Home Recensioni e Segnalazioni “Don Gallo e i suoi fratelli”. A un anno dalla morte, un libro ricorda il prete genovese

“Don Gallo e i suoi fratelli”. A un anno dalla morte, un libro ricorda il prete genovese

Luca Kocci
Adista Notizie n. 21

Un anno fa, il 22 maggio 2013, moriva don Andrea Gallo, il prete partigiano compagno di strada degli ultimi e degli emarginati. La Comunità di San Benedetto al Porto di Genova – dove don Gallo ha vissuto gli ultimi 40 anni della sua vita – lo ricorda con un libro, appena pubblicato dalla casa editrice Il Segno dei Gabrielli, che è anche un atto d’amore e un ulteriore saluto da parte di chi don Gallo ha conosciuto: confratelli preti come don Federico Rebora (che per primo lo accolse a San Benedetto al Porto, dove era parroco), don Paolo Farinella e don Vitaliano Della Sala; collaboratori storici come Domenico “Megu” Chionetti e Domenico Bozzo Costa Cataldi (rampollo di una nobile e ricca famiglia genovese “convertito” sulla via di San Benedetto al Porto); attivisti della comunità come le responsabili dell’osteria “’A Lanterna”, della libreria o della bottega “Chiacchi” e tantissimi altri che prendono la parola nel libro; giovani accolti in Comunità, usciti dal carcere, immigrati, tossicodipendenti. Un racconto corale anche per dire, come fa Alessandra Ballerini, «Chi l’ha detto che il Gallo non c’è più?» (Don Gallo e i suoi fratelli così diversi così uguali, a cura di Giovanna Benetti, Gabrielli editore, 2014, pp. 126 euro 13; è possibile richiederlo ad Adista: tel. 066868692; e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: www.adista.it).

«Don Gallo vivrà nell’immaginario degli italiani con il suo sigaro, il cappello nero e l’immancabile colletto da prete, i segni più caratteristici della doppia appartenenza che ha contraddistinto la sua lunga, tormentata, ma felice esistenza: l’appartenenza al mondo e alla Chiesa, alla terra e al cielo», scrive il teologo Vito Mancuso nella sua appassionata prefazione. «Termini che per la cultura dominante sono contrapposti, ma che per don Gallo erano allo stesso modo importanti perché ha dedicato la vita proprio alla pensabilità della loro unione nell’esistenza concreta delle persone». Il primo posto però spettava alla Terra, «perché era solo in funzione del mondo e della Terra che per lui aveva senso parlare “poi” di Chiesa e di cielo». E questo “primato” ha condotto don Gallo ad essere un prete ribelle, ma – prosegue Mancuso – un «ribelle per amore, per amore del mondo e della sua gente, mai invece contro la Chiesa solo per il fatto di essere contro. Se don Gallo è giunto spesso ad essere “contro”, lo ha fatto solo perché era la condizione per essere “per”, per essere al fianco dei più emarginati, dei più umili, dei più bisognosi e per non tradire mai la sua coscienza con il dover ripetere precetti o divieti di cui non vedeva il senso o che riteneva ingiusti».

«Rispettava l’autorità, ma pretendeva che essa riconoscesse la sua libertà. Non concepiva l’obbedienza fine a se stessa, ma esigeva che l’autorità spiegasse le ragioni di ciò che affermava», dice don Farinella, prete a Genova come don Gallo, che aggiunge: era «sempre pronto ad inginocchiarsi, ma mai a piegare la schiena». Scrive ancora Mancuso, in un cattolicesimo come quello italiano, «spesso privo di schiettezza e di libertà di parola, calcolatore, politico, amico del potere, caratterizzato da un conformismo che fa allineare pubblicamente tutti alla voce del padrone, compresi coloro che privatamente fanno i profeti e gli innovatori, in questo cattolicesimo cortigiano e privo di coraggio, la figura di don Gallo con il suo sigaro e il suo cappello ha svettato e svetterà per onestà intellettuale e libertà di spirito, perché egli non temeva di ripetere dovunque (che fosse in tv o davanti al suo vescovo o in una pubblica piazza per lui non aveva importanza) i concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle lunghe nottate genovesi con gli amici della sua Comunità».

Una volta chiesero a don Gallo cosa pensasse della Trinità, viene ricordato. E lui rispose che non si curava di queste sottigliezze dogmatiche, perché gli importava solo una cosa: che Dio fosse antifascista, ovvero che fosse schierato al fianco degli oppressi contro gli oppressori. La sintesi del messaggio esistenziale e spirituale di don Gallo.

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