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Abitare il conflitto di A.Esposito

Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina
www.micromega.net

La bibbia, contrariamente a quanto spesso sostiene la vulgata, è un testo attraversato dal conflitto. Tale constatazione non dovrebbe in alcun modo lasciarci interdetti: il conflitto, difatti, inerisce alla relazione, ne è parte costitutiva. Tutto sta in se e come il conflitto si individua, prima, e si affronta, poi. Non è escluso, difatti, che dal conflitto riconosciuto e gestito si approdi alfine ad una sua risoluzione. Questo, ad esempio, è il percorso compiuto da Giacobbe ed Esaù: il brano su cui oggi ci soffermeremo, contenuto nel libro che noi chiamiamo Genesi e che la tradizione ebraica denomina Bereshit (letteralmente: «in principio») rappresenta la conclusione di una storia profondamente segnata dal conflitto.

Riporto di seguito il brano, proponendone una traduzione in lingua italiana dall’originale ebraico: si tratta di pochi versetti che ho estrapolato dalla narrazione dell’episodio e rispetto ai quali vorrei proporre alle lettrici e ai lettori un breve percorso di riflessione, sospeso sul crinale incerto che separa, e al contempo unisce, l’interpretazione narrativa e quella psicologica del racconto biblico, che considereremo, va da sé, alla stregua di un qualsiasi testo letterario.

«E alzò Giacobbe i suoi occhi e vide: ed ecco, Esaù stava entrando, e con lui quattrocento uomini (…) E corse Esaù ad incontrarlo, e lo abbracciò, e cadde sul suo collo, lo baciò e piansero (…) E ritornò in quello stesso giorno Esaù per la sua via, verso Seir. E Giacobbe partì verso Sukkot» (Genesi 33:1,4,16)

Prima di esaminare insieme questi pochi versetti, è però opportuno richiamare alla nostra memoria gli antefatti.

Il conflitto tra i due figli di Isacco nasce da un furto: Giacobbe, infatti, ordisce ai danni di Esaù, insieme con la madre Rebecca, un piano, attraverso cui finisce per acquisire il diritto di primogenitura che, per nascita, sarebbe spettato al fratello. Al fine di sfatare un altro mito e di ridimensionare l’insopportabile retorica perbenista, diciamo subito che i conflitti più tesi prendono forma entro le mura domestiche, in seno a quella famiglia che, anziché idealizzata, andrebbe ricondotta entro la dimensione assai meno esaltante della realtà quotidiana, laddove il conflitto tra chi condivide tanto, talvolta troppo, non tarda ad emergere e, non di rado, ad esplodere. La bibbia, che è un testo legato a doppio filo alle vicende quotidiane di cui narra senza infingimenti moralistici, ci presenta questi conflitti senza cercare di abbellirli o di edulcorarli: ce li fa respirare in tutta la loro drammatica tensione, in tutta l’ossessione con cui, spesso, anche noi li viviamo e li soffriamo.

Giacobbe è da lungo tempo in fuga dal fratello, del quale teme l’ira e la vendetta: per cui vive da fuggiasco, carico d’angoscia e di timori. Questa l’atmosfera in cui si svolge il nostro racconto, che vorrei intitolare: «Giacobbe ed Esaù: commedia in tre atti».

Primo atto: l’attesa. Giacobbe sa che l’apparizione del fratello è ormai imminente: fin quando ha potuto l’ha differita; ora non può, non vuole più farlo. Ecco che all’orizzonte si profila la sagoma di Esaù: l’accompagna, minacciosa, l’inquietante presenza di quattrocento uomini. Giacobbe sente la fine avvicinarsi: è certo che la vendetta del fratello si abbatterà su di lui e sulla sua famiglia. Tutta la sua preoccupazione è volta al tentativo di placare quell’ira che egli sa essere del tutto giustificata. Il timore domina la scena così come l’animo di Giacobbe: ed è precisamente ciò che accade a noi e in noi ogniqualvolta vediamo avvicinarsi il momento in cui un conflitto va affrontato.

Temiamo la reazione dell’altra, dell’altro, che anche noi, non di rado, sappiamo essere motivata. Finché possiamo procrastiniamo il momento della «resa dei conti», che può portare lacerazione, strappo, rottura: meglio mantenere la tensione, allora. Il fatto di percepirla significa che, almeno, c’è ancora relazione. Tesa, certo, a tratti insopportabile: ma pur sempre qualcosa a cui appigliarsi, un antidoto a quella solitudine che è ciò che più temiamo e rifuggiamo. Meglio, piuttosto, il logorio di un combattimento quotidiano che ci fa sentire vivi. C’è poi chi, come Giacobbe, alla tensione costante e lacerante preferisce la fuga: non è risolutiva, è carica dell’angoscia che nasce dalla possibilità di incrociare sul cammino la persona che si è per lungo tempo evitata. Anche questa strategia, però, si rivela fallimentare: il conflitto, alla fine, va affrontato.

Secondo atto: l’inatteso. Schiacciato dal timore, in preda ad aspettative in tutto e per tutto negative, Giacobbe vede avvicinarsi il fratello come la peggiore delle minacce. Eppure avverrà l’inatteso. Prima di vedere come concretamente prenderà forma l’imprevisto, dobbiamo guardare a ciò che, in verità, l’ha reso possibile. Dividerei dunque il nostro atto in tre scene: due, diciamo così, «preparative»; la terza, infine, «risolutiva».

Prima scena: riconoscere la propria parte di responsabilità nel conflitto. È quanto faranno sia Giacobbe, che si sente in torto, sia Esaù, che non accampa l’assurda pretesa di stare in tutto e per tutto dalla parte della ragione. Senza questa reciproca disposizione, nessun conflitto giunge a risoluzione. Soltanto riconoscendo il mio contributo attivo alla generazione del conflitto compio materialmente un passo nella direzione dell’altro che, in questo modo, cesso di condannare attribuendogli ogni responsabilità, incluse le mie. Se ci soffermiamo un istante a riflettere, difatti, la mia parte nel conflitto è in ultima analisi l’unica su cui io possa davvero lavorare: per questo prenderne coscienza rappresenta il primo passo in direzione di una sua possibile risoluzione.

Finché questo passo io lo attendo dall’altro, mi sgravo di ogni responsabilità e, in questo modo, non faccio nulla per cambiare una situazione spiacevole e dolorosa. Che cosa posso mutare nel mio atteggiamento, dunque, perché l’altro «abbassi le difese»? Fino a quando questo lavoro critico su di sé non viene portato a termine, il conflitto rimane avvolto nelle spire del giudizio, la cui stretta non si allenta. Io soltanto la posso mitigare, cambiando il verdetto inflessibile sull’altro in riflessione critica su me stesso e sui miei atteggiamenti.

Seconda scena: riconciliarsi, ovvero «fare i conti con sé». Non è un caso che, in italiano, «riconciliar-si» sia un verbo riflessivo: non vi è riconciliazione con l’altra, con l’altro, se non vi è riconciliazione con sé. Riconoscere la propria responsabilità nella generazione e nella esasperazione di un conflitto è indispensabile, ma comunque insufficiente: ciascuno, prima di avvicinarsi all’altro, deve riavvicinarsi a sé. Giacobbe lo ha appena fatto, sostenendo sulla sponda del torrente Yaboq una strenua lotta con uno sconosciuto che sta a metà tra Dio ed una parte – ancora ignota – di sé (si legga a questo proposito Genesi/Bereshit 32:23-32). Yaboq, difatti, non è che il suo stesso nome, Yaqob, allo specchio: Yaqob, «l’ingannatore», che inganna, prima di ogni altro, se stesso, è chiamato a diventare Israel, «colui che affronta la lotta» con Dio e dunque con sé, colui che cessa di adottare la fuga da sé come strategia di sopravvivenza per incominciare finalmente ad affrontarsi, e per ciò stesso a vivere. Giacobbe lotta nell’oscurità della sua notte interiore con una figura dal volto incerto e imperscrutabile che lo mette di fronte a se stesso: un se stesso nuovo che, per diventare tale, deve prima affrontare il vecchio, quell’incrostazione che, se assecondata, finisce per sostituirsi all’identità. Fino a quel momento decisivo della sua esistenza, Giacobbe era colui che ingannava, raggirando gli altri e se stesso. Rimanendo inchiodato ad un’identità posticcia, a ciò che non era anche se lo identificava agli occhi degli altri, Giacobbe non avrebbe potuto incontrare Esaù: avrebbe continuato a fuggire da lui perché, in verità, avrebbe proseguito la fuga da sé. Ogni conflitto in cui ci troviamo coinvolti ci chiede, per essere affrontato, di fare i conti con noi stessi, con noi stesse, con quegli aspetti di noi che non amiamo e che pure, per una legge implacabile, finiscono per essere quelli che ci identificano agli occhi degli altri. La riconciliazione va fatta, anzitutto, con sé: dopodiché saremo pronti per incontrare l’altro.

Terza scena: la risoluzione. Ecco che l’inatteso prende forma: non si consuma nella volatilità delle parole; quelle, nella riconciliazione, spesso non servono più. L’incontro prende corpo nel gesto, nella condivisione di un’emozione a lungo trattenuta e persino repressa. Esaù cade al collo di Giacobbe, che deve restare ammutolito, incredulo.

D’improvviso il pianto si impossessa di entrambi e, nella sua spontaneità liberatoria, abbatte le barriere, elimina la distanza e consente l’abbraccio e l’incontro. Nessun chiarimento verbale, nessuna inutile spiegazione: soltanto l’emozione liberata, soltanto il gesto condiviso.

Terzo ed ultimo atto: la ripresa. La bibbia è allergica al romanticismo stucchevole che oggi permea di sé l’atteggiamento religioso. Alla fine del nostro brano che dà corpo alla riconciliazione anziché parlarne, Giacobbe ed Esaù si separano: sanno entrambi che, per preservare il loro rapporto conflittuale e fragile, devono mantenere una distanza. Nessun dramma, nessuna ipocrisia: ognuno per la propria strada, senza rancore, senza inutili forzature. Un conflitto e la sua composizione possono anche concludersi così, senza il lieto fine da soap opera: ciò vale anche per i nostri rapporti, spesso condannati a convivenze forzate. A volte ciò di cui una relazione ha bisogno per non logorarsi o franare è il rispetto di una salutare distanza.

Dovremmo imparare a vivere tutto ciò senza drammi, a capire che il riavvicinamento può essere temporaneo e preludere ad un nuovo distanziamento che preserva la relazione assai più di quanto non la pregiudichi: a volte, infatti, il danno risiede in una convivenza insostenibile. Allora, meglio lontani, se in realtà questo significa rimanere più vicini. Esaù e Giacobbe non mentono l’uno all’altro, non mettono in scena il patetico teatrino di un rapporto attento soltanto alle apparenze: ristabilita la relazione, ristabiliscono anche una distanza. Quest’ultima rappresenta per entrambi la salvezza del rapporto.

Nelle vite di tutti noi vi sono relazioni, anche significative, che fioriscono nel rispetto di una sana distanza e avvizziscono nella vicinanza forzata: si tratta di mettere in atto questo riconoscimento, il solo capace di bandire l’ipocrisia dal tessuto complesso e contraddittorio delle relazioni che ci coinvolgono e, in buona misura, ci determinano.

E se per una volta un approccio non convenzionale al testo biblico può risultare utile a fuggire l’ipocrisia anziché ad incentivarla, come di norma fa l’interpretazione tradizionalista, ben venga la rilettura delle scritture sacre con occhi profani: è con questi occhi, del resto, con la loro irriducibile libertà e la loro inesauribile fantasia, che esse sono state redatte. Ed è con questi stessi occhi, ne sono certo, che esse ci invitano ancora oggi ad essere lette e interpretate.

1 comment

VeraLezzi mercoledì, 18 Giugno 2014 at 13:43

Trarre bene da tutto: non perché si banalizzi il male, ma per una profonda fede nelle infinite risorse del Bene.

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