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Quando esistere è resistere

Ingrid Colanicchia
www.adistaonline.it

È sera a Ramallah. Sono sola nella mia camera d’albergo. Troppe le emozioni di questi giorni in Palestina: non mi va di uscire. Ho bisogno di lasciar sedimentare quello che ho visto oggi. E prepararmi a quello che vedrò domani.

Sfoglio una copia di Voice of Kids, la rivista che ci hanno dato oggi a Nablus: si tratta di un progetto psico-educativo dei ragazzi di Human Supporters Association, una delle innumerevoli realtà che incontreremo in questo viaggio con Assopace Palestina. E qui, tra le pagine di questa rivista, trovo una frase che mi risuonerà nella testa per tutta la durata di questo viaggio: «Se hai costruito castelli in aria, non demolirli: piuttosto comincia a costruire le loro fondamenta».

Mi tornerà in mente in continuazione perché oggi una pace giusta in questa terra sembra essere un “castello in aria” lungi dal concretizzarsi, e perché, ciononostante, c’è chi, con fatica, di fronte alle ingiustizie subite ogni giorno, continua a costruire le fondamenta di quel castello.

In una settimana, di persone così, che resistono nonostante tutto, ne abbiamo incontrate tante. Impossibile, nello spazio di poche righe, restituire tutto. Proverò lo stesso però a raccontarvi i volti della resistenza palestinese che ho conosciuto, tanti quanti ne ha l’occupazione israeliana.

La scelta della resistenza nonviolenta

A Bil’in, una decina di chilometri a ovest di Ramallah, incontriamo Mohammed Al Khatib, del Comitato popolare di resistenza nonviolenta. Qui, dal 2005, gli abitanti del villaggio manifestano ogni settimana contro il Muro di separazione costruito intorno al vicino insediamento illegale di Modi’in Illit. E qui veniamo a conoscenza della storia di Bassem Abu Rahmeh, ucciso da un soldato israeliano durante una di queste manifestazioni nonviolente, nell’aprile del 2009. A lui è dedicato un piccolo spazio intorno al quale ci raccogliamo per ascoltare Mohammed, prima di percorrere i metri che ci separano dal Muro. Gli israeliani dicono di averlo costruito per motivi di sicurezza, ma in realtà si tratta di un muro di annessione territoriale. È la prima volta che lo vediamo da vicino, al di là si ergono le case dei coloni: corpi estranei tutti uguali e così diversi dalle abitazioni palestinesi. Luisa Morgantini, presidente di Assopace e guida impareggiabile in queste terre, ci racconta che una settimana dopo la morte di Bassem, lei e gli abitanti di Bil’in tornarono a costruire la sua tomba. Nonostante la presenza dell’esercito israeliano, alla fine riuscirono nell’impresa. Ne erano contenti ma, commenta Luisa, «non è assurdo essere contenti di aver costruito una tomba?».

Bil’in non è l’unico villaggio che ogni settimana vede scendere nelle strade i suoi abitanti, così succede anche a Nabi Saleh, qualche chilometro più a nord, dove le manifestazioni sono iniziate nel 2009, in dicembre, perché è in dicembre che è iniziata la Prima Intifada. E come Bil’in, anche Nabi Saleh ha i suoi martiri: Mustafa Tamimi, ucciso nel 2011 da un lacrimogeno sparatogli al volto da distanza ravvicinata, e Rushdie Tamimi, ucciso l’anno seguente da soldati israeliani che hanno usato contro di lui proiettili veri.

Come a Bil’in e a Nabi Saleh anche ad At Tuwani, sulle colline a sud di Hebron, la resistenza la si impara da piccoli. Qui, il semplice atto di camminare lungo la strada che conduce a scuola è un atto di resistenza. Più volte i bambini sono stati aggrediti dai coloni dell’insediamento di Ma’on e dell’avamposto di Havat Ma’on, al punto che Israele ha fornito loro una scorta: una jeep e due soldati li accompagna durante il tragitto. E qui incontriamo i volontari dell’Operazione Colomba, il corpo nonviolento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che dal 2004, oltre a documentare e denunciare le violenze commesse da coloni, esercito e polizia israeliani, accompagna i pastori e le famiglie palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi dei coloni e sostiene le attività del Comitato Popolare delle Colline a sud di Hebron, nel quale le famiglie della zona si sono riunite per lottare con metodi nonviolenti per la propria vita e i propri diritti.

L’arte come forma di resistenza

Nonostante l’intera Cisgiordania copra una superficie poco più grande della Liguria, qualsiasi spostamento richiede tempo e pazienza. Il Muro, i checkpoint che costellano il territorio, le barriere erette dall’esercito israeliano sulle vie di accesso a città e villaggi, la rete di strade riservata ai soli coloni israeliani che attraversa in lungo e in largo la Cisgiordania, limitano la libertà di movimento dei palestinesi, costringendoli nella migliore delle ipotesi a tragitti lunghi e tortuosi.

E così per andare da Ramallah a Jenin, al confine nord, ci mettiamo ben più di quel che ci vorrebbe in un Paese normale per percorrere quella manciata di chilometri.

Ne vale la pena: a Jenin incontriamo i responsabili del Freedom Theatre, la scuola di teatro del campo profughi di Jenin nata nel 2006 per iniziativa di Juliano Mer Khamis che ha raccolto l’eredità di sua madre, Arna Mer, scomparsa nel 1995, e delle donne che con lei, durante la Prima Intifada, avevano deciso di creare uno spazio – lo “Stone Theatre” – in cui giovani e bambini, attraverso la recitazione, potessero dare sfogo ai traumi accumulati a causa dell’occupazione militare. A raccogliere il testimone di Juliano, assassinato nel 2011 da ignoti, è stato invece Nabil al-Raee, attuale direttore artistico del Freedom Theatre, che ci spiega come il progetto, fondato sulla convinzione che l’arte abbia un ruolo fondamentale da giocare nella costruzione di una società libera, sia uno dei tanti tasselli della resistenza del popolo palestinese. Attualmente al Freedom Theatre studiano 14 ragazzi e tre ragazze che hanno la possibilità di seguire corsi di recitazione, cinema, fotografia, scrittura creativa. Un’esperienza terapeutica – per i ragazzi, per le loro famiglie e per chi ha l’opportunità di vederli recitare sul palco – che invera le parole con cui, al loro primo incontro, Juliano accolse Nabil: «Benvenuto nella rivoluzione!».

Quale sicurezza?

Tutto quello che abbiamo visto in questi giorni ci si ripropone ancora più violentemente quando andiamo ad Hebron, una trentina di chilometri a sud di Gerusalemme. E non è un caso. Sulla base degli Accordi di Oslo (che hanno tra l’altro diviso la Cisgiordania in tre aree: l’Area A, sotto controllo e amministrazione palestinesi; l’Area B, sotto il controllo israeliano ma con amministrazione palestinese; e l’Area C, sotto controllo e amministrazione israeliana) e del Protocollo di Hebron, firmato nel 1997, la città è stata divisa in due settori: il settore H1 controllato dall’Autorità palestinese e il settore H2 controllato da Israele. Non solo: a Hebron, caso unico, circa 600 coloni vivono nel cuore della città. Le difficoltà di questa convivenza forzata ce le raccontano Sundus Al Azzaeh e gli altri ragazzi di Youth Against Settlements, l’associazione nazionale con base qui ad Hebron che, attraverso la disobbedienza civile e la resistenza nonviolenta, lotta contro l’occupazione israeliana. Ci accolgono nella struttura in cui svolgono le loro attività: oltre a documentare le vessazioni che subiscono e a mettersi a disposizione per servizi di vigilanza notturna per quanti abitano in prossimità degli insediamenti, tengono lezioni di lingua, di diritto, di montaggio video, proiettano film…

A pochi metri da noi, oltre una scalcinata recinzione, c’è una pattuglia dell’esercito israeliano: è lì per “difendere” i coloni che hanno occupato la casa che si trova di fronte alla sede dell’associazione. I ragazzi di Youth Against Settlements ci dicono che, se oltrepassassero quello steccato, i soldati potrebbero sparare loro o arrestarli.

Dopo aver mangiato insieme ci avviamo verso il mercato, facciamo però strade diverse: i nostri ospiti non possono venire con noi perché Shuhada street, la via principale, un tempo fulcro della vita economica di Hebron, è loro interdetta.

Dal 1994, a seguito del massacro alla moschea di Abramo, in cui persero la vita 29 palestinesi uccisi da un colono estremista, Baruch Goldstein, e delle conseguenti proteste, Shuhada street è stata chiusa al passaggio dei veicoli palestinesi. Dal 2000, ai palestinesi è vietato anche il passaggio pedonale. I negozi che affacciavano sulla strada sono stati chiusi, gli abitanti sfrattati, gli accessi alla strada murati. Il tutto per garantire “sicurezza” ai 600 coloni che occupano il centro della città.

Mentre camminiamo su Shuhada street, uno dei miei compagni di viaggio si ferma a chiedere qualcosa a un uomo: è un colono e solo quando si gira ci accorgiamo che ha una pistola infilata nei pantaloni.

È a quell’uomo e a quella pistola che penso quando, tornata a Roma, apro la valigia e vi trovo un foglietto delle autorità aeroportuali di Tel Aviv che mi comunicano di aver aperto il mio bagaglio per motivi di sicurezza. E mi domando se alle menzogne che raccontano ci credono veramente.

* La nostra redattrice in aprile si è recata in Palestina con Assopace Palestina, l’associazione fondata da Luisa Morgantiniche tre volte l’anno organizza viaggi in Israele e Territori occupati (www.assopacepalestina.org). Sui prossimi numeri di Adista Segni nuovi pubblicheremo altre puntate dedicate a questo viaggio.

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