Home Politica e Società Diritti civili, Renzi il cattolico che manda in confusione la Chiesa

Diritti civili, Renzi il cattolico che manda in confusione la Chiesa

Francesco Peloso
www.pagina99.it

In poche settimane di governo Renzi sono accaduti almeno tre fatti notevoli in materia di diritti civili: la Camera ha approvato la legge sul divorzio breve, la Consulta ha praticamente cancellato la legge 40 sulla procreazione assistita senza suscitare urla e strepiti in Parlamento, e infine lo stesso presidente del Consiglio, intervenendo all’assemblea nazionale del Pd del 14 giugno, ha annunciato per il prossimo settembre una legge in favore del riconoscimento delle unioni civili omosessuali. Più complesso sarà certamente un altro passaggio annunciato, quello dello ius soli, vale a dire l’acquisizione automatica della cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia.

Può destare qualche sorpresa che sia stato proprio un politico cattolico ad aprire le porte a quei provvedimenti che, nel corso dell’ultimo ventennio, sono stati contrastati da un asse ideologico che andava da Maurizio Gasparri al cardinal Camillo Ruini, dall’attuale arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, a politici come Carlo Giovanardi, Paola Binetti, Alfredo Mantovano, Eugenia Roccella. C’è da credere che al momento buono una certa opposizione trasversale di formerà di nuovo in Parlamento e d’altro canto, specularmente, il fronte laico troverà voti un po’ ovunque, voti prima imprigionati dalla contrapposizione ideologica e dal diktat berlusconiano che aveva stretto un’alleanza ferra con le gerarchie. Senza contare l’altra variabile nuova della politica italiana, ovvero il M5S.

Ma che tipo di cattolico è Matteo Renzi? Apparentemente ha le classiche carte in regola: un passato da scout, da ex popolare, la foto d’antan con Ciriaco De Mita, la frequentazione della messa, le citazioni di Giorgio La Pira, mitico sindaco fiorentino degli anni ’60, l’incontro in privato con Bergoglio. Ma i tempi sono cambiati o è cambiata l’Italia. Renzi e i suoi intanto non sono tutti cattolici, fra le loro fila troviamo un po’ di tutto.

E proprio qui sta forse un dato culturalmente inedito per l’Italia: è andata al potere la generazione del post-tutto, dominata dal demone del pragmatismo (il “partito del fare” direbbe il Cavaliere, ma in questo caso non c’è il paternalismo dell’imprenditore padre della patria, si tratta invece di politici tout-court). E nel Pd che fra teoria e prassi preferisce la seconda, la rottamazione ha anche il volto dello svecchiamento del Paese – sempre che riesca – in materia di costumi, diritti, forme di convivenza, famiglia. Può essere che lungo questa strada il partito dei rottamatori prima o poi incontri un inciampo ideologico e allora vedremo quale sarà la reazione, la tenuta, come declinerà insomma valori e principi. Ma intanto emerge un dato. Nell’istinto della post-modernità, che sembra essere il tratto unificante del renzismo, certe cose vengono date per “acquisite” e solo per dovere faticosamente spiegate. Anche per questo il linguaggio cambia vorticosamente. E in tutto questo i cattolici vecchio stampo? La mitica Chiesa che tutto poteva?

C’è da considerare che il nuovo papa li ha gettati un bel po’ in confusione: peccatori sono i corrotti, gli imprenditori, i politici, i cardinali, che con il malaffare derubano i poveri. E poi la finanza, i mercati non possono dominare i popoli, il sistema va cambiato; gli immigrati, nostri fratelli, vanno accolti. E infine chi sono io per giudicare un omosessuale? In America, dove si va subito al sodo, la stampa repubblicana ha sentito che la cosa prendeva una brutta piega e per non sbagliare ha subito dato a Bergoglio del “marxista’. Non è così, è dottrina sociale, ma l’uomo è avvisato. In Italia c’è smarrimento: il fatto è che dopo anni di aborto e cellule staminali, per i cattolici nostrani il risveglio è stato troppo brusco, quasi un trauma.

I vescovi, poi, abituati alle manovre inafferrabili della politica italiana, puntavano tutto su un Alfano novello, campione di un centrodestra ripulito dal berlusconismo, una Dc finalmente, anche per questa seconda e poi terza repubblica. Una chimera, certo. Tuttavia anche cattolici adulti, gente come Prodi – che pure ha sostenuto Renzi – o Rosi Bindi, appartenevano a un’altra stagione, e in fondo anche Enrico Letta era l’ultimo epigono di un altro mondo.

Per loro il confronto con la Chiesa restava doveroso e dal Vaticano partiva regolare la scomunica, la minaccia: l’alleanza con gli ex comunisti non aveva il palcet d’Oltretevere neanche a caduta del muro avvenuta da anni. Bersani, invece, erede di una lunga tradizione comunista-riformista emiliana, sapeva trattare con Comunione e liberazione e la Compagnia delle opere, del resto in Emilia ci sono le coop no? Un po’ pragmatico lo era anche lui, ma restavano due mondi lontani che si mandavano segnali o trovavano accordi economici, i rossi e i sanfedisti, in uno schema tolemaico che non cambiava mai. Per gli ex Pci, infine, valeva sempre l’assunto del dialogo con i “cattolici” inaugurato da Togliatti e portato alle estreme conseguenze da Berlinuger e Moro. La foto delle stretta di mano fra i due, leader ragionevoli di due popoli diversi in un’Italia perennemente irragionalevole, è ormai sullo sfondo.

I post-tutto hanno una chance, quella dei diritti civili, argomento sempre ostico nell’Italia delle tante chiese, è la faccia scritta solo in parte, ancora incerta, della modernizzazione italiana; lontano, in un altro secolo, restano “teoria e prassi” di Gramsci e “l’appello ai liberi e forti” di don Sturzo; la memoria non si perde ma diventa roba da storici, la Chiesa pure si globalizza e prende il “vapore” per le Americhe. Ce la faranno i nostri eroi “smart” per dirla con il premier, a mettere su la start-up dei diritti civili? A settembre, vedremo.

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Uguali ma diversi: i gay nel Renzi pensiero

Cecilia M. Calamani
www.cronachelaiche.it

Difficile stabilire da quanti anni il nostro parlamento discuta di unioni civili senza arrivare mai a una soluzione. I tanti disegni di legge, che facevano a gara nel coniare i nomi più fantasiosi (Pacs, DiCo, Cus, DiDoRe e chi più ne ha più ne metta) per definire i patti tra conviventi more uxorio, seguivano un iter più o meno consolidato: bagarre in aula, opposizione dura delle frange cattolico oltranziste e poi l’oblio nell’attesa del cambio di legislatura per scaricare su altri la responsabilità. Il tutto perché legiferare sulle coppie di fatto significherebbe, all’alba del terzo millennio, farlo per tutte le coppie, etero o omosessuali che siano. Ma poi chi glielo dice al papa?
Ed ecco che in questo annoso impasse arriva Renzi. Chissà se per distinguersi o per ben marcare le differenze e farle digerire all’elettorato cattolico, il presidente del Consiglio ha tirato fuori dal cilindro una soluzione che, secondo il suo staff, dovrebbe accontentare tutti. Le unioni civili valgono solo per gli omosessuali; gli altri si sposino e non stiano a chiedere diritti che possono ottenere con il matrimonio.

Pensate per un attimo cosa succederebbe se il governo approvasse, su un qualsiasi argomento, due leggi diverse, una per gli uomini e una per le donne. Anche le frange più conservatrici parlerebbero di discriminazione. Il caso è simile: allo scopo (apparente) di voler eguagliare i diritti degli omosessuali a quelli degli eterosessuali, si creano percorsi separati a seconda dell’orientamento sessuale dei cittadini. Il che significa rimarcare che l’omoaffettività non è “normale” e, come tale, va trattata separatamente. C’è solo da augurarsi che il Pd non si riempia più la bocca di slogan quali “contrasto all’omofobia”. Perché la prima arma, e la più efficace, per combattere le discriminazioni sessuali si chiama parità. Se lo Stato per primo va a scrutare sotto alle lenzuola per capire chi ha diritto a cosa, di quale contrasto stiamo parlando?

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