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Il vuoto occidentale

Vittorio Zucconi
www.dirittiglobali.it

C’è un fatto nuovo nel conflitto antico fra Israele e Hamas: l’indifferenza del resto del mondo e l’ammissione esplicita di impotenza: «Hamas lancia razzi e non vuole tregua », sospira John Kerry da Washington, partendo per il Cairo. Netanyahu eviti l’escalation, dice obliquamente Obama, ma senza chiedergli di fermarsi, in altre tragedie immerso.

L’ONU, come sempre, non conta. Dunque, che il massacro continui, ammazzateli ma “con juicio”, come avrebbe scritto Manzoni, che il fuoco bruci fino a consumare se stesso anche questa volta, lasciando le braci per il prossimo incendio. Il reciproco mattatoio, quotidianamente tentato senza grandi effetti da Hamas per provocare la furia israeliana e condotto con ben maggiore efficacia da Tsahal, l’armata israeliana, che non si fa ripetere l’invito, è ricominciato esattamente dove lo avevamo lasciato nel 2009 al termine dell’Operazione Piombo Fuso. E più che grida di sdegno da Europa e Stati Uniti si levano alzate di spalle, blandi moniti e, dopo fascine di morti, inviti alla prudenza.

Viviamo un “overload”, un sovraccarico di tragedie e di fallimenti politico-diplomatici che inducono il senso di stanchezza, la “Crisis Fatigue”, la spossatezza che ormai accompagna le periodiche, puntuali, prevedibilissime recidive di questo male incurabile. Mentre le prime colonne corazzate dei tank israeliani Merkava attraversavano il cosidetto confine di Gaza, Bagdad, la capitale “liberata” e restituita alla democrazia dalle armate di Bush esplodeva in attentati degli Shia contro i Sunniti con centinaia di morti.

Mosul ripiombava nella barbarie fanatica del suo Erode mussulmano, il demente “califfo”. Nel cielo dell’Ucraina un jumbo jet con 289 persone a bordo era abbattuto come neppure più avviene con i piccioni nel tiro a segno. E Barack Obama era costretto a tornare al confronto con il più imprevedibile, spregiudicato e formidabile degli avversari, Vladimir Putin.

Il cuore del mondo non sanguina più, oltre le immagini per Tg e giornali tanto simili al passato da apparire di repertorio, per questa tragedia che fa orrore senza fare più paura a chi non deve temerne le ripercussioni globali come in passato. Anche Papa Francesco, forse l’unico in grado di invocare la pace come valore assoluto e senza secondi fini, deve oggi guardare alla sorte infame degli ultimi cristiani martirizzati in Iraq come neppure Saddam aveva mai osato fare e affidarsi alla preghiera silenziosa che ieri ha chiesto ai fedeli in Piazza San Pietro.

Nelle cancellerie, come nelle opinioni pubbliche d’Europa e d’America, cresce il sentimento che ogni intermediazione, ogni esortazione, ogni iniziativa siano tempo perso, oltre le ragioni e i torti, la commozione e lo sdegno per bambini abbattuti sulla spiaggia. Le immagini già viste si accavallano alle immagini, l’orrore all’orrore nell’“overload” del troppo che produce assuefazione. Quando il ministro degli Interni israeliano, Eli Yishai, spiegò nel 2008 che l’obiettivo dell’Operazione Piombo Fuso «è riportare Gaza al Medio Evo e così farci vivere tranquilli per almeno 40 anni», il mondo ebbe un sussulto di condanna.

Ma quando, due giorni or sono, il ministro dell’Economia Naftali Bennet ha annunciato il passaggio dalla “Cupola di Ferro”, la difesa antimissile, al “Pugno di Ferro”, la risposta da Washington è stata l’ipotesi di inviare il segretario di Stato John Kerry, subito sconsigliato da tutti. Hamas non lancia razzi per uccidere ebrei ma perchè “l’Ebreo” uccida palestinesi e tenga vive le braci dell’odio, da una generazione all’altra.

Per misurare lo sconforto, l’apatia forzosa verso la nuova fiammata, proprio John Kerry è il metro migliore.

Nei 17 mesi trascorsi alla guida della diplomazia americana, dopo il fallimento di Hllary Clinton che si è saggiamente chiamata fuori in vista della corsa alla Casa Bianca, Kerry ha compiuto undici missioni in Medio Oriente e ha consumato ventisei giorni in colloqui e proposte che hanno prodotto precisamente nulla. Obama, accusato di apatia generalizzata e di indecisionismo cronico, ha ripetuto l’offerta americana di servire come “honest broker”, come mediatore onesto e neutrale fra le parti. Ma nessun “broker” può concludere un contratto fra clienti che esistono, come dice la Carta Costitutiva di Hamas 1988 per «uccidere ebrei fino al Giorno del Giudizio, nel nome di Allah il Misericordioso». E l’altro che considera Hamas, nelle parole del premier Netanyahu «come un animale in sembiante umano ». Che cosa può costituire “escalation” dopo quello che già è avvenuto?

Determinare torti e ragioni, o fingere equidistanza in un viluppo che si stringe e si annoda da ormai quasi settant’anni non accresce la possibilità reale, per «mediatori», di intervenire con efficacia. L’opinione pubblica americana resta saldamente e culturalmente dalla parte di Israele, senza che si debbano agitare i soliti spettri della “lobby ebraica”, ma sentimentalmente appoggia la creazione di un entità statale palestinese che non è quasi più immaginabile nella guerra interna fra i fondamentalisti di Hamas e i laici di Fatah divisi fra Gaza e una West Bank, rosicchiata dagli insediamenti dei coloni.

L’Unione europea non ha alcuna autorità nel predicare soluzioni e pacificazioni, non essendo mai neppure riuscita a darsi una politica estera comune o, come si vede ora, un ministro.

Obama fallirà per accidia, forse per incompetenza, laddove i suoi predecessori hanno fallito per generosità e impegno, da Nixon a Carter fino a Clinton, che aveva consumato gli ultimi mesi della propria presidenza inseguendo l’Accordo e fino ai deliri di Bush che aveva immaginato possibile una grande manovra di aggiramento, partendo da Bagdad. A chi gli rimprovera di non fare abbastanza, dopo le illusioni sollevate dal magnifico Discorso del Cairo dopo la vittoria, Obama potrebbe rispondere che, anche cambiando l’ordine dei Presidenti, il risultato non è mai cambiato. Soltanto, per favore, non esagerate, massacratevi con dolcezza.

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La “normalità” degli abusi sui minori

Francesca La Bella
Nena News

Dall’inizio dell’operazione “Barriera Protettiva” contro la Striscia di Gaza, ogni giorno abbiamo avuto notizia della morte di uno o più minori. In molti casi si tratta di bambini molto piccoli, colpiti dai bombardamenti o, da tre giorni a questa parte, dal fuoco delle truppe di terra israeliane.

L’uccisione di civili ed, in particolar modo, di minorenni, anziani e invalidi, costituisce una grave violazione del diritto internazionale in generale e delle convenzioni di Ginevra in materia di diritto umanitario in situazioni belliche in particolare. Per far fronte a questa terribile accusa i portavoce israeliani hanno affermato che sono state messe in atto tutte le misure necessarie a minimizzare le vittime civili attraverso la comunicazione preventiva degli attacchi e che la responsabilità di queste morti deve essere esclusivamente imputata ad Hamas perché utilizzerebbe i civili come scudi umani.

Nel caso dei quattro bambini colpiti sulla spiaggia da un missile sparato dal mare, il governo israeliano ha persino porto le sue ufficiali scuse perché le vittime civili sono state collaterali rispetto all’eliminazione di un obiettivo “legittimo”, un militante di Hamas. Israele afferma, dunque, di aver fatto tutto ciò che è necessario per cercare di proteggere i soggetti deboli al meglio in un contesto difficile come quello attuale.

La realtà è, però, ben diversa. La Striscia di Gaza è uno dei territori con la maggiore densità demografica al mondo, chiusa su tutti i lati, con valichi di confine dai quali è possibile uscire solo con il beneplacito di Israele, o dell’Egitto per quanto riguarda il valico di Rafah. I minori e le loro famiglie hanno possibilità di fuga quasi nulle, soprattutto in frangenti come quello attuale e, anche se riuscissero ad allontanarsi, mancherebbe loro un posto dove andare e l’assicurazione della tutela dei loro diritti fondamentali. In tale senso si era già espresso il Comitato internazionale sui diritti del fanciullo che, l’anno passato, aveva sottolineato come un attacco in un territorio come Gaza violava sia il principio di proporzionalità sia quello di distinzione (civili-combattenti) date le condizioni fisico-demografiche dell’area. Nei rapporti di organizzazioni come Save the Children viene, inoltre, evidenziato quanto vivere nella Striscia, anche normalmente, comporti un disagio fisico e psicologico, soprattutto dei minori, che tende ad aggravarsi nelle fasi di conflitto: mancanza d’acqua e medicine; senso di insicurezza dovuto alla persistente possibilità di attacco; limitazione della libertà di movimento/emigrazione.

La condizione dei minori palestinesi è, infatti, molto difficile anche durante i periodi di non belligeranza. E’ di fine giugno la pubblicazione di un rapporto dell’Euro-mid Observer For Human Rights, organizzazione non governativa con base a Ginevra, nel quale si evidenziavano le numerose violazioni dei diritti dei minori palestinesi perpetrate da Israele. Attraverso testimonianze dirette, analisi dell’UNICEF e dichiarazioni di operatori internazionali, il rapporto presenta la condizione dei minori palestinesi, principalmente nella Cisgiordania, e cerca di descrivere il trattamento al quale può essere soggetto un minore al momento dell’arresto da parte israeliana.

Sottolineando prioritariamente che, tra inizio 2010 e metà 2014, i minori presi in custodia dalle forze armate israeliane sono stati circa 2500, di cui 400 tra i 12 e i 15 anni, il rapporto descrive in maniera analitica i diversi passaggi della presa in custodia, dall’arresto all’interrogatorio, alla detenzione. I reati generalmente contestati riguardano il lancio di sassi e molotov contro militari israeliani, la partecipazione a manifestazioni pacifiche non autorizzate, la vicinanza a gruppi considerati illegali o anche solo la conoscenza di persone appartenenti a suddetti gruppi.

La contestazione delle accuse non è, però, un passaggio fondamentale al momento dell’arresto. Secondo molte testimonianze, infatti, i minori vengono portati via dalle loro case in piena notte, ammanettati e a volte bendati, senza che ai genitori venga comunicato il motivo dell’arresto o consentito di accompagnarli. Davanti alla richiesta di maggiori informazioni sulla natura del reato o sulla localizzazione del minore le risposte rimangono vaghe e, spesso, solo dopo la confessione del soggetto sotto custodia, alle famiglie viene concesso di visitare il minore e di conoscere le accuse.

A questo si aggiunga che le modalità di interrogatorio portano quasi sempre ad una piena confessione. In primo luogo mancano avvocati difensori e traduttori e i minori, in molti casi, vengono interrogati in ebraico e obbligati a firmare documenti nella stessa lingua. Se questo non bastasse, alle violazioni procedurali, spesso, si aggiunge vera e propria coercizione fisica.

Nel rapporto di monitoraggio dell’UNICEF sulla condizione dei minori sotto detenzione militare israeliana di ottobre 2013, ad esempio, venivano elencati una serie di casi di minori che, sotto custodia, sono stati sottoposti a violenza fisica, anche con bastoni, e molti organismi internazionali, come il Defense for Children International – Palestine (DCI-Palestine), sottolineano come la perquisizione corporale, l’intimidazione, l’umiliazione e l’isolamento siano pratiche normalmente utilizzate benché vietate dalla Convenzione internazionale dei diritti del Fanciullo siglata da Israele nel 1991.

La mancata tutela dei minori palestinesi non si estrinseca, però, solo nel momento della presa in custodia. Proprio il comitato internazionale delegato a monitorare la messa in atto della Convenzione sopracitata, nel suo ultimo rapporto, datato giugno 2013, esprime grande preoccupazione per i trattamenti riservati ai minori palestinesi dalle forze armate israeliane. In questo senso condanna l’utilizzo dei minori come scudi umani, protezione di veicoli militari dal lancio di pietre e avanguardie in edifici potenzialmente pericolosi, ed informatori (14 casi segnalati tra gennaio 2010 e marzo 2013) e sottolinea come i responsabili di tali atti in passato non siano stati processati per tali violazioni.

Mancata garanzia dei diritti minimi dei minori, violenze sistematiche nei loro confronti e uno stato di latente conflitto fanno si che, nonostante in questi 11 giorni di attacco i minori che hanno perso la vita siano già più di 100 e che tra le decine di arresti effettuati in Cisgiordania moltissimi siano minori, questa non debba essere considerata una situazione eccezionale. Per i giovani palestinesi quello che succede in questi giorni è molto simile alla normalità.

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