Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia L’omofobia visibile ed invisibile in cui siamo immers*

L’omofobia visibile ed invisibile in cui siamo immers*

Ele
http://comunicazionedigenere.wordpress.com

Qualche giorno fa Ian Thorpe, uno dei nuotatori più famosi al mondo, ha dichiarato di essere gay. Dopo aver negato di essere omosessuale in diverse occasioni, Thorpe ha fatto coming out durante un’intervista per il canale televisivo australiano Channel 10.

Il quotidiano romano “Il Tempo” nel riportare la notizia ha scelto questo titolo: “Lo Squalo era un pesciolino rosa”, rivelando in poche parole un bel concentrato di omofobia e maschilismo. Agli occhi del titolista del Tempo, il forte nuotatore si sarebbe rilevato essere nient’altro che “una femminuccia”, rosa e piccina, come tutte le donne.

Anche la Gazzetta dello Sport ha pubblicato la notizia del coming out, a cui sono seguiti numerosi commenti, a dir poco agghiaccianti, da parte di alcuni lettori.

Negli stessi giorni in Italia non sono mancate storie di ordinaria omofobia. Gianluca Buonanno, eurodeputato leghista oltre che sindaco di Borgosesia (Vercelli) ha affermato di voler ricorrere ad una delibera comunale per vietare agli omosessuali di baciarsi in pubblico nel suo comune. Vicino a Catania, due ragazze sono state costrette ad allontanarsi da uno stabilimento balneare perché accusate da alcuni bagnanti di essersi scambiate un bacio.

Inutile dire che quanto è successo in questi giorni è estremamente grave. Sembra impossibile che nel 2014 un sindaco europarlamentare si permetta di fare simili esternazioni con tanta nonchanlance (tra l’altro del tutto incompatibili con i valori del rispetto della diversità e non discriminazione dell’U.E., dove Buonanno siede in Parlamento), così come sembra assurdo leggere un titolo così ignorante ed omofobo in un quotidiano.

Questi gesti non sono nient’altro che violenza. Non si possono chiamare diversamente. La violenza perpetrata ad opera di persone con visibilità pubblica e da giornalisti con potere di diffusione ha come conseguenza la normalizzazione di simili atteggiamenti.

Quello che leggiamo ogni giorno sul web, quello che vediamo in TV ( a maggior ragione se proveniente da fonti autorevoli, da chi ci rappresenta politicamente) contribuisce, anche nostro malgrado, a modellare la nostra forma mentis, il nostro modo di comunicare e di esprimerci. A tale riguardo, Kevin Nadal, professore di psicologia al Joh Jay College di New York ha condotto un interessante progetto fotografico, “LGBT Microagressions”. Egli ha chiesto ai/alle suoi amici/amiche omosessuali di esternare e condividere frasi e commenti discriminatori a cui erano sottoposti ogni giorno. Eccone alcuni:

“Lui è il mio migliore amico gay.”
“Perché non indossi mai vestitini?”
“Non sono omofobo, sei solo troppo sensibile…”
“Io ho un cugino come te…(Risposta: come?)”
“Ma non verrò abbordato in un bar gay?”
“Quindi…chi è l’uomo nella coppia?”
“Hai mai fatto del sesso vero?”

Le microagressioni possono essere definite come quelle sottili aggressioni su base quotidiana, alle quali le persone che fanno parte di gruppi discriminati sono sottoposte per tutta la vita. Secondo il prof. Nadal la maggior parte delle persone ( al di fuori di chi si occupa di questi temi od operatori sociali, etc..) non è in grado di riconoscerne la portata offensiva.

Abbiamo bisogno che le persone imparino ad essere consapevoli del linguaggio che usano nei confronti degli altri – spiega Nadal – perché anche piccole frasi o singole parole possono offendere e creare danni e disagi.

Questi modi di esprimersi e di rapportarsi con persone LGBT sono frutto ovviamente di un clima culturale nel quale siamo immersi, non nascono per caso. Sono certa che la maggioranza delle persone che ha pronunciato queste frasi non solo non intendeva offendere ma era certa che le proprie parole non avessero una valenza discriminatoria.

In casi come questi mi viene sempre in mente la storiella raccontata da David Foster Wallace nel discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college il 21 maggio 2005:

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

L’acqua non è altro che l’ambiente nel quale tutt* noi siamo immers* da sempre e per questo passa inosservata. L’acqua in cui viviamo è così sterminata da risultare invisibile nonostante sia ovunque. L’omofobia, il sessismo e il razzismo con i quali conviviamo da sempre sono la nostra acqua. Le parole di Buonanno e il titolo del Tempo.it sono pericolosi non solo perché violentemente discriminatorie ma anche in quanto concorrono a formare quel tessuto culturale dal quale noi apprendiamo, spesso inconsciamente, i modi di dire, di pensare e il modo di rivolgerci agli altri. A loro volta tali manifestazioni e modi di pensare permettono la proliferazione di commenti violenti come quelli apparsi nella Gazzetta dello Sport e permettono a persone come Buonanno di pronunciare con leggerezza gravi esternazioni omofobe. È un circolo vizioso che si autoalimenta.

La vera sfida in una clima culturale intollerante è cercare di mantenere la consapevolezza. Essere consapevoli che quanto assorbiamo dai media e dal mondo circostante è frutto di una cultura misogina, razzista ed omofoba, che, per quanto aborriamo, nostro malgrado ha condizionato e condiziona molti nostri atteggiamenti e molte nostre parole. La consapevolezza del peso delle parole, che spesso vengono pronunciate in un mero automatismo è una cosa estremamente difficile ed onerosa. Però, chissà, forse verrà un giorno in cui non non ci saranno più persone come Buonanno e titolisti come quelli del Tempo e forse a tutti, ma proprio a tutti, suonerà strano dire “lui è il mio amico gay”, alla pari di dire “lui è il mio amico eterosessuale”.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.