Home Comunità Cristiane di Base La “Pastorale diplomatica” di Francesco in Terra Santa. Nino Lisi: «Alcuni segnali positivi»

La “Pastorale diplomatica” di Francesco in Terra Santa. Nino Lisi: «Alcuni segnali positivi»

Ingrid Colanicchia
Adista Notizie n. 21/2014

A leggere tra le righe si può forse concludere che la visita di papa Francesco in Terra Santa non è stata proprio un colpo al cerchio e uno alla botte. È vero: non ha colto l’occasione per una forte presa di posizione contro l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e di Gerusalemme Est, come per esempio auspicato dai più di 200 vescovi, membri del clero, suore, teologi e organizzazioni religiose che avevano sottoscritto la lettera preparata dal Centro ecumenico di Teologia della Liberazione Sabeel di Gerusalemme e dall’organizzazione Friends of Sabeel North America, nella quale si chiedeva al papa precisamente questo, oltre che un’attenzione particolare all’ingiusto trattamento subìto dai bambini palestinesi (v. Adista Segni nuovi n. 20/14).

Ma anche se le ragioni della diplomazia hanno avuto in questo senso la meglio, non si possono non registrare alcuni gesti che il papa ha compiuto nella sua tre giorni in Giordania, Palestina e Israele. Il suo fuori programma presso il Muro di separazione, l’aver usato la definizione di Stato di Palestina, l’essersi recato a Betlemme, nei Territori occupati, direttamente dalla Giordania, senza passare per Israele, sono segnali che vanno colti.

Così come l’aver ricordato, nel suo discorso al presidente israeliano Shimon Peres, il rispetto dei diritti delle diverse comunità cristiane che vivono e operano nello Stato d’Israele, «come del resto dei diritti di ogni altra denominazione religiosa e di ogni minoranza», «garanzia – ha detto Francesco – di un sano pluralismo e prova della vitalità dei valori democratici, del loro reale radicamento nella prassi e nella concretezza della vita dello Stato».

Su questi aspetti più strettamente politici abbiamo chiesto un parere a Nino Lisi, della Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese e della Comunità di Base di San Paolo.

Prima di partire per la Terra Santa papa Francesco ha detto che il suo sarebbe stato un viaggio puramente religioso. In realtà, come era ovvio e prevedibile, le questioni politiche in ballo nella regione, e soprattutto la questione israelo-palestinese, hanno avuto una grossa rilevanza…

L’annuncio del papa conteneva in sé quella che è una contraddizione che vive il papato. Era impossibile infatti che questo viaggio fosse meramente religioso dal momento che il papa non è solo capo della Chiesa cattolica ma anche capo di uno Stato e che gli altri Stati si rapportano a lui in quanto tale. Non poteva non incontrare Netanyahu, Peres, Abu Mazen… Era impossibile che fosse altrimenti, anche considerato che la religione è spesso tirata in ballo nel conflitto israelo-palestinese. Basti pensare che molti sionisti basano le loro rivendicazioni su un’infondata interpretazione della Bibbia…

Che impressioni hai tratto dai suoi gesti e dalle sue parole?

Non mi aspettavo certo che si schierasse senza se e senza ma dalla parte del popolo palestinese per cui, a mio avviso, vanno registrati positivamente alcuni gesti. Tanto più che dei palestinesi non si interessa nessuno. Il fatto che si sia voluto fermare lungo il Muro di separazione non può non essere registrato positivamente. Ognuno può interpretare quel gesto come ritiene, ma quel che è certo è che Israele non può ignorarlo. Anche quel che ha detto delle comunità cristiane che vivono in Israele, che sono palestinesi, è a mio avviso significativo. Nel suo discorso a Peres ha ricordato il rispetto dei loro diritti. Senza voler tirare il papa per la tonaca, mi sembra possibile leggervi un richiamo all’apartheid che i membri di queste comunità vivono in Israele, essendo trattati come cittadini di serie B, se non C.

Papa Francesco ha anche visitato la tomba di Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista. Si tratta di un nuovo protocollo imposto da Israele ai capi di Stato in visita, ma il gesto potrebbe comunque essere interpretato come una legittimazione…

Penso che avrebbe potuto risparmiarselo. Non per la figura di Herzl o per ciò che il sionismo originario è stato – questioni che sono piuttosto controverse – ma perché Israele ha strumentalizzato l’uno e l’altro, così come la Shoah della quale si è impadronito, usandoli per legittimare i propri scopi. In particolare per consolidare l’idea della legittimità di uno Stato ebraico.

È chiaro che come capo di Stato deve sottostare a dei protocolli – cosa di cui peraltro non sempre si preoccupa – ma è proprio questa la contraddizione di cui parlavo e che la Chiesa deve risolvere. Quando mesi fa Francesco ha sottolineato che il «cardinale entra nella Chiesa di Roma e non in una corte», ha detto una cosa giusta. Però il Vaticano è una corte e da questa contraddizione derivano conseguenze pratiche che sono sotto gli occhi di tutti.

Abu Mazen e Peres hanno accettato l’invito a incontrarsi in Vaticano rivolto loro dal papa. Considerato che l’interlocutore fondamentale resta il premier Netanyahu, dato anche che siamo a pochi giorni dalla scadenza del mandato di Peres, pensi possa uscire qualcosa di significativo?

Questa è una trovata tipica di Francesco. Li ha invitati a elevare un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace… Ma poiché è chiaro che la pace va costruita il suo è forse più un invito a guardarsi dentro e in faccia per cominciare un percorso di pace.

È vero che Peres è in scadenza di mandato e che probabilmente questo incontro non avrà risvolti concreti ma ha comunque un valore simbolico: sembra dire che nessuno – né gli Stati Uniti, né l’Europa, né il Vaticano – può suggerire loro cosa devono fare per raggiungere la pace. Sembra dire loro che la pace la devono trovare da soli, guardandosi in faccia.

A tuo avviso, la recente riconciliazione tra Fatah e Hamas può costituire un ostacolo al dialogo con Israele?

Israele coglie qualsiasi pretesto per giustificare le proprie azioni. Ma la verità è che l’accordo tra Fatah e Hamas è assolutamente necessario per il raggiungimento della pace. Certo, per Israele è più facile continuare ad agire come ha sempre fatto se il popolo palestinese resta diviso… Se veramente volesse la pace dovrebbe apprezzare la ricomposizione tra i due, perché altrimenti con chi è che fa la pace? Con una parte e non con l’altra? E che pace sarebbe?

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