stato. E anzi fortemente religioso, di una religione che non siamo più abituati a vedere così fortemente praticata. Ma si trattava di quel “religioso” che proprio lì, in quella terra dell’incarnazione, aveva svelato l’indissolubilità tra il divino e l’umano, la non separazione tra la trascendenza e la storia, l’ordinazione della fede non all’alienazione ma alla vita.

Sicché nessuna manifestazione religiosa poteva essere più politica di questa, e tutta la testimonianza del Papa è stata intessuta di straordinari gesti politici, di cui peraltro nessuno si è doluto: la pace annunciata dal Bambino deposto nella mangiatoia doveva essere per il Papa anzitutto la pace misurata dal modo con cui noi trattiamo i bambini, visti come il “segno diagnostico” della condizione materiale ed etica del mondo; la pace nella terra del Signore doveva cominciare dalla pace, concreta e attualissima, nella Siria dilaniata da tre anni di guerra; il peccato chiamato per nome è stato quello dei criminali che costruiscono e commerciano le armi che continuano a uccidere e vanno in mano perfino ai bambini soldato; la prima sosta di preghiera, in silenzio ed in lutto, è stata per il Papa, a Betlemme, quella davanti al muro della separazione tra israeliani e palestinesi, simbolo di un conflitto inteso come definitivo e fonte di inesauribili sofferenze; la forma della convivenza dei due popoli sulla stessa terra di Palestina è stata indicata esplicitamente da papa Francesco come quella tra due Stati egualmente sovrani internazionalmente riconosciuti; e il presidente dello Stato di Palestina (il Papa ha parlato sempre di “Stato di Palestina”, non di territori palestinesi) e quello dello Stato d’Israele sono stati personalmente invitati a un incontro di preghiera nella casa del Papa in Vaticano (non dunque nella sede in una religione sovrastante le altre), per una comune invocazione del gran dono della pace.

Mediazione o preghiera a Santa Marta?

Dunque che Francesco, Abu Mazen e Shimon Peres preghino insieme. Cosa c’entra questo con la politica? Qualcuno ha subito tradotto che il papa si era offerto come mediatore tra i due, quasi fosse Clinton od Obama, e Santa Marta in Vaticano fosse la Casa Bianca. Qualcun altro ha pensato che la preghiera fosse solo un pretesto, una copertura, una pia allusione strumentale a ben più mondani discorsi o confronti politici. Invece, nell’invito del Papa, si trattava proprio di pregare insieme il Dio da tutti e tre riconosciuto e professato. E nessun atto può essere più politico di questo.

Anzitutto perché se quello è il Dio di tutti e tre, nessuno se lo può tirare dalla propria parte per giustificare la propria guerra contro l’altro; e se lo si prega per la pace vuol dire che in nessun modo lo si può invocare a legittimazione di qualsiasi violenza degli uni contro gli altri (cosa che il Papa ha ripetuto al Gran Muftì di Gerusalemme, come agli altri interlocutori, musulmani od ebrei che fossero).

Ma ancor più, nel caso della tragedia di Israele e Palestina chiamare in causa la preghiera e chiedere a Dio il dono della pace significa entrare nel più profondo e taciuto motivo del conflitto, quello che finora ne ha impedito la soluzione: il fatto cioè che Israele non possa ammettere che non gli appartenga qualsiasi parte della terra di Israele, in modo tale che nessun territorio “occupato” possa cedere ai palestinesi e che non vi sia alcuna parte di quella terra in cui non abbia diritto di costruire colonie e insediamenti, perché si tratta della terra d’Israele per diritto divino, e perciò non negoziabile neppure da parte dei dirigenti laici o non credenti dello Stato.

Dunque la soluzione politica dei due popoli in due Stati per essere una soluzione non imposta con la forza, ma col consenso e nella pace, ha bisogno di un nuovo pensiero, deve passare attraverso una condizione che è una condizione religiosa, vale a dire una rivisitazione non fondamentalista e non nazionalistica della promessa biblica della terra al popolo ebreo. E una conversione nella lettura e nell’intelligenza delle Scritture è effettivamente un dono di Dio.

Qui c’è dunque la portata politica dell’azione religiosa. Nel rapporto con gli ebrei, con i musulmani, con i palestinesi, con gli altri cristiani, questa forza della parola e del gesto religioso del Papa è apparsa sempre visibilissima e coinvolgente.

Nel luogo della memoria di Yad Vashem, dove si ricordano i sei milioni di morti della Shoah, essa ha raggiunto forse il punto più alto. Francesco ha compiuto tutti i gesti consueti della pietà e del dolore. Ma ai sopravvissuti presenti, ognuno chiamato per nome, si è chinato a baciare la mano: ancora una volta un inchino del Papa dinanzi al Dio presente nel povero, nella vittima, in ogni umana creatura. E poi ha pronunziato un discorso in cui la sua riprovazione, la sua sofferenza, il suo sgomento per ogni forma di antisemitismo e per la Shoah perdeva ogni ritualità dovuta e raggiungeva una verità profonda, struggente, che metteva a nudo il mistero di grazia e il mistero di iniquità in cui è immersa la condizione dell’uomo sulla terra.

“Adamo, dove sei? Uomo, dove sei?” ha detto il Papa ripetendo le parole di Dio nella Genesi. Dio sapeva il rischio che l’uomo correva usando il divino dono della libertà. Ma forse nemmeno Dio avrebbe potuto immaginare in quale abisso l’uomo sarebbe caduto; e a questa “mostruosità” si era potuto arrivare perché l’uomo aveva eletto se stesso come Dio, e in questa idolatria aveva offerto a se stesso sacrifici umani, a se stesso si era immolato delle vittime. “Mai più Signore, mai più”, è stata la finale, straziante invocazione del Papa.

Ora non sappiamo se questa iniziativa così forte che il Papa ha preso in questo viaggio per la pace in Palestina darà dei frutti visibili, come accadde quando grazie alla sua iniziativa nel settembre scorso fu evitata la guerra alla Siria.

Ma certo egli ha posto gesti potenti, ed ha mostrato che solo un nuovo approccio può riattivare in quelle terre un ormai spento processo di pace; è come se il Papa avesse detto: tutti i mezzi della politica, della diplomazia, della pubblica sicurezza, della guerra, sono falliti; proviamo con la religione, passando però dalla religione alla fede; proviamo a rimettere insieme il discorso su Dio e sull’uomo, ma parlando all’uomo in un altro modo di Dio. È quello che egli ha fatto nel suo viaggio in Terra santa, è questo che fa ogni giorno, e il mondo ne è grandemente stupito.

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