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Fine vita, lettera al Presidente Napolitano

Francesco Lizzani

Gentile Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano,

“Onora il padre e la madre” recita il comandamento centrale del Decalogo. Non dice “ama” il padre e la madre. Ma non dice neanche “rispetta”, né tanto meno “ubbidisci” al padre e alla madre. Non è il residuo di una civiltà primitiva e patriarcale, ma un pensiero irriducibile a ogni superficiale interpretazione e alla linea di confine che separa credenti e non credenti. Il verbo ebraico usato per “onora” condivide la sua radice con la parola che esprime la “gloria” di Dio. Il genitore rappresenta la più perfetta “figura” di Dio e della creaturalità umana, perché comunque la si pensi, noi non siamo causa di noi stessi. Noi non saremmo senza i nostri genitori, e tutto il resto, la nostra vita, le nostre idee, il nostro singolare destino, tutto il campo di ciò che sembra appartenerci, viene necessariamente dopo. Ogni vita contiene un debito originario da onorare verso le persone che sono anche i corpi di cui siamo stati fatti a immagine e somiglianza; un debito che non si esaurisce con la loro fine materiale.

È per onorare questo debito che Le scrivo, caro Presidente. Il debito che, nel mio caso, non porto solo alla memoria di mio padre, ma anche, dal 5 ottobre dello scorso anno, al suo corpo offeso. È dunque un debito anche nei confronti di chi ha il coraggio di esprimersi ed esporsi personalmente su un grande tema etico, quello del fine vita, nella non facile prospettiva di lenire, per quanto possibile, il carico di afflizioni ulteriori che le opinioni umane, quando si ergono a prescrizioni dogmatiche, aggiungono ad altre sofferenze già per se stesse insostenibili. Lei ha avuto il coraggio di farlo, Signor Presidente, il 14 marzo scorso, in una lettera che richiama il Parlamento al rispetto dei suoi comandamenti, anzi del comandamento fondamentale della nostra democrazia, quello di garantire alla volontà popolare di esprimersi nelle forme e nei modi previsti dalla nostra Legge Fondamentale.

E lo ha fatto in relazione a un tema, quello del fine vita, che per quanto complesso non sfugge alla realtà umana del diritto e delle norme, e alle procedure che ne disciplinano la formazione. Una di queste, prevista dalla nostra Costituzione, è quella che si esplica nelle proposte di legge di iniziativa popolare, come appunto quella sul fine vita promossa dall’Associazione Luca Coscioni che giace in Parlamento da quasi un anno, e che tuttavia non trova ancora un posto nell’agenda dei lavori parlamentari, nonostante il sollecito da Lei rivolto alle Camere.

Più di quello che Lei ha fatto, caro Presidente, non Le si può chiedere, ma è proprio per questo che La si deve ringraziare, o almeno la ragione per cui io sento il dovere di farlo con questa lettera. Rispetto a un tema di questa complessità, sarebbe stato molto più facile per Lei voltare lo sguardo dall’altra parte, come altri hanno fatto, anzi stanno facendo; ma Lei non lo ha fatto e ciò rappresenta addirittura un evento senza precedenti nella storia della sua carica istituzionale, perché è la prima volta, se non vado errato, che un Presidente della Repubblica, sia pure nella forma di una lettera personale, invia anche un messaggio al Parlamento su un tema squisitamente etico. Un tema su cui è giusto dividersi, ma proprio per questo altrettanto giusto, anzi doveroso pronunciarsi, a fronte di un atto della sovranità popolare.

A questo punto, per motivare meglio il mio ringraziamento, e soprattutto per evitare equivoci su questa lettera, vorrei chiarire per quello che vale la mia opinione sul punto che più mi riguarda personalmente. Non difendo né condanno chiunque compia l’atto estremo del suicidio, né riconosco in chi lo compie una vittima. E se dovessi schierarmi in un dibattito più profondamente articolato nell’antichità che oggi, quello sulla legittimità o meno della morte volontaria, mi collocherei sul fronte dell’illegittimità. Ma solo per l’ultimo e decisivo argomento sostenuto da Plotino contro Porfirio nel grande dialogo leopardiano dedicato al tema. Leopardi pensa che ci siano molte più ragioni per non vivere piuttosto che per vivere, anzi tutte; meno una: gli altri. Della nostra vita possiamo anche considerarci unici proprietari, ma la considerazione dei legami che la intrecciano a quella degli altri, e del dolore che la nostra scomparsa volontaria procurerebbe loro, consente perfino a Leopardi-Plotino di rovesciare con un colpo magistrale all’ultimo momento le tesi sostenute in tutto il dialogo.

Eppure nella realtà questo rovesciamento quasi mai riesce, perché vi sono condizioni estreme, legate in particolare alla sofferenza fisica, ma anche psichica, in cui l’argomento di Plotino trova un limite. Anche con mio padre Carlo abbiamo ragionato sul tema, da lui sollevato più volte con il peggiorare delle sue condizioni fisiche. Ne parlava lui stesso in relazione alla vicenda di Mario Monicelli e Lucio Magri, che per quanto diverse considerava ispirate da un lucido coraggio, immaginando in via ipotetica una soluzione analoga a quella di Magri, perfino con una variante da Giulietta e Romeo: un suicidio assistito simultaneo con la compagna della sua vita, mia madre Edith, che condivideva con lui questa ipotesi perché in condizioni anche peggiori delle sue. Ebbene, sono a mia volta convinto, anzi sicuro, che se questa opzione incruenta fosse stata praticabile, magari addirittura in casa, senza quei complessi ostacoli logistici e temporali che oggi la rendono assolutamente impraticabile in Italia per un uomo della sua età, ciò avrebbe avuto un paradossale effetto deterrente.

Pianificare concretamente la propria fine con l’aiuto dei propri cari, avrebbe inevitabilmente tenuto aperto quello spazio del dialogo, della parola, che è lo spazio proprio dell’umano, lo spazio della relazione, di un “io” che trova il suo fondamento ultimo nel “tu”. Avrei ubbidito alla sua richiesta, avrei collaborato alla sua esecuzione; ma avrei anche interagito, come Porfirio. Nello spazio aperto della parola, gli avrei detto che, in fondo, si sarebbe potuto ancora rimandare di un giorno. E il giorno dopo di un altro giorno. E così via, per restare ancora insieme. Continuando a parlarne. E quand’anche questo spazio si fosse esaurito, e la sua decisione fosse stata irrevocabile, forse – e dico “forse” e non di più, perché non sarà mai una legge che potrà risolvere i più intimi drammi dell’uomo – non avrei mai visto la sua immagine inutilmente offesa. Ma è un forse che pesa abbastanza da interrogarci. E’ il paradosso di ogni vuoto e di ogni proibizionismo legislativo quello di alimentare il fenomeno che si vuole negare. Un paradosso che però si aggiunge a troppi altri, in un Paese come il nostro.

Immaginare una qualunque normazione sul suicidio assistito in Italia risulta oggi inverosimile, e non intendo minimamente, con questa mia lettera personale, forzare il significato della Sua, Signor Presidente della Repubblica. Ma proprio la mia personale vicenda, simile a quella di Carlo Troilo, mi ha spinto a comprendere ancora meglio le ragioni che vanno al di là delle nostre personali ma niente affatto isolate esperienze, cioè le ragioni di chi ha dovuto sostenere inutili pene aggiuntive per ottenere la fine di pene già in sé e per sé insopportabili. Un’offesa alla dignità e alla libertà della persona per le quali magari un domani, come è già accaduto di recente ma dopo secoli, arriveranno le scuse, come per le crociate, la persecuzione degli ebrei, i roghi di uomini e libri, le conversioni forzate. Perché a causa di un singolare paradosso storico, e dunque non certo per un caso, proprio il Paese di Galileo Galilei è quello dove l’esercizio pienamente responsabile e adulto della ragione, e anche della fede, hanno trovato storicamente e trovano ancora oggi ostacoli alla loro affermazione senza paragoni con altri paesi, anche in campo legislativo.

Non è un caso che proprio all’interno della nostra più alta sede parlamentare si è inveito con disumana e poco cristiana cecità contro i genitori di Eluana Englaro. E siamo il paese dove è stato negato il funerale religioso, o per dir meglio cattolico, a Piergiorgio Welby, accordato invece senza remore a criminali o dittatori. Per un altro paradosso, dunque, il ruolo di Creonte è stato assunto proprio in Italia da chi dovrebbe interpretare quello di Antigone, quello della pietà religiosa, anche se forse è inevitabile quando una religione è anche uno Stato, e si mette sotto le ali di un altro Stato, o anche peggio, tende a mettere lo Stato sotto le sue ali. Quando Dio si fa Cesare, l’auctoritas vince sulla charitas.

Ma lo Stato vero e proprio, la Repubblica italiana, il suo Parlamento, potrebbe fare di meglio, cioè il minimo, il suo dovere: comportarsi da Cesare e non da Ponzio Pilato. Lei, con la Sua coraggiosa lettera a Carlo Troilo, ha già fatto molto di più: ci ha ricordato anche un’idea alta della politica, una politica che non sia solo amministrazione finanziaria o arbitrato di interessi, ma che abbia ancora l’ambizione di riaccreditarsi come l’arte umana più elevata, come la basiliké téchne di cui parla Platone. O più elevata ancora, che possa riconoscersi senza steccati in una parola evangelica che dice: “Non di solo pane vivrà l’uomo”.

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