Home Europa e Mondo Gaza: smascherare le menzogne, rompere il muro dell’omertà

Gaza: smascherare le menzogne, rompere il muro dell’omertà

Ingrid Colanicchia
Adista Notizie n. 28 del 26/07/2014

Una cosa è certa: checché ne dicano i media mainstream piegati alla versione israeliana, nella punizione collettiva scatenata da Netanyahu in queste settimane, c’entrano ben poco i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Il vero obiettivo di Israele è, secondo la maggior parte degli analisti, far naufragare il governo di unità nazionale Hamas-Fatah sancito dall’accordo di riconciliazione firmato ad aprile. D’altronde non è certo un’invenzione di Israele la strategia del divide et impera. Ma uno dei risultati dei fatti cui stiamo assistendo, e di processi già in atto da anni, potrebbe anche essere – come rileva Nahed Hattar su al-Akhbar (16/7) – la fine della cristallizzazione della politica palestinese attorno ai due poli costituiti da Hamas e Fatah, ognuno alle prese con i propri problemi interni e indotti alla riconciliazione proprio dal progressivo indebolimento.

Quali scenari apra questa possibilità non è facile a dirsi, anche considerato che sul movimento politico palestinese pesa la mancanza di un vero leader in cui tutto il popolo possa riconoscersi. L’unico che abbia le caratteristiche necessarie, a detta di molti, è il prigioniero politico Marwan Barghouti che Israele, nonostante le pressioni internazionali (v. Adista Segni nuovi n. 26/14), non ha nessuna intenzione di liberare.

Ma se sul futuro gravano queste incognite, il presente, cadenzato dalla conta dei morti dell’operazione “Bordo di protezione”, è più cupo che mai. Ormai sepolte le speranze che la giornata di preghiera dell’8 giugno scorso possa avere risvolti concreti, papa Francesco, al termine dell’Angelus del 13 luglio, è tornato a rivolgere un accorato appello per la Terra Santa, parlando dei «tragici eventi» di questi giorni. Esortando autorità locali e internazionali «a non risparmiare la preghiera e alcuno sforzo per far cessare ogni ostilità», ha poi auspicato che non ci sia «mai più guerra» e ha invocato «il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace»: «Rendici disponibili – ha detto – ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono.». E ovviamente non è stato il solo.

Il vero crimine è l’occupazione

«In Israele e Palestina – scrive la Commissione Giustizia e Pace dell’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa in un documento diffuso l’8 luglio – riecheggia il pianto delle madri e dei padri, dei fratelli e delle sorelle, di quanti amavano uno dei giovani caduti vittima dell’ultimo round del ciclo di violenza che affligge questa terra. I volti di alcuni di loro sono ben noti perché i media hanno dato conto fin nel minimo dettaglio della loro vita, intervistando i genitori, facendoli vivere nella nostra immaginazione, mentre gli altri, di gran lunga più numerosi, sono mere statistiche, senza nome e senza volto».

La Commissione Giustizia e Pace condanna quindi «il linguaggio violento» di chi in Israele «chiede vendetta», «alimentato da una leadership che porta avanti politiche discriminatorie che promuovono i diritti di un gruppo e l’occupazione, con tutte le sue disastrose conseguenze». «I leader coloniali sembrano credere che l’occupazione possa vincere schiacciando l’aspirazione del popolo alla libertà e alla dignità. Sembrano credere – prosegue Giustizia e Pace – che la loro determinazione alla fine metterà a tacere l’opposizione e renderà giusto ciò che è sbagliato».

Allo stesso modo gli Ordinari cattolici condannano «il linguaggio violento» di chi in Palestina «chiede vendetta», «alimentato da coloro che hanno perso ogni speranza di vedere una giusta soluzione al conflitto attraverso i negoziati. Coloro che cercano di costruire una società monolitica e totalitaria, in cui non c’è spazio per alcuna differenza o diversità e che ottengono il sostegno popolare sfruttando questa situazione di disperazione». «Dobbiamo riconoscere – proseguono – che il rapimento e l’assassinio a sangue freddo dei tre giovani israeliani e il brutale assassinio per vendetta del giovane palestinese sono prodotti dall’ingiustizia e dall’odio che l’occupazione instilla nei cuori di chi compie simili gesti». «Utilizzare la morte di tre israeliani per compiere una punizione collettiva contro il popolo palestinese e il suo legittimo desiderio di libertà significa sfruttare una tragedia e si traduce in ancora più violenza e odio».

Stessi richiami di Munib A. Younan, a capo della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa, il quale in un comunicato del 16 luglio scorso, ricorda che «questo Paese e la sua gente hanno attraversato 65 anni di violenza, rappresaglie e contro-rappresaglie», e sottolinea che «la situazione di stallo politico esistente tra Israele e Palestina non può essere risolta militarmente».

E sulla stessa lunghezza d’onda è anche il segretario generale del World Council of Churches, Olav Fykse Tveit: «Condanniamo fermamente gli attacchi indiscriminati da parte dell’esercito israeliano contro la popolazione civile di Gaza, come condanniamo l’assurdo e immorale lancio di razzi da parte di militanti di Gaza verso zone abitate in Israele», si legge nel comunicato diffuso l’11 luglio scorso. «Quello che sta accadendo a Gaza non è una tragedia isolata», puntualizza Tveit: «Questi eventi devono essere visti nel contesto dell’occupazione dei Territori palestinesi iniziata nel 1967. Il World Council of Churches ha sempre chiesto di porre fine a questa occupazione illegale e al blocco imposto alla Striscia di Gaza da parte di Israele. Senza porre fine all’occupazione – conclude Tveit – il ciclo della violenza continuerà».

Il Wcc era già intervenuto l’8 luglio scorso con un documento che incoraggia le Chiese a fare scelte responsabili circa gli investimenti che hanno un impatto sulla regione, contribuendo «a ridurre la violenza e a promuovere la pace per entrambi i popoli», riconoscendo però il forte squilibrio di forze in campo, a tutto vantaggio di Israele. Il richiamo del Wcc è al boicottaggio di quelle aziende che traggono profitto dall’illegale occupazione della Cisgiordania, così come deciso recentemente sia dalla Chiesa presbiteriana che dalla Chiesa metodista statunitensi, con lo scopo, scrive il Wcc, di «portare una pace giusta che andrà a beneficio sia della Palestina che di Israele».

Stop alle armi italiane a Israele

Ben altro dovrebbe fare invece il nostro Paese che ha precise responsabilità in questo massacro considerato che Israele è uno dei nostri principali acquirenti di armi. Ed è precisamente su questo aspetto che verte l’appello al governo della Rete Italiana per il Disarmo, che raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti, e che insieme alla Rete della Pace il 16 luglio scorso ha organizzato fiaccolate, presidi e altre iniziative in circa 50 città italiane. «L’Italia – scrive la Rete – è oggi il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele e proprio nei giorni scorsi, durante i raid aerei israeliani su Gaza, l’azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana». Rete Disarmo «chiede che alle doverose parole di condanna degli attacchi aerei sulle aree civili faccia immediatamente seguito un’azione inequivocabile da parte del governo italiano come la sospensione dell’invio di sistemi militari e di armi nella zona. Il nostro governo, che in questo semestre ha l’incarico di presiedere il Consiglio dell’Unione europea, si faccia subito promotore di un’azione a livello comunitario per un embargo europeo di armi e sistemi militari verso tutte le parti in conflitto, per proteggere i civili inermi e riprendere il dialogo tra tutte le parti».

Disinformazione di massa

Ma come sottolinea Pax Christi in un commento apparso sul sito il 14 luglio scorso – facendo eco alla dichiarazione diffusa in questi giorni da alcuni cooperanti italiani che vivono e lavorano in Palestina – parte del problema risiede altrove: nell’informazione totalmente manipolata dei media occidentali. «Chi legge i principali giornali o guarda i principali Tg dell’Occidente può farsi solo un’idea vaga e sbagliata di quello che sta succedendo. Ma questo è problema annoso nel caso della Palestina, lo sa bene chi da anni segue e magari periodicamente visita quella Terra che alcuni si ostinano a chiamare Santa».

Ed ecco una piccola lista di perle della nostrana disinformazione: «Dopo i primi due giorni di bombardamenti il Tg1 in prima serata ha sostenuto che la cosa più grave fosse rappresentata dal lancio da Gaza di missili verso Tel Aviv. Lancio che non aveva provocato alcun danno mentre a Gaza già più di 40 erano i morti, fra cui molti civili inermi. La Stampa ha pubblicato sul suo sito resoconti che sono vere e proprie traduzioni letterali delle comunicazioni di una delle due parti coinvolte: quella israeliana. Repubblica ha titolato a tutto campo che i razzi punterebbero minacciosamente alle centrali nucleari. Le centinaia di testate nucleari che lo Stato di Israele possiede non hanno mai avuto così tanta enfasi come i razzi artigianali che partono da Gaza senza una precisa destinazione».

«Alla giusta empatia mostrata verso i tre ragazzi uccisi – prosegue il commento – non è corrisposta altrettanta commozione per i palestinesi morti prima, durante il rapimento e adesso nel bombardamento indiscriminato di Gaza. Anzi soprattutto della fase precedente non si ricorda nulla ma proprio nulla. Forse perché si trattava di provocazioni di ordinaria quotidianità». «Smascherare le falsità e rompere il muro d’omertà – conclude – è il compito unico che ci spetta, anziché occupare la nostra mente in sterili proposte di soluzione che non spettano a noi».

———————————————————–

Dalla terra all’acqua, tutti i furti di Israele

Ingrid Colanicchia
Adista Segni Nuovi n. 28 del 26/07/2014

Mentre il suo esercito bombarda la Striscia di Gaza, Netanyahu ha lo sguardo rivolto altrove. Non gli interessa né Khan Younis, né Gaza City: di quel lembo martoriato di terra che è la Striscia può fare tranquillamente a meno. Ciò che davvero gli fa gola è la Cisgiordania. E qui uno degli obiettivi fondamentali di Israele è la Valle del Giordano.

Appena vi posiamo gli occhi, nel corso del nostro viaggio con Assopace Palestina, ne capiamo anche il perché. È la zona più fertile dei Territori occupati palestinesi, qui cresce qualunque cosa si decida di piantare e inoltre gode di una posizione strategica: non solo perché solcata dal fiume Giordano e lambita dal Mar Morto, ma perché qui c’è l’unica via di uscita dalla Cisgiordania che non passi per il territorio israeliano.

A Fasayel, piccolo villaggio a pochi chilometri a nord di Gerico, scendiamo dal pullman e mettiamo piede per la prima volta nella Valle. Siamo investiti dal caldo: la zona si trova sotto il livello del mare e, anche se siamo solo alla fine di aprile, ci sentiamo scaraventati in piena estate.

Una scolaresca ci viene incontro e ci guarda con curiosità. Passiamo le successive due ore in compagnia di questi bambini e di queste bambine: qualcuno ascolta la storia di questa scuola, seppur con qualche difficoltà per via degli schiamazzi; i più cercano di scambiare qualche parola con i nostri piccoli ospiti. Ci capiamo a gesti, ma per guadagnarci le loro simpatie basta poco: si accontentano di vedersi immortalati nella macchina fotografica digitale ed entusiasti ringraziano e chiedono di poter schiacciare loro quel tastino per fare lo stesso con noi. Non posso fare a meno di pensare ai nostri, di bambini, con lo smartphone in una mano e il tablet nell’altra…

Chiare, fresche e dolci acque

La Valle del Giordano copre una superficie pari al 30% della Cisgiordania, ma il 93% di quest’area è zona C: vale a dire che, sulla base degli Accordi di Oslo, è sotto il totale controllo israeliano. Di questo 93% la metà è costellata da insediamenti illegali e l’altra metà è costituita da basi dell’esercito, zone militari e “riserve naturali” cui è vietato l’accesso ai palestinesi. Come ci racconta Rashed Khudairy, accogliendoci nella sede dell’associazione Jordan Valley Solidarity di cui è coordinatore, se nel 1967 erano più di 300mila i palestinesi che vivevano qui, oggi non arrivano a 60mila.

Per farci comprendere quanto sia difficile la vita di chi è rimasto, a Rashed basta pronunciare la parola “acqua”. «I circa 1.500 abitanti di Fasayel – ci dice – hanno accesso all’acqua ogni quattro giorni e poche ore a disposizione per riempire le cisterne». Nelle colonie invece l’acqua c’è sempre. Persino per le piscine.

Israele decide dove si possono scavare e quanto possono essere profondi i pozzi palestinesi, nonché quanta acqua possono pompare. Come denuncia anche un dossier diffuso da Amnesty International nel 2009, da quando, nel 1967, ha occupato la Cisgiordania, Israele ha negato ai suoi abitanti palestinesi le risorse idriche del fiume Giordano, impedendo loro di accedervi fisicamente e deviando il flusso del fiume. Lo stesso fanno, più a monte, Giordania, Siria e Libano con la conseguenza che il Giordano è ormai ridotto a poco più di un rigagnolo, come avremo modo di vedere di lì a poco coi nostri occhi andando a visitare il luogo del battesimo di Gesù.

Ma oltre a privare i palestinesi di una fonte fondamentale di acqua, con tutte le ovvie conseguenze del caso sulle attività agricole e sull’allevamento, il prosciugamento del fiume Giordano ha avuto un impatto disastroso anche sul Mar Morto – l’accesso alle cui risorse è parimenti negato alla popolazione palestinese – che ha visto calare vertiginosamente il suo livello.

Nonostante tutto, l’associazione Jordan Valley Solidarity va avanti per la sua strada, ormai da dieci anni. «Lavoriamo su due fronti», ci dice ancora Rashed: «Da un lato monitoriamo e documentiamo le ingiustizie che subiamo da parte israeliana; dall’altro lavoriamo con le comunità locali, costruendo, e insegnando a costruire scuole, case, strade e altre infrastrutture».

Mentre Rashed parla il ventilatore ronza e mi soffia addosso aria calda. Bevo l’acqua che ci hanno offerto, centellinandola: mi sembra di capire per la prima volta quanto preziosa sia.

* La nostra redattrice in aprile si è recata in Palestina con Assopace Palestina (www.assopacepalestina.org). Sui precedenti numeri di Adista Segni nuovi le altre puntate dedicate a questo viaggio.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.