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Le parole e i gesti di Francesco pellegrino di L.Sandri

Luigi Sandri
www.confronti.net

Nel suo viaggio in Terra santa (24-26 maggio) il vescovo di Roma ha incontrato il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e i leader giordani, israeliani e palestinesi, sempre invocando riconciliazione tra le Chiese, e pace e giustizia tra i popoli della regione. Le speranze accese, l’asprezza dei nodi irrisolti, le scelte profetiche.

Il vento del deserto inaridirà le parole appropriate, i silenzi gridanti ed i gesti intensi del pellegrinaggio di Francesco in Terra santa o, piuttosto, il soffio dello Spirito trasporterà questi semi nel terreno ove fioriranno, contribuendo così a favorire la riconciliazione tra le Chiese, il dialogo con ebrei e musulmani e, soprattutto, a porre fine al dramma della Siria e al conflitto israelo-palestinese? Dirà il prossimo futuro dei risultati del pellegrinaggio del vescovo di Roma in Terra santa che, dal 24 al 26 maggio, ad Amman, Betlemme e Gerusalemme ha toccato problemi religiosi difficili e nodi geopolitici dolorosissimi del Medio Oriente.

Le due Rome, passi avanti, ma la meta è lontana

Il Concilio di Firenze nel 1439 aveva sancito la riconciliazione tra la Chiesa latina e quella bizantina; ma quella pax andrò in fumo pochissimi anni dopo: per cinque secoli le due Rome non si parlarono più. A scuotere questa situazione ecclesialmente scandalosa saranno Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II. Su quella scia Paolo VI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Athenagoras I, nel gennaio del 1964 si incontrarono nella Città santa. Poi nel 1965 i capi delle due Chiese cancellarono le reciproche scomuniche del 1054. Nel luglio 1967 papa Montini si recò al Fanar, il quartiere di Istanbul dove è situato il patriarcato, e nell’ottobre Athenagoras venne a Roma.

Nel 1979 anche papa Wojtyla visitò il Fanar per incontrare il nuovo patriarca, Dimitrios: frutto del «vertice» fu, nel 1980, il lancio di una commissione mista per il dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Ortodossia al fine di superare i problemi dottrinali e canonici pendenti. In effetti, i lavori della commissione hanno prodotto sintesi condivise sui temi della Trinità e dei sacramenti; ma si sono arenati quando hanno discusso degli «uniati» (i cattolici di rito orientale sorti da una scissione con la Chiesa-madre ortodossa), e faticano moltissimo a trovare un’intesa sul ministero – il primato – del vescovo di Roma nella Chiesa universale.

È in tale contesto che Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno deciso di celebrare il cinquantesimo anniversario dello storico evento. E il 25 maggio si sono incontrati nella basilica del santo Sepolcro (l’Anastasis, per i greci) dove hanno pregato insieme. «Sostiamo in devoto raccoglimento accanto al sepolcro vuoto, per riscoprire – ha detto il papa – la grandezza della nostra vocazione cristiana: siamo uomini e donne di risurrezione, non di morte. Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza, che è proprio questo: Christòs anesti! Cristo è risorto».

E ancora: «Siamo consapevoli che resta da percorrere ancora altra strada per raggiungere quella pienezza di comunione che possa esprimersi anche nella condivisione della stessa Mensa eucaristica, che ardentemente desideriamo; ma le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi». Tra gli «ostacoli» ha citato il ministero del vescovo di Roma, dicendosi disposto a trovare, nel dialogo con i fratelli cristiani, una «forma di esercizio riconosciuta da tutti».

Costantinopoli e altre Chiese sorelle sembrano orientate ad accettare, in teoria, un vero primato del vescovo di Roma nella Chiesa universale, purché esercitato sinodalmente, e alla luce dei primi sette Concili ecumenici, i soli riconosciuti da cattolici e da ortodossi. Ma quando ci si addentri nei dettagli, fortissime sono le obiezioni sul come intendere quel primato. La gerarchia della Chiesa russa, comunque, si è espressa contro ogni ipotesi di giurisdizione universale del vescovo di Roma. Oltre ai contrasti tra Costantinopoli e Mosca, altre tensioni intra-ortodosse incombono (per la questione del Qatar, si veda questo numero a pag 34). Il che potrebbe mettere in pericolo l’annunciato Concilio panortodosso previsto per il 2016 (vedi Confronti 4/2014).

Un appello al dialogo tra le religioni abramitiche

Ad Amman il 24 maggio, a Gerusalemme il 26, il papa – sempre accompagnato nel suo pellegrinaggio da due «angeli custodi», il rabbino Abraham Skorka e l’imam Omar Abboud, suoi amici in Argentina – ha insistito perché il dialogo tra gli eredi delle religioni abramitiche, e cioè ebrei, cristiani e musulmani, si rafforzi. In Giordania Francesco ha anche ringraziato il re Abdullah II come un difensore della libertà religiosa la quale, ha insistito Bergoglio, «è un fondamentale diritto umano e auspico vivamente che venga tenuto in grande considerazione in ogni parte del Medio Oriente e del mondo intero. Esso comporta sia la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto… e la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza». Una sottolineatura non casuale, perché in molti paesi arabi e/o musulmani la libertà religiosa non è difesa e, soprattutto, non si accetta che una persona musulmana si converta ad un’altra fede; la pena per l’«apostasia» potrebbe essere, in certi paesi, la morte.

Domenica 25, a Betlemme, dopo la messa il papa – con una scelta imprevista – ha sostato ai piedi del muro costruito dagli israeliani allo scopo dichiarato di impedire l’entrata di «kamikaze» nel loro territorio, e che divide la città (nell’insieme la barriera è lunga più di 400 km, taglia gran parte della Cisgiordania e incombe pesantemente sulla vita quotidiana dei palestinesi). Francesco ha appoggiato la testa e le mani al muro, rimanendo alcuni minuti in silenziosa preghiera. Un gesto, semplice e solenne, che ha parlato più di molte parole; ha commosso i palestinesi, irritato molti ebrei, stupito il mondo.

L’indomani il papa ha iniziato la giornata a Gerusalemme visitando la spianata delle moschee, dove, toltesi le scarpe, è entrato nel santuario della Cupola della Roccia. Ricevendolo, il gran mufti della Città santa, lo sceicco Mohammed Ahmad Hussein, gli ha detto: «La pace non verrà finché perdura l’occupazione [israeliana dei Territori]… Dalla Striscia di Gaza i musulmani non possono venire a pregare in questo che è il terzo luogo santo dall’islam… Noi vogliamo la piena libertà, e siamo fiduciosi che Lei potrà operare perché anche il nostro popolo possa godere dei diritti umani e religiosi che sono stati approvati dalla Comunità internazionale». Rispondendogli, Francesco si è concentrato sulla figura di Abramo: «Il suo pellegrinaggio è stato anche una chiamata per la giustizia: Dio lo ha voluto testimone del suo agire e suo imitatore. Anche noi vorremmo essere testimoni dell’agire di Dio nel mondo, ed essere operatori di pace e di giustizia… Cari fratelli, cari amici, da questo luogo santo lancio un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace! Salam!».

Poi Francesco si è recato al «muro del pianto» – resto dell’antemurale, costruito da Erode, che conteneva dal lato occidentale la spianata del tempio ebraico, distrutto dai romani – e, prima di inserirvi un biglietto sul quale aveva scritto il Padre nostro in spagnolo, si è fermato per alcuni minuti, in silenzio: ma si aveva l’impressione di sentire la voce dei secoli. Il papa, Skorka e Abboud si sono abbracciati: un’icona carica di speranza. Quindi Francesco ha raggiunto il cimitero dove c’è la tomba di Theodor Herzl – il padre del sionismo, e che a cavallo tra Ottocento e Novecento «profetizzò» la nascita di uno Stato ebraico nella Palestina, allora dominio ottomano – deponendovi una ghirlanda. Il Vaticano ha precisato che Israele ha stabilito, nel cerimoniale per le visite dei capi di Stato, una visita alla tomba di Herzl.

Sempre là vicino, Francesco ha fatto una sosta, imprevista, davanti al memoriale delle vittime del terrorismo anti-ebraico nel mondo. Anche qui ha toccato con il volto e con le mani la lastra della parete, rimanendo un poco in silenzio, e poi dicendo: «Il terrorismo è male! (…) È male perché nasce dall’odio, è male nei suoi risultati perché non costruisce, distrugge! (…) Il cammino del terrorismo è fondamentalmente criminale! Io prego per tutte queste vittime e per tutte le vittime del terrorismo nel mondo. Per favore, non più terrorismo! È una strada senza uscita!». Secondo la stampa israeliana è stato il premier Benyamin Netanyahu a chiedere con forte insistenza al pontefice di includere quella sosta, non programmata, al fine di «bilanciare» l’amaro shock provocato in Israele dal gesto del pontefice davanti al muro di Betlemme.

Il corteo ha poi raggiunto l’adiacente Yad Vashem, il memoriale della Shoah. Qui il papa ha salutato sei sopravissuti ai campi di sterminio nazisti, baciando la mano ad ognuno di essi. E, nel suo discorso, ha detto: «Ci è venuto addosso un male quale mai era avvenuto sotto la volta del cielo (cfr Baruch 2,2). Ora, Signore, ascolta la nostra preghiera, salvaci per la tua misericordia. Salvaci da questa mostruosità… Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita. Mai più, Signore, mai più!».

La tappa successiva è stata la visita di cortesia ai due Grandi Rabbini di Israele (il sefardita Shlomo Amar e l’ashkenazita Yona Metzger). Dopo aver citato quanto afferma il Vaticano II sul popolo ebraico, Francesco ha invitato a rafforzare il reciproco legame, «un legame che viene dall’alto, che sorpassa la nostra volontà e che rimane integro, nonostante tutte le difficoltà di rapporti purtroppo vissute nella storia. Da parte cattolica vi è certamente l’intenzione di considerare appieno il senso delle radici ebraiche della propria fede. Confido, con il vostro aiuto, che anche da parte ebraica si mantenga, e se possibile si accresca, l’interesse per la conoscenza del cristianesimo, anche in questa terra benedetta in cui esso riconosce le proprie origini e specialmente tra le giovani generazioni… Insieme potremo dare un grande contributo per la causa della pace; insieme potremo testimoniare, in un mondo in rapida trasformazione, il significato perenne del piano divino della creazione; insieme potremo contrastare con fermezza ogni forma di antisemitismo e le diverse altre forme di discriminazione».

Il dramma siriano, il conflitto israelo-palestinese

Per quanto attentissimo ad evitare, possibilmente, temi geopolitici, Francesco ha citato per nome, indicando l’orizzonte delle soluzioni, la tragedia della Siria e il conflitto israelo-palestinese. Ad Amman, in riferimento ai drammi del Medio Oriente, egli ha detto: «Penso in primo luogo all’amata Siria, lacerata da una lotta fratricida che dura da ormai tre anni e ha già mietuto innumerevoli vittime, costringendo milioni di persone a farsi profughi ed esuli in altri paesi… Mi rivolgo alla comunità internazionale perché non lasci sola la Giordania [il paese, di sei milioni di abitanti, ha accolto 1,3 milioni di profughi siriani], tanto accogliente e coraggiosa, nel far fronte all’emergenza umanitaria derivante dall’arrivo sul suo territorio di un numero così elevato di profughi, ma continui e incrementi la sua azione di sostegno e di aiuto… Rinnovo il mio più accorato appello per la pace in Siria. Cessino le violenze e venga rispettato il diritto umanitario, garantendo la necessaria assistenza alla popolazione sofferente! Si abbandoni da parte di tutti la pretesa di lasciare alle armi la soluzione dei problemi e si ritorni alla via del negoziato e della ricerca di una soluzione politica».

Poi, a Betlemme, al presidente palestinese Mahmud Abbas: «Il Medio Oriente da decenni vive le drammatiche conseguenze del protrarsi di un conflitto che ha prodotto tante ferite difficili da rimarginare… Nel manifestare la mia vicinanza a quanti soffrono maggiormente le conseguenze di tale conflitto, vorrei dire dal profondo del mio cuore che è ora di porre fine a questa situazione, che diventa sempre più inaccettabile, e ciò per il bene di tutti. Si raddoppino dunque gli sforzi e le iniziative volte a creare le condizioni di una pace stabile, basata sulla giustizia, sul riconoscimento dei diritti di ciascuno e sulla reciproca sicurezza. È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati [Israele e Palestina] ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Auspico vivamente che a tal fine si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e che non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza. La pace porterà con sé innumerevoli benefici per i popoli di questa regione e per il mondo intero. Occorre dunque incamminarsi risolutamente verso di essa, anche rinunciando ognuno a qualche cosa. Auguro ai popoli palestinese e israeliano e alle rispettive Autorità di intraprendere questo felice esodo verso la pace con quel coraggio e quella fermezza necessari per ogni esodo».

E al suo arrivo, nel pomeriggio del 25 maggio, all’aeroporto di Tel Aviv, ove lo attendevano il presidente israeliano Shimon Peres e Netanyahu: «Durante questo mio pellegrinaggio in Terra Santa visiterò alcuni luoghi tra i più significativi di Gerusalemme, città di valore universale. Gerusalemme significa “città della pace”. Così la vuole Dio e così desiderano che sia tutti gli uomini di buona volontà. Ma purtroppo questa città è ancora tormentata dalle conseguenze di lunghi conflitti. Tutti noi sappiamo quanto sia urgente la necessità della pace, non solo per Israele, ma anche per tutta la regione. Si moltiplichino perciò gli sforzi e le energie allo scopo di giungere ad una composizione giusta e duratura dei conflitti che hanno causato tante sofferenze. In unione con tutti gli uomini di buona volontà, supplico quanti sono investiti di responsabilità a non lasciare nulla di intentato per la ricerca di soluzioni eque alle complesse difficoltà, così che israeliani e palestinesi possano vivere in pace. Bisogna intraprendere sempre con coraggio e senza stancarsi la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Non ce n’è un’altra. Pertanto rinnovo l’appello che da questo luogo rivolse [nel 2009] Benedetto XVI: sia universalmente riconosciuto che lo Stato d’Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto ad una patria sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. La “soluzione di due Stati” diventi realtà e non rimanga un sogno».

Oggi, sia il governo israeliano che quello palestinese accettano, in teoria, il principio dei «due popoli – due Stati». Ma quando (si veda l’editoriale di questo numero) nelle trattative si affrontano i nodi di fondo – confini definitivi tra i due Stati, i profughi, gli insediamenti, lo status di Gerusalemme – la strada si interrompe. Come gesto estremo per smuovere le acque, Francesco ha fatto un’offerta singolare: ha invitato Abbas e Peres a venire «a casa mia», a Roma, a pregare per la pace. Dunque, non a discutere direttamente le questioni geopolitiche legate ai «due Stati-due popoli», ma per rasserenare – spera il papa – il clima e aiutare poi il cammino delle trattative diplomatiche. È difficile prevedere l’esito di un tale «vertice spirituale»: rimarrà vuoto di conseguenze, o invece muoverà nello stesso senso, e con mille iniziative, i fedeli delle tre religioni abramitiche? Le difficoltà, immense, dell’impresa derivano anche dal fatto che l’incastro mediorientale lega indissolubilmente problemi politici e aspetti religiosi. Tanto per esemplificare: vi sono rabbini e gruppi ebraici che ritengono che, oltre all’intera Gerusalemme, anche tutta la Cisgiordania – la Giudea e la Samaria bibliche! – facciano parte integrante e «non negoziabile» della Terra promessa dall’Altissimo al popolo ebraico. Ed Hezbollah (il «partito di Dio» degli sciiti filo-iraniani che tanto peso ha in Libano) ha definito «nemico» il cardinale Béchara Boutros Raï che, primo patriarca maronita ad osare un passo del genere, in occasione della visita papale si è recato in Israele, così riconoscendo – questa l’accusa – il diritto di Israele all’esistenza. Ma, lodando la scelta di Raï, Abbas lo ha insignito di un’onorificenza palestinese.

Parole importanti, ma soprattutto gesti silenziosi e decisivi, hanno caratterizzato il pellegrinaggio papale. Certo, l’ipotesi di vedere spuntare a Gerusalemme e dintorni la pace – religiosa e geopolitica – assomiglia più ad un sogno che ad una possibilità realistica. E tuttavia è «inevitabile» sperare, con Francesco, che la mission impossible si riveli infine la più realistica. Come hanno già scritto i profeti biblici: «Un giorno il deserto fiorirà».

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