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Un’incerta e faticosa speranza

Fausto Tortora
Comunità di base di San Paolo – Roma

Non v’è dubbio che, leggendo e rileggendo i risultati elettorali alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo ottenuti dal Partito Democratico, soprattutto in termini percentuali, proprio quel 40,9 % abbia fatto venire in mente a qualcuno con i capelli bianchi le percentuali della Democrazia Cristiana.

Vale forse la pena ricordare a quelli più giovani e a quelli dalla memoria labile che un tempo esisteva in questo Paese un partito “cattolico”. Nel 1958 la Democrazia Cristiana ottenne una percentuale di voti alle elezioni politiche che, su base nazionale, superò il 42%; questo ricordo è sufficiente per affermare una facile identificazione fra il partito guidato oggi da Renzi e quello allora diretto da Fanfani?

Vediamo allora di fornire qualche spunto di analisi, certo parziale e senza alcuna pretesa di scientificità, per capire se la società italiana stia offrendo un nuovo episodio di gattopardismo o qualche segno di innovazione e cambiamento.

I mitici anni cinquanta, al tramonto del pontificato di Pio XII, conoscevano lo stretto legame fra partito democristiano, definito spregiativamente “cattolico”, proprio dai suoi avversari politici, dai socialisti ai comunisti. Coldiretti, Cisl, Acli, innervavano sì la cosiddetta società civile ma in stretta continuità e contiguità con le organizzazioni ecclesiali di matrice cattolica: Azione Cattolica, Fuci, parrocchie, ecc. I valori “non negoziabili”, identificabili in sintesi con l’anticomunismo e l’esaltazione del principio di autorità nella famiglia e nella fabbrica, dominavano assoluti e chiamavano all’obbedienza fedeli e conformisti, uniti in un blocco sociale conservatore.

Altro è, mi sembra, il partito “liquido” in cui chi va a votare (poco più del 50% contro il 93,4% del 1958) sceglie laicamente, e quindi relativamente e in modo reversibile, un partito che è, malgrado le successive mutazioni, l’unico partito che conserva un filo con quelle formazioni uscite dalla temperie della Resistenza e dal processo formativo della Costituzione repubblicana.
E se, grazie al Concilio, al referendum sul divorzio, alla tempesta giudiziaria della prima tangentopoli, il connotato “cattolico” si è dissolto, allo stesso modo è sparito (e non solo nel nome) il riferimento al comunismo: ciò con cui siamo chiamati a confrontarci è, probabilmente, un’ipotesi di riformismo senza padri, almeno in Italia.

Infatti oggi il sistema politico istituzionale offre, accanto a un paio di varianti della politica urlata, gli ultimi brandelli del partito-azienda e il ricorrente tentativo di dare corpo, voce e rappresentanza ad una minoranza carsica che, oltre che incarnare speranze antiche, offre ricorrenti spettacoli di litigiosità e astrattezza programmatica.

Movimenti, associazionismo, terzo settore costituiscono sì un crogiolo “costituente”, ma del tutto autoreferenziale, privo di interazioni col sistema istituzionale a parte qualche timido aggancio con frammenti parziali di politica locale e/o settoriale.

Una stagione ambigua in cui il pudore impedisce di definire politicamente azioni di governo che mirano a modernizzare il Paese annunciando di voler colpire burocrazia, sprechi, ineguaglianze vistose, sacche diffuse di corporativismo e di lobbismo.

Eppure, senza maschere ideologiche, senza propositi palingenetici, è questo che l’attuale governo si propone, e non senza contraddizioni, attraverso esercizi empirici quotidiani che cercano di fare lo slalom fra vincoli europei e agguati parlamentari di amici e nemici.

Era questa la politica che sognavamo? Anzi la politica “altra”? Probabilmente no.

Ma l’esercizio di laicità e relativizzazione che facciamo quando ci accostiamo alla Bibbia, ha vaccinato molti di noi anche nella valutazione delle scelte politiche. Le rivoluzioni sognate lasciano il passo ad un cammino tortuoso: il futuro è un’incerta e faticosa speranza da vivere.

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