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L’ascolto dei «minimi» di S.Cortini

Salvatore Cortini
www.riforma.it

Mi viene spesso da interrogarmi sul mio essere cristiano, discepolo di Cristo, e di sentire questa responsabilità soprattutto quando penso alla vita che conduco. Sono sempre alla ricerca di capire se c’è coerenza in quello che faccio. Certo, i dubbi ci sono e sono tanti. Intanto vado avanti e mi porto dentro le paure che a volte condizionano le mie azioni. Sono dubbi e paure di un credente che vuole approfondire la sua spiritualità. Affido il mio pensiero alla preghiera e chiedo a Dio di accompagnarmi in questo viaggio che possa farmi crescere e capire la fedeltà al Signore. La fede, che distinguo dalla religione, è dono ricevuto da Dio e la vivo anche attraverso quanto amore dedico al prossimo. Appartiene al mio percorso di fede quella costante ricerca di essere coerente all’amore verso le persone che amo e soprattutto verso quelli che non amo e non mi amano. Ciò mi pone in un ragionamento che pretenderebbe come esito che io compia la scelta giusta. Non sempre ci riesco e perciò porto questo mio combattimento nelle mie meditazioni intime con Dio.

Il mio impegno di credente spesso mi trova a sostenere la battaglia per i diritti e per l’eguaglianza partendo dalla città in cui vivo. Vivere nella grande metropoli di Napoli, nel quartiere periferico di Ponticelli dove la vita è difficile con i tanti problemi d’ingiustizie sociali e di povertà che affliggono la normalità quotidiana, ti porta a interrogarti continuamente sulle cose che fai. In questo posto periferico, che sta tra il vulcano e la città, cresce il numero di persone che non godono dei diritti dovuti. Molte famiglie diventano povere e sui loro volti si legge la tristezza di chi ha perso ogni sostegno economico. Per i giovani, poi, ci sono poche speranze di lavoro. Questo mi addolora e ciò che posso fare è pormi all’ascolto.

John Wesley, a proposito della giustizia del popolo inglese nel 1700, diceva: «Tutti gli uomini sono naturalmente uguali, nessuno è superiore a un altro, tutti sono naturalmente liberi e padroni delle proprie azioni. Di conseguenza nessun uomo ha il potere alcuno su un altro uomo, se non con il suo consenso». Questo pensiero antico, espresso più di due secoli fa dal fondatore del movimento metodista, è ancora purtroppo disatteso e non ha mai avuto nella storia la piena applicazione. Nel mondo globalizzato sono i poteri forti che decidono le regole del mercato, del lavoro, del profitto, limitando la libertà di tutti di accedere ai propri diritti. Il mondo va così da quando è iniziata la storia dell’uomo, guai a ribellarsi! Chi ci ha provato si è trovato coinvolto in conflitti, con tutte le conseguenze annesse.

Per la gente della terra dove lavoro e vivo con la mia famiglia, sembra che non ci siano nuovi orizzonti, tutto mi sembra che resti nel buio. La libertà di decidere per il proprio futuro è legata alle decisioni di chi, mosso da profondo egoismo, comanda e decide senza ascoltare i bisogni dell’altro. Come, a esempio, i poteri delle mafie, delle camorre che in questi territori hanno devastato qualsiasi diritto umano dei cittadini comuni. L’esercito dei senza lavoro si ribella e grida a voce alta i suoi diritti; le famiglie che non hanno una casa si ribellano perché sono stanche di attendere la realizzazione delle promesse di un tetto sicuro; le madri coraggio combattono contro i criminali della droga che ammazzano i loro figli; cresce l’indignazione del popolo della Terra dei Fuochi che lotta contro le mafie che hanno avvelenato i terreni di coltivazione e provocato morte e malattie. Ma chi li ascolta? Nessuno. Che cosa si può fare quando si è costretti a vivere in questo modo?

Credo che ognuno di noi possa fare qualcosa. Tutti, infatti, possediamo una ricchezza che possiamo gestire: il tempo. Possiamo mettere a disposizione del prossimo un po’ del nostro tempo, che va sostanziato dall’amore, per cercare di costruire una speranza di una vita di diritto a chi non la possiede.

Gesù disse: «In quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me» (Mt 25, 45). Attraverso le parole di Gesù, l’evangelista Matteo ci ricorda che saremo giudicati da come abbiamo trattato i bisognosi e gli afflitti. Posti davanti a una severa responsabilità, come discepoli di Gesù siamo chiamati a vivere dando ascolto ai bisogni e alle necessità dei minimi che incontriamo lungo la nostra strada.

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