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Siria, Assad resta in sella

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Le elezioni presidenziali tenutesi questa settimana in Siria sono state accompagnate da una prevedibile campagna diffamatoria, orchestrata da media e governi occidentali, volta a screditare una consultazione per molti versi temuta dall’opposizione che combatte contro il regime di Bashar al-Assad e dai suoi sponsor a Washington, Londra e Parigi.

Se pure vi sono pochi dubbi che il voto di martedì nel paese mediorientale in guerra abbia mostrato l’assenza di vari standard democratici, esso si è svolto in condizioni non troppo diverse da quelle registrate nel recente passato in altri paesi, dove ha nondimeno ricevuto la convinta approvazione dell’Occidente. Soprattutto, il voto è servito a smentire ulteriormente la tesi ufficiale sul conflitto siriano, che lo vorrebbe combattuto da un regime brutale, in grado di rimanere al potere solo con la forza, contro il resto della popolazione.

A dare i risultati definitivi è stato lo “speaker” del Parlamento di Damasco, Mohammad Jihad al-Laham, in un’apparizione in diretta televisiva. Nonostante lo stato di guerra e alcune aree del paese in mano ai “ribelli” armati, alle urne si sarebbero recati circa 11,6 milioni di siriani, vale a dire il 73,4% degli aventi diritto.

Come ampiamente previsto, Assad ha ottenuto una maggioranza schiacciante (88,7%), mentre gli unici altri due candidati in corsa sui 24 che avevano inizialmente manifestato il desiderio di partecipare alla competizione, vale a dire i poco conosciuti Hassan Abdullah al-Nouri e Maher Abdul-Hafiz Hajjar, rispettivamente uomo d’affari e membro del Parlamento, hanno raccolto il 4,3% e il 3,2% dei voti validi.

Il livello molto elevato dell’affluenza è stato subito messo in dubbio in Occidente, visto che parte della Siria rimane sotto il controllo dei gruppi di opposizione, che non hanno ovviamente consentito il voto, e che alcuni milioni di siriani sono attualmente rifugiati in altri paesi a causa del conflitto.

Le zone fuori dal controllo governativo nelle aree settentrionali e orientali del paese risultano essere tuttavia poco popolate, mentre il regime aveva istituito seggi speciali presso le proprie ambasciate all’estero e lungo i confini con i paesi vicini per permettere ai profughi di votare regolarmente.

Anzi, alcuni media non esattamente favorevoli ad Assad la scorsa settimana avevano raccontato di lunghe file di votanti fuori dalle ambasciate siriane in vari paesi, come Libano e Giordania, e di un sostanziale favore espresso pubblicamente per il presidente in carica.

La stessa atmosfera è stata frequentemente descritta dai corrispondenti occidentali in territorio siriano, anche se è del tutto possibile che i dati ufficiali relativi all’affluenza possano essere stati almeno in parte gonfiati. Le autorità elettorali siriane, inoltre, hanno fatto sapere di non avere ricevuto nessuna segnalazione di irregolarità. I reporter che hanno avuto la possibilità di accedere ai seggi hanno però riscontrato vari episodi di brogli a favore di Assad.

Per il segretario di Stato americano, John Kerry, l’intero processo elettorale era stato bollato in ogni caso già alla vigilia come una “farsa”, mentre lo stesso ex senatore democratico nel corso di una visita in Libano nella giornata di mercoledì ha nuovamente definito il voto come “un grande zero” che non cambierà nulla della situazione in Siria.

Dal punto di vista occidentale, d’altra parte, l’organizzazione del voto in uno scenario di guerra e l’assoluta certezza della vittoria di Assad comportavano il totale discredito delle elezioni presidenziali in Siria. Come già anticipato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno però riconosciuto la piena legittimità, ad esempio, delle recenti presidenziali in Ucraina, organizzate da un regime golpista e nel pieno di un sanguionoso conflitto caratterizzato dalla repressione da parte delle forze governative di Kiev contro gli oppositori filo-russi nelle regioni orientali del paese, dove, come nelle aree in mano ai “ribelli” in Siria, i seggi non sono stati nemmeno aperti.

Elezioni legislative e presidenziali si sono poi svolte nell’ultimo decennio in paesi travagliati da gravissimi conflitti, come Iraq e Afghanistan, sulla cui regolarità è superfluo tornare. Nel recentissimo caso dell’Egitto, inoltre, i governi occidentali non hanno espresso un solo comunicato di condanna nei confronti del regime militare che ha portato alla presidenza il generale Abdel Fattah al-Sisi tra diserzioni di massa delle urne e in seguito al colpo di stato ai danni di un governo eletto e ad una repressione che ha fatto migliaia di morti.

Nessun valore ha avuto per l’Occidente infine anche il rapporto sul voto in Siria degli osservatori di alcuni paesi vicini a Damasco, come Russia, Venezuela, Corea del Nord e Zimbabwe, i quali hanno dichiarato la consultazione sostanzialmente “libera e regolare”. Dal momento che i governi di tutti questi paesi sono più o meno sulla lista nera di Washington, i giudizi da loro epressi non sono stati nemmeno presi in considerazione oppure sono stati utilizzati per rafforzare la tesi dell’elezione-farsa.

Tutti i commenti dei governi occidentali e i resoconti dei media sulle presidenziali siriane hanno quindi ignorato in buona parte la realtà sul campo, visto che riconoscere lo scenario in cui esse si sono svolte avrebbe contraddetto la versione ufficiale che racconta di una dittatura osteggiata dalla grandissima maggioranza di una popolazione oppressa.

Per cercare di delegittimare il voto, dunque, molti paesi in Medio Oriente e in Occidente, a cominciare da Stati Uniti, Germania, Francia e Turchia, hanno impedito ai cittadini siriani entro i propri confini di votare, mentre in Libano il ministro dell’Interno – appartenente al Movimento per il Futuro filo-saudita e filo-occidentale – ha addirittura minacciato di privare i rifugiati siriani del permesso di permanenza nel suo paese se fossero tornati in Siria per esprimere il proprio voto.

La distorsione della realtà è proseguita anche dopo la diffusione dei risultati definitivi. Svariati commenti hanno ad esempio sostenuto che il nuovo mandato settennale ottenuto da Assad – sia pure in maniera fraudolenta – prospetta un aggravamento del conflitto in corso, quando al contrario dovrebbe rappresentare un colpo letale per la credibilità dell’opposizione e favorire un’uscita dalla crisi. Se nuove violenze ci saranno, esse saranno dovute più che altro al continuo sostegno fornito dall’Occidente e dai paesi mediorientali ad un’opposizione screditata e impopolare.

Il Wall Street Journal, poi, ha scritto con disapprovazione che il presidente Assad potrebbe utilizzare il capitale politico appena conquistato ai seggi per giustificare un’escalation delle operazioni militari contro i “ribelli”, descrivendo in maniera esatta ciò che è accaduto piuttosto in Ucraina settimana scorsa in seguito al successo nelle presidenziali dell’oligarca Petro Poroshenko.

Un trattamento obiettivo delle elezioni in Siria, in definitiva, avrebbe dovuto riconoscere il persistente sostegno tra la popolazione, compresa la maggioranza sunnita che condivide la stessa fede dei “ribelli”, per il presidente Assad, se non altro come riflesso dell’avversione diffusa nei confronti di un’opposizione armata violenta e composta in larga misura da jihadisti provenienti dall’estero.

Al di là sia del reale consenso su cui il regime può contare sia della natura dello stesso regime di Assad o della regolarità delle elezioni, il voto di martedì è apparso soprattutto come una prova di indipendenza data da un paese che ha sempre rifiutato l’ingerenza delle potenze imperialiste e che per questa precisa ragione è stato scelto come teatro di una “rivoluzione” imposta dall’esterno. Un paese che questa settimana ha di nuovo respinto qualsiasi ipotesi di un intervento armato occidentale che favorirebbe soltanto forze ultra-reazionarie e distruggerebbe ulteriormente una società fino a pochi anni fa tra le più avanzate del Medio Oriente.

Ciononostante, il messaggio lanciato agli sponsor arabi ed occidentali della “rivolta” dalla popolazione siriana difficilmente verrà recepito dai destinatari. Con ogni probabilità, invece, gli Stati Uniti e i loro alleati continueranno a non riconoscere il totale fallimento della loro politica siriana, intensificando gli sforzi a favore dell’opposizione armata e provocando altro caos e distruzione in un paese già devastato da oltre tre anni di guerra.

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