Home Politica e Società Una scuola peggiore: ce lo chiede l’Europa

Una scuola peggiore: ce lo chiede l’Europa

Marina Boscaino
www.micromega.net

“E’ necessario compiere sforzi per migliorare la qualità dell’insegnamento e la dotazione di capitale umano a tutti i livelli di istruzione: primario, secondario e terziario. L’insegnamento è una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e attualmente da prospettive limitate di sviluppo professionale. La diversificazione della carriera dei docenti, la cui progressione deve essere meglio correlata al merito e alle competenze, associata ad una valutazione generalizzata del sistema educativo, potrebbero tradursi in migliori risultati della scuola”. Ecco uno stralcio di quanto contenuto nella raccomandazione n. 14 delle “raccomandazioni del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2014 dell’Italia”.

Siamo alle solite: ce lo chiede l’Europa. E noi – pronti – siamo qui a rispondere, incapaci di distinguere – anche dal punto di vista del significato immediato – la differenza tra “raccomandare” e “ordinare”. Del resto, battere i tacchi e metterci sull’attenti è una propensione italiana, che può far gioco per perseguire, in virtù dell’obbedienza alla “casa comune”, altro tipo di obiettivi. Nel caso specifico, poi, si tratta di un gioco da ragazzi: uno dei “cantieri” messi in moto dal governo qualche giorno fa (la politica del fare!) dal ministro dell’Istruzione riguarda proprio reclutamento, formazione e valorizzazione dei docenti. Uno zelo non insolito su un tema che asseconda le tendenze di questo governo – perfettamente in linea, da questo punto di vista, con i precedenti – a varie riprese espresse da Giannini e da altri suoi componenti. Chiediamoci: perché, per uscire dalla crisi (dal momento che i conti non tornano, come invece periodicamente vogliono farci credere), tra le varie riforme che l’Europa ci consiglia, viene caldeggiata proprio la valutazione degli istituti scolastici e la carriera dei docenti? È pur vero che sarebbe stato difficile aspettare cose diverse dalla Commissione Europea. Sono indicazioni scontate per il modello neoliberista, che punta a ridurre l’intervento statale ed aprire sempre più spazi al mercato.

Ma appare almeno curioso il fatto che, nel paese del Mose e dell’Expo di Milano, nel Paese dove gli investimenti esteri non arrivano non per via delle tasse e del costo del lavoro, ma per la corruzione endemica che è proliferata come in nessun altro degli stati UE; proprio nel giorno in cui l’Istat rileva che la disoccupazione corre senza sosta; che nei primi tre mesi del 2014 ha registrato l’undicesimo trimestre consecutivo di crescita dal 2004. Che nei primi tre mesi dell’anno il tasso è salito fino al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013. Che il tasso dei senza lavoro tra i 15 e i 24 anni è al 46%. Che in assoluto, i disoccupati sfiorano i 3,5 milioni, in aumento di oltre 200mila unità rispetto allo stesso periodo del 2013; davanti a questo angoscioso panorama l’Europa, quella che non ci chiede conto dell’amianto nelle scuole; quella che nulla ci domanda rispetto al 47% di analfabetismo funzionale (l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana) della nostra popolazione, alla faccia del longlife learning; quella che chiude un occhio davanti al dramma del precariato, e della violazione della direttiva Europea 199/70/CE legata alla sua stabilizzazione. Quell’Europa che non ci chiede prova né conto di un tasso di dispersione che continua ad aggirarsi intorno al 18%, con l’Italia tra i fanalini di coda dell’UE (nonostante la strategia UE2020 preveda entro il 6 anni una dispersione al 10% nei paesi membri). Proprio quell’Europa cosa ci chiede? Di rendere operativo il Sistema Nazionale di Valutazione. Soluzione fantasiosa a problemi drammatici, di cui non si vedono gli oggettivi vantaggi economici immediati.

Le interpretazioni di richiesta urgente da parte dell’UE di provvedere a determinare una carriera degli insegnanti sono state molteplici, con tanto di consueti titoli a tutta pagina. Intanto la Fondazione Agnelli con Andrea Gavosto, il direttore, si è già portata avanti con i lavori, esprimendo la propria prevedibile proposta sul “Corriere della Sera”: “dare ai docenti che siano disponibili a impegnarsi di più la possibilità di scegliere un orario di lavoro full time, molto superiore a quello attuale“. “A chi scegliesse il tempo di lavoro prolungato andrebbero affidate quelle attività che, insieme alle ore di lezione, sono cruciali per una buona scuola e richiedono disponibilità, impegno e capacità: il supporto e il recupero di chi ha più difficoltà, la programmazione e il coordinamento dell’offerta formativa, la cura dei processi di valutazione interna e di aggiornamento professionale, l’orientamento degli studenti, il rapporto con le famiglie, le altre scuole, il territorio. Il nuovo orario, le nuove funzioni e le nuove responsabilità (che possono aprire la strada anche alla dirigenza) andrebbero riconosciuti da una specifica progressione di carriera, che comporti un cospicuo adeguamento retributivo in linea con gli standard europei“. Poi c’è Giannini, ministro precario, considerato il flop clamoroso che la compagine di cui era segretario – Scelta Civica – ha registrato alle europee. Da quando si è insediata ha iniziato una sorda battaglia contro gli scatti di anzianità (il 5 giugno l’Aran ha ripetuto che per l’anno prossimo si determineranno ulteriori, consistenti tagli sul Fondo di Istituto, per consentire il pagamento degli scatti del 2012), rivendicando energicamente la necessità di individuare esiti di carriera per i docenti, sulla falsa riga di quanto anche Renzi aveva annunciato nel suo programma sulla scuola, ai tempi della candidatura alle primarie.

La questione è complessa: ricordiamo che – dalla Moratti in poi, attraverso anche il testo del ddl Aprea – è stata riproposta sotto vari aspetti. Quello che stupisce, anche rispetto alla proposta di Gavosto, è il continuare a parlare di un altro mondo, di un altro Paese, di un’altra vita. Il fondo di istituto, come si accennava, quello che – secondo le intenzioni del legislatore – servirebbe a pagare, per l’appunto, tutte quelle attività che il direttore dell’Istituto Agnelli considera cruciali per una buona scuola, è stato falcidiato progressivamente negli anni, e se ne prevede – come si diceva – per il prossimo anno il colpo di grazia; per giunta per pagare, a contratto scuola bloccato dal 2009, almeno gli scatti di anzianità.

Evidentemente la volontà di far funzionare bene le scuole nel nostro Paese non è un problema sentito. Perché far finta che sia così? Perché mascherare dietro formule di (apparente) buon senso, il vuoto cosmico che gravita intorno al pianeta scuola, che non può contare – da parte di chi ci amministra, governa e anche dei soloni che a turno mettono bocca – su null’altro che sul bastone e la carota della valutazione e della premialità (con ogni evidenza, per razzolare qualche altro risparmio sulla scuola)? Come mai non si domandano – costoro – il motivo per cui delle varie – innumerevoli e costose – sperimentazioni che si sono susseguite in questo campo (Vales, Valorizza 1 e 2, VQS) non esiste la benché minima rendicontazione (a proposito…)? Da più parti (oltre che nelle “minacce” di Giannini) si inneggia alla necessità di rendere operativo il Sistema Nazionale di Valutazione, approvato surrettiziamente lo scorso anno, con un colpo di mano dell’uscente governo tecnico di Monti e non ostacolato dal governo Letta. Giannini ne parla come di un fatto imminente. Ma, tra le “3 gambe del sistema di valutazione” (ispettori, Invalsi, Indire), il corpo ispettivo è quello che sta peggio: un ispettore ogni 13 scuole in Gran Bretagna, uno ogni 22 scuole in Francia, uno ogni 2.076 scuole nel Lazio. L’Invalsi conta 31 dipendenti a tempo determinato. L’Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione, Ricerca educativa) è comparso, poi scomparso, poi ricomparso nel 2011. Di cosa stiamo parlando?

L’Europa ha davvero idea a chi sta rivolgendo le proprie “raccomandazioni”? E chi, tra i “nostri”, promette risposte repentine, ha davvero idea di quali siano le effettive forze in campo? O – come è più evidente e facile credere – l’importante è fare pur di fare, per improntare definitivamente il nostro sistema scolastico ad una visione neoliberista e punitiva, restrittiva di libertà e di pluralismo, di apprendimenti, democrazia, cittadinanza, emancipazione?

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