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È giunto il tempo di cambiare

Comunità di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo)
Adista n. 24 del 28/06/2014

La notizia della lettera inviata a papa Francesco da 26 donne che raccontano di essere coinvolte in relazioni di amore con presbiteri o religiosi è stata ampiamente ripresa dalla stampa. Al di là della curiosità che essa ha suscitato, vorremmo “tenerla a caldo” per cercare di offrire un nostro piccolo contributo sul tema.

Una prima reazione in ambito ecclesiastico potrebbe essere quella di considerare il fatto sul piano etico: ci troveremmo di fronte a una situazione moralmente scorretta, ovvero peccaminosa, perché i preti, intrattenendo una relazione di amore con una donna, stanno mancando a un impegno che avevano assunto accettando la legge del celibato. Siccome non si tratterebbe di un fatto nuovo dato che, nell’arco della storia, sono esistite sempre delle violazioni a impegni presi, dette “mancanze” debbono essere sanate dalla confessione sacramentale con l’impegno «di non commetterle mai più». In questo contesto il papa potrebbe rispondere sia ai preti che alle donne: «Siamo comprensivi di fronte alla debolezza umana, ma il migliore antidoto resta quello di riconoscere il proprio errore, andarsi a confessare e impegnarsi a interrompere la relazione». In questo modo verrebbe confermata l’istituzione della legge del celibato, rispetto alla quale si prende atto che possono esistere delle inadempienze, frutto della debolezza umana.

Una seconda reazione potrebbe essere quella di cercare di capire se la situazione non possa essere valutata da un altro punto di vista. La condizione celibataria, che è stata accettata nel momento in cui ci si è preparati al ministero ordinato, potrebbe cominciare a essere vissuta come non necessaria all’esercizio del ministero nel momento in cui si sperimenta che l’amore che può legare a una persona non si oppone, di per sé, al servizio pastorale. Certamente la tipologia dei casi è ampia; può capitare che una relazione di amore nasca all’esterno del contesto pastorale; ma, va messo in conto anche il caso (non infrequente) in cui l’esperienza di amore fiorisca all’interno di una collaborazione nel servizio pastorale e possa favorire una ulteriore qualificazione di esso. Certo, sullo sfondo vanno considerate anche quelle situazioni nelle quali il presbitero, sapendo di non poter intrattenere una relazione univoca e duratura, si avventura in episodiche esperienze, che risultano compromesse fin dall’inizio come occasionali e senza futuro e che sembrano caratterizzarsi come immaturamente adolescenziali.

La lettera allude invece a qualcosa che si configura come una relazione continua, che soffre di non potere essere vissuta alla luce del sole, con tutte le contraddizioni che possono caratterizzarla a livello di coscienza personale, di ricezione da parte della comunità; in fondo è una richiesta di aiuto perché, uscendo dalle ambiguità, possa essere riconosciuto come non peccaminoso (e comunque sanabile) un dato di fatto, avvertito nella sua positività.

Per favorire la riflessione ricordiamo che, quando nel 2010 la comunità di S. Saverio ha affrontato il problema, ha sottolineato che la legge del celibato è una legge ecclesiastica ancora in vigore presso la Chiesa cattolica (non presso la Chiesa ortodossa, né evangelica); detta legge ha caratterizzato soprattutto la storia del II millennio ma non è riconducibile né alla prassi primitiva delle Chiese che, con alterne vicende per quasi un millennio, hanno accettato il prete sposato; né alla Scrittura che, almeno in due testi del Nuovo Testamento, prevede che l’episcopo e il presbitero siano sposati e che anzi questa situazione costituisce una buona condizione per il ministero ecclesiale (I Timoteo 3,2-5; ma anche Tito 1,6).

Inoltre il documento preparato dall’assemblea permanente di S. Saverio, senza escludere che il ministero potesse continuare a essere dato a persone che hanno il carisma del celibato, poneva due domande. La prima: se non fosse venuto il momento di considerare di poter dare il ministero presbiterale a persone sposate e che abbiano dato buona prova nella loro esperienza coniugale e familiare. La seconda: se non fosse il caso di dare l’opportunità ai preti, obbligati a interrompere il ministero per potersi sposare, di riprendere il proprio ministero. La maggior parte delle persone hanno votato esprimendo parere favorevole a tutte e due le possibilità.

Al di là dei casi, più o meno numerosi, ci chiediamo se non sia venuto il momento di ripensare il dato istituzionale della legge sul celibato. Probabilmente siamo dinanzi a una svolta, che richiede maturazione e adattamenti ma, come viene riconosciuto nei processi storico-culturali, i fatti avvengono non a caso o solo per debolezza o infedeltà. Può darsi che sia venuto il momento di riconoscere che accanto al modello del presbitero celibe si può dare spazio al modello del presbitero uxorato: cosa che la Chiesa cattolica ha riconosciuto, da secoli, ai preti di rito greco provenuti (nel XVI secolo) da area albanese e, recentemente, ai preti anglicani “convertiti” al cattolicesimo. Perché non si potrebbe riconoscere, al fine di dare pace alla loro vita, anche a coloro che dovessero, tardivamente, scoprire di non essere (più) chiamati al celibato? A chi si farebbe male? Si cercherebbe solo il bene delle persone (i preti e le donne coinvolte) nella concretezza della loro storia; si darebbe maggiore importanza al sacramento del matrimonio nel momento in cui lo si riconosce compatibile col sacramento dell’ordine; si aiuterebbero le persone a uscire dalle situazioni di ambiguità; alla fine, si promuoverebbe semplicemente il bene della Chiesa!

La recente messa in discussione di tante tematiche, finora considerate intoccabili, sollecitata dal Questionario dell’episcopato in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia; l’invito di papa Francesco ad avere misericordia rivolgendo attenzione alle persone nelle loro difficoltà; ma soprattutto l’annunzio evangelico di Gesù che la legge (il sabato, il tempio… ma anche la legge ecclesiastica del celibato!) è per l’uomo e non l’uomo per la legge… ci fanno ben sperare che qualcosa possa cambiare. Il duplice modello del presbitero celibe e uxorato (fin dall’inizio del ministero o maturato strada facendo) è soltanto un arricchimento per tutti!

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