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Minori, sesso e turismo insostenibile

Tania Careddu
www.altrenotizie.org

E’ notizia di qualche giorno fa l’arresto per pedopornografia dello stretto collaboratore (ormai ex) del premier britannico, David Cameron. Patrick Rock ha occupato un ruolo importante da consulente del governo, lavorando, ironia della sorte, all’accordo per un filtro ai contenuti pedofili con i maggiori motori di ricerca. Il nome è noto e fa cronaca. Arriva oltre la Manica e l’eco dello scandalo si propaga anche in Italia. Dove, invece, i casi simili a questo avvengono fra la gente comune (?) e perciò sono meno individuabili.

Anche perché, nonostante sia stata creata dal Dipartimento per le Pari opportunità una banca dati ad hoc, per la quale sono state investite ingenti somme, la stessa risulta “in fase di realizzazione” e l’ultima relazione al Parlamento risale al 2010. Un vuoto di conoscenza che si riscontra anche relativamente ai dati sul turismo sessuale a danno dei minori.

Fenomeno ampio, basti pensare che nel 2011, secondo l’ECPAT, circa duecentocinquantamila bambini sono stati vittime di prostituzione e ogni anno cinquecentomila di loro al di sotto dei diciotto anni, subiscono abusi sessuali. Violenze per le quali i nostri connazionali guidano, insieme ai tedeschi e ai portoghesi, le classifiche dei carnefici. Meta preferita: Brasile.

Attualmente protagonista di grandi eventi sportivi, dalla Coppa del mondo in corso alle prossime Olimpiadi nel 2016, risulta Paese di “destinazione” particolarmente a rischio. Sebbene la mancanza di banche dati, appunto, non consenta di quantificarli esattamente, né di conteggiare il numero degli italiani arrestati o che hanno deciso di sostenere il processo all’estero, secondo le associazioni non governative – le uniche, al pari di quelle turistiche, in grado di monitorare la situazione – i turisti italiani che scelgono il Brasile a scopi sessuali con bambini sarebbero ottantamila l’anno.

E nonostante i tifosi di calcio e gli sportivi non costituiscano un gruppo a rischio, potrebbero, però, trasformarsi in turisti sessuali “occasionali”. Vuoi per l’atmosfera esotica ed euforica e per il desiderio di nuove esperienze, vuoi per l’assenza di informazione, per i pregiudizi o per il senso di impunità legato all’anonimato nel Paese straniero.

Nell’ultimo anno, però, iniziative di sensibilizzazione proposte da confederazioni sindacali hanno coinvolto aziende farmaceutiche e imprese che offrono servizi di comunicazione. Stando a quanto si legge nel 7° Rapporto di aggiornamento su “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, prodotto dal Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), pare che si muova un innovativo interesse fra l’opinione pubblica per l’approfondimento del fenomeno, anche verso i suoi aspetti normativi.

E’ giunto il momento visto che, secondo quanto emerge da una ricerca sul sesso tra adolescenti e adulti, effettuata da Ipsos lo scorso febbraio, una larga fetta della popolazione italiana, pari al 38 per cento, la ritiene una pratica accettabile.

Spiegati così, almeno sociologicamente, i recenti e non sporadici fatti di cronaca che vedono adolescenti di genere femminile coinvolte nel giro di sesso a pagamento con uomini adulti. Professionisti, impiegati, persone di status economico-sociale medio alto che non si pongono alcuno scrupolo né sul piano legale e normativo né su quello etico e morale. E così la prostituzione minorile è in evoluzione: dalle baby squillo alla tratta delle giovani straniere.

Recenti stime evidenziano la presenza di più di mille minori di diciotto anni in strada. Ma, al di là dei dati quantitativi, lo sfruttamento sessuale delle minori, sia per strada sia indoor, risulta sommerso. Invisibili alle autorità competenti e agli operatori sociali per la spiccata mobilità sul territorio e a causa dello schiacciante controllo degli sfruttatori.

E anche per la difficoltà a denunciarne i casi. Addirittura i pediatri, oltre il 60 per cento di loro, hanno percepito casi di maltrattamento ma non li hanno segnalati per l’incertezza degli elementi a disposizione, dei modi per farlo e degli organismi a cui rivolgere le segnalazioni. E pure intimoriti dalle conseguenze dell’eventuale gesto.

Anche la scuola fatica a segnalare o lo fa in ritardo, perché spesso sottovaluta l’entità dei fatti, soprattutto quando si tratta di adolescenti. Scarseggiano gli interventi di assistenza e recupero delle giovani vittime che, invece, necessiterebbero di un percorso psicoterapeutico e sul piano giudiziario non sono adeguatamente rappresentati nel processo.

Ma, alla resa dei conti, stando ai numeri di una ricerca condotta nel 2013 da CISMAI e Terre des hommes, ben centomila bambini, lo 0,98 per cento della popolazione minorile, ogni anno sono presi in carico dai servizi sociali italiani esclusivamente per abuso sessuale. Tutto il mondo è paese. Purtroppo.

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