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Dio e mammona di F.Scalia

Felice Scalia
Adista Segni Nuovi n. 24 del 28/06/2014

Arresti eccellenti, Expo, Mose, membri delle Forze dell’ordine indagati e condannati, evasori di marca stranamente appoggiati nelle loro ruberie, creste miliardarie fatte sulla pelle degli immigrati sopravvissuti al naufragio, esponenti di spicco di partiti rivelatisi banda predatoria… Si potrebbe continuare, ma a che serve?

La cosa strana è che da tempo, di fronte a fatti simili che hanno accompagnato la nostra Repubblica, non riesco più ad arrabbiarmi. Non sto dicendo che non sono indignato, che la faccenda della corruzione pervasiva, sottile, in doppio petto, in divisa, mi lascia indifferente, ma solo che non mi arrabbio. Anzi aggiungo che da tempo conosco l’esistenza del vaso patrio di Pandora, che attenderei ogni giorno una sua scoperchiatura, ma so che non avverrà.

Succederà al massimo che qualche onesto “folle” praticherà un altro forellino nel coperchio, ne uscirà qualche giovane ed incauta viperetta, ma gli altri, i furbastri matricolati, i laureati in “Corruzione ed affini”, si autopromuoveranno “Ricercatori accademici” di nuove strategie per continuare il loro “lavoro”.

A qualcuno sembrerà cinismo questo mio sentire. Io la penso diversamente. Perché arrabbiarmi se è tranquillamente accettato, come dogma millenario (Sap 2, 11), che «norma suprema del diritto è la forza e che il debole non serve a niente»? Se perfino un Obama confessa di essere in mano alle lobby delle armi facili per tutti? Perché prendermela con chi in tranquilla coscienza ritiene di dover accettare l’attuale sistema politico, economico, finanziario dove la “forza” non è più a tutela di quel debole per eccellenza che si chiama popolo o bene comune, e dice che questo è l’unico mondo possibile? In questa prospettiva i furbi, i corrotti, i corruttori non sono delinquenti, ma eroi da indicare a modelli di vivere “civile”. Essi sì che sanno vivere. Peccato che siano stati così “sfortunati” da rischiare la galera.

Certo una domanda seria me la pongo. Come mai quel “dogma millenario”, quelle ovvie “certezze” non sono state contestate efficacemente da quanti – come i battezzati, la Chiesa, i suoi vertici – pur avevano il compito di farlo? Come mai si è perpetrata una sorta di alleanza tra potere sacro e potere economico? Tra chi teorizzava l’essere umano come “lupo” o “inferno” dell’altro, e chi aveva un messaggio di essere umano “salvato”. Forse siamo culturalmente schizoidi: proclamiamo a parole di servire Abbà (l’Amore, la giustizia, la fratellanza, la condivisione…) ma in realtà ci prostriamo davanti a Mammona. Del resto anche nella Chiesa la spaccatura, l’hypocrisis è in atto: il “dominio che opprime” si chiama “potere che serve”; l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) si è trasformato in banca truffaldina e, a quanto pare, assassina; coloro che dovevano curare «come pupilla degli occhi» l’infanzia sono diventati pedofili protetti anche dall’alto. Ma se tutto questo capita in chi proclama di essere «luce del mondo e sale della terra», una conclusione la si deve pur trarre: o questo nauseante odore di decomposizione è l’unico “odore” concesso a noi mortali, oppure abbiamo bisogno assoluto di rivedere tutto dalla radice, di accorgerci finalmente che noi cristiani non abbiamo evangelizzato il mondo ma ci siamo fatti mondanizzare da esso, ne abbiamo assunto la mentalità. Con buona pace di San Paolo che diceva «non prendete la forma, il senso ultimo di vivere, siate attenti a non conformarvi alle idee ed al cuore di questo mondo».

Non ci prendo per nulla gusto a dire queste cose. Mi chiedo però, come uomo, come battezzato e come prete, che cosa ci vuole trasmettere lo Spirito di Dio mentre ci imbattiamo in queste tristissime vicende di corruzione eretta a sistema, mentre contempliamo questa occupazione dello Stato da parte della corruzione. Non ho che una litania di “forse”.

Forse Dio vuole dirci che abbiamo bisogno di “conversione”, alla lettera: di “cambiare testa, mente”. Che dobbiamo cominciare a giudicare persone, istituzioni, politiche, globalizzazioni a partire dal Vangelo di Gesù di Nazareth e non più viceversa. Forse che anche la Chiesa deve abbandonare tante sue tradizioni mondane (quelle in bilico tra religione e folklore paganeggiante), per donare al mondo la “tradizione”, ciò che ha “ricevuto” dal suo Signore: una vita nell’Amore è possibile, il Regno di Dio non è una favola, ogni uomo e donna è fratello e sorella di ogni uomo e donna, in ciascun essere umano c’è la dignità e la bellezza dello stesso Creatore, non si nasce per essere schiavi o padroni di qualcuno, si ha il diritto di vivere per imparare ad amare ed entrare così nella pienezza della vita fin da ora, fin da subito. Forse lo Spirito ci dice che mai più un presidente del Consiglio neoliberista deve varcare la soglia del Vaticano per sentirsi ripetere un “vada avanti” che sarebbe vero consenso alla fame, alla disperazione, alla rovina della vita di giovani e vecchi. Forse lo Spirito ha da dirci che della pacifica “impossibile” rivoluzione di papa Francesco abbiamo assoluto bisogno per vivere e far vivere. Forse che la fede deve di nuovo prevalere su tanta religione istituzionale. Forse che la nostra doverosa nausea ha senso se è simile a quella di una donna in dolce attesa: lei “sa” che una vita nuova sta per venire al mondo. E per questo è lieta di soffrire, pur non amando per nulla la sofferenza.

* Gesuita, teologo dell’istituto Ignatianum (Me)

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