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La mafia sfida la scomunica del papa di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

I mafiosi detenuti nel carcere di Larino hanno lanciato una aperta sfida al papa disertando, da bravi scomunicati, la messa domenicale del cappellano, di cui erano abituali frequentatori. Più subdola la sfida lanciata a Oppido Mamertina dove si è solo conservata l’antica tradizione dell’ossequio alla casa del boss locale della statua della madonna portata in processione. Sui due episodi si sono sviluppate polemiche, analisi, dissertazioni che hanno reso oggetto di pubblica discussione l’ovvia, pur se tardiva, conclusione che papa Francesco ha tratto dalla constatazione che Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati.

A renderla esplosiva, in verità, ha contribuito la rottura da lui compiuta, con tale condanna, del lungo e ambiguo silenzio dei suoi predecessori e, ancor più, delle connivenze, secolari e ancor oggi vigenti, delle comunità locali e dei loro “pastori”. Queste sono state fin qui vissute senza creare problemi: le gerarchie ecclesiastiche cattoliche, se le si lascia vivere, si radicano nelle società senza metterne in discussione strutture e consuetudini pur cercando di far prevalere nel costume e nelle leggi i precetti morali predicati dalla Chiesa, particolarmente quelli concernenti la vita sessuale. No al divorzio e all’aborto, no alle unioni fuori da vincoli matrimoniali, un tempo no all’usura, ma sì ai servi della gleba, sì al feudalesimo e per qualche secolo no alla democrazia. Il no al comunismo si è attenuato integrandosi con il no al capitalismo selvaggio.

Non c’è quindi da meravigliarsi se nelle società in cui la mafia è radicata nel tessuto sociale i padrini, come i padroni, siano legittimati ad accompagnare i battezzandi al fonte battesimale, i cresimandi davanti al vescovo, gli aspiranti sposi all’altare.

In verità ormai da tempo questa integrazione in molte comunità è stata messa in discussione e dichiarata fuori norma, ma la tradizione è dura a morire anche perché nelle parrocchie la pastorale, che rassicura i benpensanti, continua a sostituirsi all’evangelizzazione che li sollecita, invece, a scegliere in ogni momento fra dio e mammona.

Ancora oggi mentre il vescovo di Oppido ha sospeso a tempo indeterminato lo svolgimento di tutte le processioni della diocesi accogliendo l’invito di mons. Salvatore Nunnari, presidente dei vescovi della Calabria, di avviarne una moratoria perché diventate occasioni di esaltazione della illegalità, c’è chi minimizza la scomunica lanciata dal papa. Il vescovo Gianfranco Girotti, reggente della Penitenzieria apostolica, commentandola dice: non mi sembra sia da intendere in senso stretto, quello del diritto canonico, piuttosto come un modo per ricordare a coloro che fanno parte della criminalità organizzata che si trovano al di fuori della comunione con Dio, appunto s-comunicati con Dio. Lui stesso riconosce, però, che questo male va combattuto, va allontanato, vincendo la paura.

Si può aggiungere, però, che per farlo non bastano le parole sono necessari gesti: magari preti che abbandonano le processioni o negano i sacramenti, pronti a rischiare, come don Puglisi, di essere eliminati.

Proprio questo uso dei fatti ha insegnato papa Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato. Non è un caso che contro di lui e la sua scomunica si è manifestata un’aperta opposizione a differenza di quanto avvenuto dopo le dichiarazioni, pur esplicite e pubbliche, di Wojtyla e Ratzinger contro la mafia.

Continua a darne esempio confermando con i fatti il cambiamento di direzione nei confronti della pedofilia.

La convocazione in questi gironi nella sua residenza a Santa Marta delle sei persone, provenienti da diversi Paesi europei, vittime di abusi da parte di religiosi, gli incontri e i colloqui con ciascuna di loro – definiti coinvolgenti, intensi, molto impegnativi da Padre Lombardi – hanno costituito un contesto che ha reso le sue parole più efficaci delle tante pronunciate ormai negli ultimi anni dal suo predecessore e da molti esponenti della gerarchia.

Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini sessuali commessi da membri del clero nei vostri confronti, e umilmente chiedo perdono. Hanno profanato la stessa immagine di Dio in una sorta di “culto sacrilego”.

Gli abusi del clero sui minori e i suicidi di chi non ha retto alla pena, pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza, e su quella di tutta la Chiesa. Sono anche risultate più credibili la confessione della sua angustia e sofferenza per gli abusi con cui i sacerdoti hanno sacrificato i piccoli all’idolo della loro concupiscenza, ma, soprattutto, la richiesta di perdono anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa.

Ugualmente credibile si sta rivelando l’opera volta a ristrutturare il sistema finanziario della Santa Sede avviata con la creazione della Segreteria per l’economia affidata al cardinale australiano George Pell di cui abbiamo scritto nel marzo scorso e che, proprio in questi giorni, in una affollata conferenza stampa ha confermato la fine della prima fase del suo lavoro. In esso ha dovuto superare difficoltà e resistenze aggravate dalle infiltrazioni di tipo “mafioso” nella gestione delle diverse strutture che amministrano denaro in vaticano.

In questa fase si è concluso anche il risanamento dello Ior che, dopo avere subito la riduzione dell’utile netto del bilancio del 2013 ad appena 2,9 milioni di euro contro gli 86,6 milioni di attivo dell’anno precedente, ha chiuso il bilancio del primo semestre del 2014 con un utile di 57,4 milioni.

Con questo risultato, giudicato “molto soddisfacente”, lo Ior, la cui dirigenza è stata completamente rinnovata con la nomina del francese Jean-Baptiste de Franssu come successore del tedesco Ernst von Freyberg, si avvia a diventare quella banca di piccole dimensioni, dedita essenzialmente ai trasferimenti di denaro degli istituti religiosi, ipotizzata da papa Bergoglio.

C’è da chiedersi se al suo interno sopravviverà, restando ancora in grado di sfidarlo, quella mafia senza lupara che ha fin qui condizionato, pur senza manifestazioni clamorose, la gestione della Banca del Vaticano.

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