Home Chiese e Religioni Ricevere i poveri e poi i loro oppressori? Un Concilio degli esclusi contro il sistema

Ricevere i poveri e poi i loro oppressori? Un Concilio degli esclusi contro il sistema

Claudia Fanti
Adista Documenti n. 25 del 05/07/2014

Non è sufficiente un papa semplice, buono, schierato con i poveri per cambiare le cose. Perché, sottolinea il teologo spagnolo José María Castillo (Redes Cristianas, 10/6), il problema non è il papa e non è neppure il papato. Il problema, «assai più grave», «è la religione, che il papa e il papato rappresentano». Perché, prosegue Castillo, se è evidente la profonda, genuina, preoccupazione di papa Francesco per i poveri e gli esclusi, lo è altrettanto «la fedeltà religiosa del papa all’istituzione che rappresenta, la Chiesa Cattolica Romana, retta e controllata dalla Curia Vaticana». Cosicché il papa «vuole, senza alcun dubbio, essere vicino a quanti soffrono. Ma vuole star loro vicino a partire dalla lontananza che rappresenta la grandezza, la solennità, l’enigma della Città del Vaticano, la città sacra, la città per eccellenza della religione». Una religione che implica «dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili». Da qui, sottolinea il teologo spagnolo, la contraddizione tra «il ricevere i poveri in piazza san Pietro e, di seguito, ricevere quelli che opprimono i poveri nel palazzo papale. Il che, in ultima istanza, equivale a potenziare la stabilità del sistema». Quella stabilità che «incontra la sua garanzia ultima nell’autorità invisibile del potere più alto», di cui il papa, per molti cittadini del mondo, è il rappresentante visibile. E se il compito di eliminare ogni iato «tra quello che il papa dice e quello che il papa fa» non può essere il compito di una sola persona, tanto più se incontra resistenze «nella sua stessa casa», tuttavia non è possibile evitare di interrogarsi sulla possibilità di riportare al centro della Chiesa il Vangelo di Gesù, vale a dire «la bontà di Gesù come sistema di governo». «So che tutto questo – scrive Castillo – è un’utopia. Ma non è un’utopia anche il discorso della Montagna, il giudizio finale annunciato dal Vangelo di Matteo, la vita intera di Gesù? Certo. Una meravigliosa utopia. E tuttavia è questa utopia che (sia come sia) guida i passi di papa Francesco, in questo momento, tanto drammatico quanto decisivo, per il futuro della Chiesa. E forse del mondo».

Una questione, quella sollevata da Castillo, che si pone anche il teologo Fausto Marinetti, il quale, in una lettera a papa Francesco, pone la madre di tutte le domande: «Sei un papa rivoluzionario o riformista?». Evidenziando, poi, la stessa contraddizione colta dal teologo spagnolo: come conciliare le parole “categoriche” sull’indissolubile vincolo tra la fede e i poveri, le denunce coraggiose delle cause strutturali dell’esclusione, con un patrimonio come quello del Vaticano? «Tutti riconoscono – sottolinea Marinetti – la tua scelta di povertà, semplicità, carità, ma tu, volente o nolente, ti identifichi con l’istituzione ecclesiale. I tuoi figli esclusi possono chiamare “padre” chi è al timone di un’organizzazione che possiede tanti beni?». Ed è davvero il caso di affermare che «il papa ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare ai ricchi che devono aiutare i poveri»? «È proprio necessario ricorrere a Cristo per donare qualche briciola? Tra elemosina e giustizia c’è un abisso. Non sarebbe obbligatorio restituire ciò che abbiamo in più, perché non ci spetta?». Tanto più che «da sempre si aiutano i poveri, perpetuando la miseria istituzionalizzata». E allora ecco la proposta di Marinetti: «Che ne diresti di un Concilio degli esclusi?» E poi di «un Concilio delle religioni»? «Un movimento dal basso, che inventi nuovi stili di vita, di produzione e di consumo, una convivenza economica che riconosca per legge il diritto di ognuno a soddisfare le proprie esigenze fondamentali. Il giudizio finale è la piattaforma più universale da cui partire per dare inizio a una nuova storia di solidarietà e di giustizia».

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Un papa rivoluzionario o riformista?

Fausto Marinetti

Francesco, che ti applaudano i tuoi tifosi (87% nel mondo, 99% in Italia) è comprensibile. È Leonardo Boff che mi intriga. Punito da due papi, inflessibili guardiani della dottrina, osa parlare di “primavera della Chiesa”. «Francesco sta facendo la rivoluzione del papato»; è «un progetto di Chiesa e di mondo, una Chiesa povera, senza apparato di potere, una Chiesa dell’incontro, della misericordia… che fa la rivoluzione della tenerezza».

Il Time ti dichiara “personaggio dell’anno”. I mezzi di comunicazione parlano di “super-uomo”, “super-star”, “valanga”, “vulcano”. I tuoi gesti, le tue parole, i tuoi atteggiamenti catturano la gente più diversa. Gioviale, attiri in modo inedito. In una parola: un “fenomeno”! Come coniugare tutto ciò con una storia del papato niente affatto edificante? Rispondi: «Siccome sono chiamato a vivere quello che chiedo agli altri, devo pensare anche a una conversione del papato» (cfr Evangelii Gaudium).

Una società orfana e disillusa sembra trovare in Francesco un “cuore di padre”, “il vangelo della misericordia”. Di grazia, vorremmo sapere: sei un papa rivoluzionario o riformista? I tuoi inviti a “uscire di chiesa”, “a puzzare di pecore”, a “fare casino”, hanno a che fare con cambiamenti essenziali o formali? Vuoi una rivoluzione o un ringiovanimento? Non c’è dubbio che a parole sei rivoluzionario quando denunci la dittatura del denaro: il comandamento “non uccidere” non vale solo a livello individuale ma planetario. «Dobbiamo dire no a una economia dell’esclusione e della disuguaglianza sociale. Questa economia uccide. (…). Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento, ma di una nuova realtà: (…) gli esclusi non sono sfruttati, ma esuberi, avanzi» (EG 53). Quindi è necessario andare oltre Marx e la teoria del lavoro come plus-valore. Ma cosa possono rivendicare gli esclusi se non hanno né sindacato, né ONU, né nessuno, perché vengono buttati via come spazzatura sociale? Se questa economia uccide, chi sono i mandanti e gli esecutori materiali, gli utenti e usufruttuari del mercato globale? Tutti noi che ce ne avvantaggiamo siamo complici. Non abbiamo ancora scoperto il potere dei consumatori, che possono condizionare i produttori e perfino le multinazionali con l’arma del boicottaggio.

I media occidentali indugiano sui tuoi gesti. Per fare la rivoluzione basta portare la borsa, usare scarpe normali, l’utilitaria, abitare a Santa Marta, mangiare alla mensa comune, rompere gli schemi della sicurezza, abbracciare tutti quanti, atei, divorziati e agnostici compresi? Chissà se hai scavalcato il “papa angelico” per essere un “uomo come tutti”! Rinnovare il passaporto argentino alimenta la speranza della rinuncia al passaporto del papa/capo di Stato. Dichiararsi “vescovo di Roma” può essere il preannuncio della rinuncia al papa sovrano. È ora di uscire sulla piazza della storia per spogliarsi di ogni mito, anche di quello della “francescomania”.

DALLA CARITÀ ALLA GIUSTIZIA

Dopo 20 secoli di assistenzialismo, bisogna traghettare la cristianità dalla pratica della carità alla pratica della giustizia. Il Cristo parla di vita nuova, pane nuovo, nuova legge (la “Sua”), cieli e terre nuove. Come abbandonare l’idea della Chiesa “pronto soccorso sociale”, una ong assistenzialista, un’opera di bene, che insegna ai benefattori ad accumulare beni spirituali per l’aldilà con gocce di elemosina ai poverini? Tu affermi: «Il papa ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare ai ricchi che devono aiutare i poveri» (EG 58). È proprio necessario ricorrere a Cristo per donare qualche briciola? Tra elemosina e giustizia c’è un abisso. Non sarebbe obbligatorio restituire ciò che abbiamo in più, perché non ci spetta? Da sempre si aiutano i poveri, perpetuando la miseria istituzionalizzata. Un miliardo di occidentali (bianchi e cristiani) possono votarsi al consumismo di massa grazie a sei miliardi di sfruttati. Popoli/Epuloni sempre più ricchi alle spese di popoli/Lazzaro sempre più poveri. Una società che esalta Bill Gates, il cui patrimonio è superiore a quello del continente africano, non è neppure umana! Non è possibile passare da un’economia di mercato competitiva e predatrice a una economia eco-solidale con la cultura del “di ciò che è mio faccio quello che voglio”, “non ho rubato a nessuno, ho guadagnato ciò che è mio con il sudore della mia fronte”.

GLI ESCLUSI, CUORE DELL’EVANGELO

Quando parli di impoveriti, sei categorico: «L’opzione per i poveri viene dal Vangelo»; «I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»; «Bisogna affermare senza contorsioni che c’è un vincolo indissolubile tra la nostra fede e i poveri» (EG 48); «L’opzione per i poveri è molto più che una teoria teologica, culturale, sociologica, politica o filosofica»; «Desidero una Chiesa povera per i poveri» (EG 198).

Denunci le cause strutturali dell’esclusione: «L’essere umano è considerato in se stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare via» (EG 53). Così «si instaura una nuova tirannia invisibile» (56): «Uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la cultura dello scarto» (53).

Come conciliare le tue denunce con il patrimonio del Vaticano che ammonta a sei miliardi di euro? Un quarto degli immobili di Roma e il 20-22% di quelli italiani appartengono a enti religiosi: 115.000 stabili, 9mila scuole, 4mila ospedali. Il turismo religioso rende 5 miliardi di euro l’anno con 200mila posti letto e 3.500 alberghi.

Tutti riconoscono la tua scelta di povertà, semplicità, carità, ma tu, volente o nolente, ti identifichi con l’istituzione ecclesiale. I tuoi figli esclusi possono chiamare “padre” chi è al timone di un’organizzazione che possiede tanti beni? Tu privilegi le persone più che le dottrine, perché le prime vengono prima. Con tante congregazioni, commissioni, sinodi, documenti, chiacchiere, chiacchiere… che cosa sta cambiando? E se tu indicessi in Vaticano, chissà, magari un Concilio degli esclusi?

È POSSIBILE LA RIVOLUZIONE DEGLI ESCLUSI?

Le vere vittime, oggi, sono gli esclusi. Ma non sono in condizione di fare la rivoluzione, perché relegati fuori dalla società, fuori dal tempio, fuori dal mondo. Non esistono per nessuno. Chi potrebbe fare la rivoluzione “con” loro (non “per” loro)? I/le religiosi/e con il loro voto di povertà? “Pare che loro lo professino e noi lo viviamo! Per loro voto di povertà, per noi voto di miseria!”. Come essere fratelli in questo modo?

Francesco, come cambiare un «sistema socio-economico ingiusto dalla radice» (EG 59), abbattere «la dittatura di una economia senza volto»? Come farla finita con le cause strutturali dell’esclusione? Per far questo bisognerebbe rifondare la società, ripartire da zero, re-inventare il rapporto umano, le norme sociali, un nuovo ordine economico planetario.

Oggi i governi democratici si vedono obbligati a fare per giustizia quello che la Chiesa faceva per carità: salute, educazione, lavoro, ecc. Nella società è cresciuto il senso della dignità e si rivendicano i propri diritti per giustizia, rifiutando l’assistenzialismo. Si cerca un rapporto nuovo, più umano, perché tra benefattore/beneficato, assistente/assistito, padrone/operario, popolo-arricchito/popolo-impoverito ci sarà sempre un abisso incolmabile: uno sta sopra, l’altro sta sotto.

L’assistenzialismo adagia, umilia, disumanizza. In una società disumana il “pronto soccorso” è indispensabile. Ma, dopo infiniti tentativi assistenzialistici, mi sono reso conto di rendermi complice del sistema; che se l’aiuto, invece di essere eccezione, diventa regola, impedisce il rapporto “alla pari”; che, se la carità viene spacciata per giustizia, viene sovvertito l’ordine stesso delle cose.

E UNA RIVOLUZIONE “ALLA PARI”?

L’assistenzialismo crea due nature umane: una sopra, l’altra sotto; una fatta per dare, l’altra per ricevere. Gli uni soddisfatti e gratificati, gli altri umiliati e frustrati. Bisogna scendere da ogni piedestallo, cattedra, palcoscenico per fare la rivoluzione del vero rapporto umano, vivendo alla pari tra individui e popoli, tra papa e fedeli, tra prelati, preti e laici, tra uomini e donne. È quello che ha fatto il “maestro” quando si è spogliato di sé e si è fatto uomo. Questa è la rivoluzione di Cristo: ci ha garantito che Dio/Padre ci ama; che Lui stesso ci ama come suo Padre ci ama. L’Amore non si può imporre, è possibile solo tra uguali, tra esseri sullo stesso piano. Ecco perché non si può parlare di rapporto d’amore tra padrone e servo, tra ricco e povero. Dio si è fatto uomo per poterci amare da pari a pari. La Chiesa ha sempre predicato di amare Dio. Non potremmo cambiare rotta, predicando l’amore dell’essere umano per l’essere umano? «Come amerai Dio che non vedi, se non ami l’uomo che vedi?». Se bisogna amare gli altri “per amore di Dio”, forse che Dio ci ama per amore di se stesso? Amare i poveri per amore di Cristo non sarebbe ridurli a meri strumenti per la nostra soddisfazione “spirituale”? E Lui amerebbe i poveri per amore di se stesso? È ora di predicare e praticare l’amore per l’essere umano.

Si dice che una società giusta e solidale è utopia. Ma la fede ci è stata data per fare ciò che è impossibile all’essere umano, per smuovere le montagne dell’egoismo individuale e collettivo. La vera utopia è pretendere di camminare sugli arsenali nucleari (“terrorismo legalizzato”) come su delle uova nell’illusione che non succeda prima o poi una frittata atomica.

Se fosse un’utopia condividere, non accumulare, non essere schiavi dell’avidità, non possedere più di quanto serve per vivere degnamente, perché gli indios (selvaggi e pagani!), i più esclusi tra gli esclusi, vivono condividendo, lavorando insieme per produrre il necessario (non sanno cosa sia il superfluo) e lo fanno senza riempirsi la bocca di religione?

Il papa, per essere “alla pari” con gli esclusi, non farebbe bene a liberarsi della papolatria? Come demitizzare “l’uomo vestito di bianco”, più angelo che uomo? Dovrà scendere dal trono della infallibilità, dell’unica vera religione, dal mito dell’unico salvatore. Il nostro Dio non può essere così meschino da temere la concorrenza di Buddha, Maometto, Vishnu. Allora il “santo relativismo” sarà un passo obbligato per arrivare al convivio delle religioni.

Una Chiesa occidentalizzata dovrà avere il coraggio di liberarsi della cultura europea per essere “alla pari” con le altre culture senza più presunta superiorità. Abbiamo ereditato dai greci il dualismo manicheo, la “fuga mundi”, la demonizzazione della donna, la paura del sesso. Pretendiamo essere i primi della mentre la cultura buddhista predica e pratica la beatitudine della povertà/parsimonia meglio di noi, perché i desideri spesso sono fonte di frustrazione, aberrazione e disordine sociale. Se è vero che i “poveri evangelizzano”, questo vale anche per le masse indiane impoverite ma non cattoliche? Non sono forse i santi della nonviolenza, della povertà volontaria e dell’autocontrollo dei veri giganti in umanità?

DE-EUROPEIZZARE LA CHIESA

Soltanto un papa che viene “dalla periferia” potrebbe aiutare la Chiesa romana a de-europeizzarsi? Benché laureato in una facoltà europea, seguace di un ordine religioso primo-mondiale, si sforzerà di trovare un linguaggio comprensibile ai cinesi, agli indiani, ai popoli impoveriti ed esclusi. Per essere credibile, un papa rivoluzionario darà l’esempio per primo, restituendo ai popoli derubati quello che è stato loro sottratto dai cattolicissimi conquistatori. Chissà! Potrebbe affidare all’Unesco i tesori del Vaticano e farne un museo in favore dei popoli impoveriti dalla lussuria europea. Se si fa chiamare “padre di tutti”, sarebbe giusto dimostrarlo, investendo tutte le risorse, Ior compreso, per sconfiggere le cause della denutrizione dei “popoli/figli”. Se sollecita a “uscire di chiesa”, “infangarsi, accidentarsi”, non deve sentirti a suo agio nei palazzi dell’epicentro della cristianità. Quindi potrebbe manifestare la sua paternità verso i popoli/figli andando a convivere con loro – un po’ qua, un po’ là – nelle periferie del pianeta.

Dopo il crollo del modello occidentale e orientale, l’umanità spasima per un nuovo stile di convivenza umana. Ma i laici cattolici soffrono di uno stato di inferiorità, perché trattati per secoli da “minorenni”, incapaci di intendere e volere un mondo più giusto. Il mercato globale non ha altro da offrire se non la “religione dell’economia”, “l’evangelizzazione della propaganda”, “la liturgia dello shopping e del consumismo”. Gli ipermercati sembrano le nuove cattedrali in cui si celebrano i riti del “dio-consumo”. Tutti i popoli sono assoggettati a una nuova forma di dipendenza/assuefazione culturale, che impone stile di vita, moda, usi e costumi occidentali. E i seguaci del “Salvatore del mondo” staranno a guardare, sotterreranno il “talento/sociale” dell’Evangelo, “voi tutti, poi, siete fratelli”?

Con chi farai la rivoluzione, Francesco? Difficile farla con i prelati educati sui testi che hanno adottato i principi del diritto romano riguardo alla proprietà privata (“jus utendi et abutendi”), al diritto del primo occupante (giustificazione del colonialismo), alla giustificazione della guerra (“Vim vi repellere licet”). Preti ridotti a funzionari del culto: una casta che gode di tanti privilegi potrà mai capire la fame e la sete dei popoli sfruttati? Papa Francesco, a cosa si è ridotto il cristiano in occidente?

In un sistema gerarchico/piramidale, se tutti i poteri sono concentrati nel “capo”, la rivoluzione non può che incominciare dall’alto. Pio XII diceva a un prete intraprendente, che lo invitava a fare la rivoluzione dall’alto in basso: “La faccia lei, Lei può fare la rivoluzione dal basso… Se la facesse il papa sarebbe disobbedito”!

I frutti dell’occidente cristiano denunciano la sua sconfitta: chiese e seminari vuoti; cristiani funzionali a sistemi di morte; il papa capo di Stato e connivente con concordati diabolici, regimi dittatoriali e coloniali. Un papa latinoamericano potrebbe aiutarci a considerare la realtà partendo dai popoli crocifissi, chiamando per nome i loro chiodi. Potrebbe indicare i limiti culturali e teologici del cristianesimo primo-mondiale. Volenti o nolenti, noi, cristiani del nord, siamo eredi delle tragedie storiche del sud del pianeta e i cristiani del sud non hanno niente a che vedere con guerre mondiali, funghi atomici, campi di sterminio. Quando ci renderemo conto di aver offerto a Hitler braccia cristiane per uccidere 40 milioni di persone al fine di realizzare il sogno/ideologia del super/uomo, della super/razza, della super/potenza? E oggi è ancora la razza bianca e cristiana che domina il mondo. È ora di restituire ciò che è stato rubato. Se spezzo le gambe a un’economia zoppa, potrò riparare con qualche elemosina umiliante?

Noi cristiani siamo troppo ricchi di dogmi e dottrine, verità e certezze per accogliere il nuovo e l’imprevedibile di un Dio che ci sorprende sempre attraverso i deboli. Il principio “salva la tua anima” non ha contribuito a fare dell’essere umano un lupo nei confronti dell’essere umano (“homo homini lupus”)? Le nostre scelte dovrebbero essere rivoluzionate dalla solidarietà universale, perché o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Non è questa la predica di un atomo? Al vivere “per la maggior gloria di Dio” non dovremmo sostituire il vivere per “gloria Dei, vivens homo” (meglio: “gloria Dei, viventes populi”)?

Papa Francesco, non cedere alla tentazione di predicare agli uccelli (come san Francesco), ma ai popoli arricchiti che vivono e godono a spese dei popoli esclusi. Senza conversione delle strutture di peccato sociale non ci sarà nessuna rivoluzione e i deboli continueranno a pagare lo scotto con la morte/uccisione di 40 milioni di denutriti l’anno. Ma è ancora possibile essere cristiani nel cosiddetto primo mondo? Si sa: primo e terzo mondo, oggi, si intrecciano a “macchia di leopardo”. Ma l’interrogativo rimane…

Che ne diresti di un Concilio degli esclusi?

Convocazioni ne sono state fatte fin troppe. Ci resta da giocare l’ultima carta: un Concilio degli esclusi! E poi un Concilio delle religioni. Un movimento dal basso, che inventi nuovi stili di vita, di produzione e di consumo, una convivenza economica che riconosca per legge il diritto di ognuno a soddisfare le proprie esigenze fondamentali. Il giudizio finale (Mt 25) è la piattaforma più universale da cui partire per dare inizio a una nuova storia di solidarietà e di giustizia. Lì non si parla né di Dio né di religione né di fede. Non basta essere umani per vedere nell’altro noi stessi? Se non c’è l’essere umano, se non si fa l’essere umano, non si può fare il cristiano, il buddhista, il musulmano, l’induista. Non è ora che le religioni facciano un’alleanza planetaria affinché tutti abbiano pane, lavoro, salute, libertà, giustizia, pace?

Francesco, noi, esuberi, lo vogliamo credere con te: chi piange oggi riderà per sempre; gli ultimi di qua saranno i primi di là. Se proprio vuoi fare la rivoluzione di Cristo, entra nel cuore degli esclusi; avvolgiti nel loro sudario; immergiti nelle loro lacrime… e dichiara con Lui: «Il Padre mi ha inviato a liberare i popoli schiavi, ad annunciare un tempo di grazia e di misericordia, a invitare gli esclusi a sedersi alla tavola della fraternità universale, a fare la rivoluzione della misericordia e della tenerezza». Così sia!

1 comment

Bruno A.Bellerate, emerito di Roma 3 venerdì, 4 Luglio 2014 at 18:57

L’impressione è che si sia “parlato” troppo (dimenticando che per gli ebrei la “parola” è anche il “fatto”: dabar) e si perda di vista il concreto e il contesto storico, che condizionano pesantemete l’agire umano, compreso quello di Francesco.

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