Home Gruppi e Movimenti di Base Per costrizione o per scelta comunque marginali. Lettera aperta a Giovanni Franzoni di A.Simoni

Per costrizione o per scelta comunque marginali. Lettera aperta a Giovanni Franzoni di A.Simoni

Alberto Simoni
Koinonia Forum n. 396/2014

Giovanni carissimo,
semplicemente grazie per la tua “Autobiografia di un cattolico marginale”: mi ha riempito di consolazione e di speranza. Il sentimento di gratitudine è personale, ma i motivi che lo suscitano sono di interesse comune: la tua autobiografia è del tutto trasparente e rende ragione e testimonianza di quella marginalità che è dimensione tanto sommersa quanto vitale in una chiesa, a cui possono riferirsi le parole di Mt 23,29-30: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti»”. La tua voce non è soltanto mera rievocazione o semplice rivendicazione, ma risuona forte in un deserto di perbenismo e di autosufficienza che rende impermeabile l’intera chiesa, in cui domina il conformismo e in cui non c’è posto per una qualsiasi dialettica.

Ecco perché la tua vicenda e la tua testimonianza non devono essere coniugate solo al passato, ma devono aprirci gli occhi sul presente e soprattutto orientare lo sguardo verso il futuro. Quello che tu hai vissuto e quello che ha preso vita intorno a te non sono che la traccia di quella dimensione di marginalità senza cui la chiesa sarebbe un corpo inanimato, magari con una sua collocazione sociale di prestigio ma non più sale o lievito della terra, qualcosa di invisibile che dà sapore e fa crescere.

È proprio questa istanza di fecondazione che tu hai raccolto come consegna dal Concilio ed hai cercato di sperimentare con tutti i crismi per dare vita a quel modo di essere chiesa che non poteva rimanere pronunciamento magisteriale o acquisizione teologica, ma postulava una giusta materializzazione. In questo senso il tuo cammino è emblematico di un’epoca al tempo stesso in cui rimane indicazione di marcia anche oggi: la tua testimonianza ci fa capire che ci troviamo di fronte al “sommo analogato”, e cioè a qualcosa di esemplare e punto di riferimento rispetto a molteplici esperienze e situazioni simili più o meno riuscite o abortite: fino a riproporre a rilanciare la medesima istanza oggi, per uscire criticamente da situazioni di stallo e di acquiescenza che permangono “nonostante Francesco”, preferendo pensare che si tratti di “cose di altri tempi” date ormai per risolte o superate.

Le tue lucide e serene parole rafforzano la mia convinzione sulla necessità di raccogliere l’eredità che potremmo chiamare riduttivamente “delle comunità di base” per un ripensamento critico e dialettico di quell’“aggiornamento” programmatico che sappiamo di dove nasce. Per questo mi riprometto di tornare ad attingere dalle tue memorie per farne tesoro anche per il dibattito attuale, che sembra però non avere interlocutori, tanta appunto è la sicumera di una chiesa trionfante che non si rende conto di quanto sia essa stessa marginale e di quanto disattenda o misconosca chi cerchi di rientrare nel mondo, che sembrava essere stato rimesso al suo ordine del giorno. Per il momento mi soffermo su un aspetto particolare, anche perché mi sembra che, tra le tante situazioni critiche del dopo-concilio, la vicenda di S.Paolo sia l’unica o una delle poche che metta a fuoco la questione vita religiosa-Concilio, in genere poco considerata.

Trovo espressa questa problematica in due parole chiave che evochi nel tuo libro, claustrum e forum: e cioè il ruolo di monasteri e conventi in ordine al movimento di riforma che attraversava tutta la chiesa. In sostanza – come scrivi – si trattava di “un più vasto pubblico interessato a fruire della cultura e degli spazi architettonici del claustrum… consentendo ai monaci che lo avessero voluto di porsi come interlocutori tra il claustrum e lo spazio che si chiamava Forum” (p. 50). E giustamente osservi: “Qui c’è il nucleo di ogni successivo, anche inatteso sviluppo. Parlandone con Paolo VI lo trovai tuttavia tiepido verso l’ipotesi di un’apertura al forum, forse perché lui aveva sperimentato l’uso del claustrum per ritiri con élites religiose e spirituali e voleva che fosse conservato a questo scopo” (ib). E’ una ambiguità permanente mai risolta!

Ho colto di preferenza questo punto per una ragione molto semplice: che anche nel nostro caso – mi riferisco a quanto può richiamare il nome Koinonia – siamo partiti da questa precisa istanza, sollecitati come frati domenicani dal clima generale dei primi anni ’70, dalla partecipazione alla vicenda dell’Isolotto e anche dall’influsso della comunità di S.Paolo con cui eravamo in contatto attraverso amici, tanto da prendere parte alla vostra prima assemblea in via Ostiense. Dicendo chiaramente che per noi l’ipotesi di lavoro claustrum-forum è più che mai aperta, mi permetto di rilevare qualche differenza di percorso o di accentuazione.

Tu, caro Giovanni, sei stato indotto o costretto alla marginalità a partire da responsabilità istituzionali di vertice (dall’alto del Concilio!), sapendola accettare personalmente e valorizzandola come stile di chiesa. Per noi la marginalità è stata una scelta di fondo iniziale – quasi un avventura – che ci ha portati a vivere ed operare al di fuori di strutture conventuali e pastorali riconosciute – extra claustra – nella convinzione che avere lo stesso odore del gregge (come viene detto oggi) fosse la condizione primaria per poter condividere il vangelo. Ci siamo mossi al di fuori di qualsiasi ruolo, senza alcuna qualifica e identità, in piena libertà di spirito per quanto sempre sotto squalifica e richiami di esautoramento da parte delle istituzioni di riferimento. Questo però non ci ha impedito di vivere ed agire per quanto “non esistenti”, così come non impedisce di andare avanti ora in tutta precarietà ma con la stessa passione nel cuore. In fondo, non si tratta di una scelta, che una istituzione in quanto tale stenta a condividere senza mettere in discussione se stessa?

In ogni caso, si spiega così come non solo sia mancata una collocazione ecclesiale e pastorale riconosciuta, ma anche il fatto che l’impegno espresso non abbia avuto rilevanza sociale o politica precisa, non per mitmetizzarsi ma per lasciare che ciascuno traesse liberamente da una comunione vissuta ispirazione e orientamento evangelici, facendo leva sulla maturità e responsabilità di tutti. Non ci siamo lasciati inquadrare in schemi preconfezionati di convalida ufficiale, evitando al tempo stesso di indossare i panni che questo o quell’altro ti mettevano addosso a proprio piacimento.

Si direbbe che la materia prima del nostro lavoro è offerta dai rapporti umani interpersonali, sempre banco di prova di ogni vissuto e di ogni iniziativa a più vasto raggio: in ultima analisi è qui il piano in cui si verifica il senso stesso della vita attiva e associata, là dove “né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano” (Mt 6,20), là dove ciascuno abbia la sua dignità e sia nella sua pace. Là dove il Padre vede nel segreto! Che è interiorità senza essere intimismo!

La cosa importante, comunque, è che da punti di partenza diversi ci ritroviamo poi a condividere la stessa condizione di marginalità, non importa appunto se indotta e accettata o se voluta per scelta. Questa convergenza io la sento risuonare nella tua narrazione da tutto l’insieme di una esperienza condivisa, ma trovo che ha la sua espressione chiara nelle pagine 129-131 del libro e soprattutto in queste parole: “Noi dobbiamo lavorare faticosamente per un mondo migliore, ma questo non coincide con la sua effettiva realizzazione. Gesù Cristo non ebbe questa visione: non era un progettualista. Ci chiese: «Credete che quando il figlio dell’uomo tornerà troverà la fede sulla terra?». Ha buttato via la sua vita senza sapere se sarebbe servito. Se fosse stato una persona assennata sarebbe rientrato a Gerusalemme a cavallo e si sarebbe ripresentato dal sommo sacerdote. Gesù non agisce mai politicamente, non è suo interesse farlo. Non è un rivoluzionario, è un sovversivo: urta il potere, ma non ha il concetto del piano quinquennale, degli alleati, delle tattiche. È suo interesse costruire una comunità di fede che riproponga il suo regno” (p.129).

Una “comunità di fede” è quella che si ritrova in comunione effettiva nello spazio e nel mondo del credere, prima ancora che come fatto celebrativo e non importa se in maniera visibile o invisibile! E’ la sfida che abbiamo davanti e cioè quella di un possibile aggancio di credenti senza chiesa e di una chiesa di praticanti: la fede insomma non più come monopolio ma ponte! E’ così che la dimensione di laicità, lo spessore ecumenico, l’attitudine al dialogo non sono più appendici o surrogati dell’esistente, ma si trovano nello stesso DNA di ogni comunità di credenti, ridotta sì ai minimi termini come apparato, ma la cui forza è prima di tutto nella fede del cuore: “chi crede in me; come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7,38).

Proprio nella marginalità si ritrova quel tesoro della fede che “messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà” (1Pt 1,7). Nessuna deriva spiritualistica o liturgistica, ma realismo estremo di una chiesa che “vive di fede” come ogni giusto e non si sostiene invece con altre forze: ed è di questa sua povertà che può fare ricco il mondo, rimanendo o rimettendosi ai margini!

Scusami, caro Giovanni, se ho approfittato delle tue provocazioni e della tua pazienza per aprirti fraternamente il mio animo: ma se un po’ di quel fuoco che ci ha animato in anni lontani può essere ancora acceso non è per rimpianto o nostalgia ma per condividere tra noi e con gli altri la stessa ansia di Gesù: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49).
Grazie ancora della tua testimonianza e del tuo libro, che alimentano questo fuoco!

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Cari amici,

la lettura del libro autobiografico di Giovanni Franzoni ha alimentato memorie sopite, ma soprattutto ha riaperto un cammino che sembrava essere inceppato e incappato in un vicolo cieco: quello della dialettica o del conflitto che ha caratterizzato il dopo-concilio e che si dà troppo facilmente per superato o per risolto, mentre è il vero nodo da sciogliere anche oggi. Se l’epoca di Papa Francesco ha avuto già un risultato è senz’altro quello di aver riproposto il problema di un cambiamento d’epoca attraverso quella che veniva chiamata ”rivoluzione copernicana” di una chiesa che ruota nelle periferie del mondo – fino agli estremi confini della terra! – mentre forse si rischia un rinnovato ecclesiocentrismo, forse anche grazie o nonostante papa Francesco.

Sarebbe buona cosa se il libro di Giovanni Franzoni riuscisse ad aprire i giochi, anche attraverso forme di autocritica, mentre se ne farebbe un cattivo uso se portasse ad un ripiegamento ed autocompiacimento come se i giochi fossero fatti da una parte e dell’altra, in una sorta di percorso parallelo fatto di incomunicabilità. D’altra parte a poco serve la circospezione di iniziative innovative che non vogliono disturbare il guidatore, magari anche quando è lo stesso guidatore a dire di uscire e di scendere: si rischia di essere anime belle nel panorama grigio e amorfo di una chiesa ancora troppo di praticanti più che di credenti.

Se da una parte e dall’altra non si sviluppa una convergente e decisiva polarizzazione evangelica, andiamo ancora una volta incontro a rattoppamenti dell’esistente logoro invece che puntare su un tessuto nuovo. Si tratta insomma di uscire da una conflittualità sorda e sterile per riattivare una dialettica reale e feconda di cui non aver paura. In effetti, se una ostilità esiste essa nasce più da chi difende lo status quo che da chi avanza proposte: il fatto strano è che quando un dissenso nasce da posizioni di forza sulla difensiva non fa scandalo ed è benedetto, mentre fa stracciare le vesti ai benpensanti quando legittimamente rimette in questione il sistema. Ma tant’è!

Questo basti per chi abbia voglia di avventurarsi in queste situazioni (nelle quali peraltro siamo tutti coinvolti) e si senta di fare un cammino insieme anche attraverso i vari contributi di questo Forum, che certamente non offrono soluzioni immediate ma vogliono essere un viatico per proseguire insieme sul sentiero stretto della speranza.

Grazie davvero a chi, accettando questa compagnia, si fa a sua volta compagno di strada: non è quello che conta?

Alberto Simoni

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Pagine del libro di Giovanni Franzoni (pp.127-129)

Gesù Cristo non era un progettualista

Noi dobbiamo lavorare faticosamente per un mondo migliore, ma questo non coincide con la sua effettiva realizzazione. Gesù Cri­sto non ebbe questa visione: non era un progettualista. Ci chiese: «Credete che quando il figlio dell’uomo tornerà troverà la fede sulla terra?». Ha buttato via la sua vita senza sapere se sarebbe servito. Se fosse stato una persona assennata sarebbe rientrato a Gerusalem­me a cavallo e si sarebbe ripresentato dal sommo sacerdote. Gesù non agisce mai politicamente, non è suo interesse farlo. Non è un rivoluzionario, è un sovversivo: urta il potere, ma non ha il concetto del piano quinquennale, degli alleati, delle tattiche. È suo interesse costruire una comunità di fede che riproponga il suo regno. In fon­do ce lo disse anche Pietro Ingrao in un convegno delle Comunità cristiane di base (Cdb) nel 1987 a Firenze: «Non so se vinceremo o perderemo, ma so che sia che si vinca sia che si perda io sarò con voi». Il granello di senape si può trasformare in un arbusto, ma poi è sbagliato dire che l’arbusto può diventare la piramide di Cheope. Il paradigma è diventare arbusto e sperare che diventi una fore­sta. Lì ci fermiamo: dobbiamo saper gioire di quello che si diviene. Sennò arriviamo ai 300mila che plaudono alla canonizzazione del franchista Escrivà de Balaguer e lo interpretiamo come il Regno di Dio sulla terra. Non ci si può illudere che una ideologia, o una formazione politica, o peggio ancora un demagogo, ci offrano la rivoluzione definitiva, quella buona per sempre. Anche ammesse le loro buone intenzioni.

Mi sono riconosciuto nel percorso di conscientizzazione e di lotta per gli oppressi propugnato dalla Teologia della liberazione, ma guardandomi da una fede dogmatica in una vittoria finale che potesse coincidere con il Regno di Dio. Si è rischiato di cadere nello stesso equivoco: si parte da Gesù operaio e si rischia di scivolare in un integralismo cristiano progressista, popolare. Certo, distruggere le dittature va bene, ma poi? Come costruire una società di tutti e di tut­te? Quando cadde Saigon titolammo su «Com-Nuovi tempi»: Cristo risuscita a Saigon. Macché. E poi abbiamo creduto nella rivoluzione sandinista in Nicaragua, nei montoneros argentini, nella rivoluzione eritrea, nel Chapas. Noi dobbiamo aderire a questi movimenti nudi, non vestiti da cristiani o da marxisti. La verità non può stare tutta in Carlo Marx. La nostra speranza è umana, quotidiana e dobbiamo lavorare insieme ai non credenti. Per maturare tutti insieme, dal basso. Nessuna rivoluzione è più difficile e dirompente di quella che ha come obiettivo di far crescere le persone. In modo che ragionino con il proprio cervello ma insieme agli altri, consapevoli che si vive in una società pluralista. Nei nostri tempi i cambiamenti si sono accelerati: io ho conosciuto il fascismo, la resistenza, la rinascita dell’azione cattolica, la Democrazia Cristiana, il ’68, il sorpasso del Pci alle Europee dell’84, il terrorismo, la fine del Pci, Tangentopoli, la fine della Dc, Berlusconi, la rinascita della Dc, il movimento «Se non ora quando?», i Grillini. Quante cose ho visto! Chi nasceva sotto la Rivoluzione francese poteva vedere solo quella nella vita.

Credo in questo nuovo movimento, diciamo no global. Ma credo che abbia alcuni limiti importanti. Qual è l’obbiettivo del commercio equo e solidale? La lotta contro i paradisi fiscali e la cancellazione del debito? Vi pare che si possa impensierire il commercio reale con l’equità solidale? La Banca Etica è ansimante, non ha sportelli. Il boicottaggio poteva essere utile ai tempi delle Cinque giornate di Milano o di Gandhi. Credo che tutto questo possa funzionare solo se l’azione si allea a grandi campagne di stampa. Ecco. Credo nella vittoria del Sudafrica, che ha violato il copyright sui farmaci. E avrei creduto in un grande processo alla Union Carbide a Bhopal, che purtroppo non si è fatto. Quella fuga di gas dalla fabbrica di pesticidi ha causato trentamila morti. Dopo tante disillusioni credo in una cosa, oggi: nei diritti dei singoli, bene informati, contro gli Stati, nelle cause civili del fumatore passivo contro la Philip Morris, nei tribunali internazionali dei singoli cittadini, nell’abolizione delle corride in Catalogna. E poi bisogna riconoscere che qualche passo avanti l’umanità l’ha fatto se per secoli ha buttato via i deformi e oggi integra gli handicappati, chiude i manicomi, enuncia i diritti dei bambini e delle bambine.

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