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Gaza in assedio permanente

Giuseppe Acconcia
il manifesto – 24/08/2014

< >. E’ il commento di Ilan Pappé, storico israeliano e direttore del Centro europeo per gli studi palestinesi all’Università di Exeter in Gran Bretagna, sull’escalation di violenze nel conflitto israelo-palestinese dopo l’avvio dell’operazione < >. Pappé è tra i principali sostenitori della campagna globale Boicottaggio disinvestimento e Sanzioni (Bds) che da anni ha lo scopo di promuovere pressioni politiche ed economiche contro Israele per la fine dell’occupazione dei territori palestinesi. < >, denuncia Pappé.

Qual è l’obiettivo del premier Benjamin Netanyahu con l’operazione < >?

Netanyahu tenta di trovare un pretesto per cercare di mantenere lo status quo che è cambiato con la formazione di un governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas. Di sicuro, vorrebbe distruggere politicamente Hamas in Cisgiordania e tenerla calma ancora una volta nel ghetto di Gaza. In ultima istanza, Netanyahu spera di lasciare Gaza e la Cisgiordania nelle stesse condizioni in cui le ha tenute da quando è diventato premier. Hamas non vuole che questo si realizzi ma Netanyahu sta usando tutta la sua forza con la speranza di poter costringere il movimento palestinese ad accettare lo status quo.

Perché per l’esercito israeliano non era abbastanza distruggere i tunnel tra Israele e Gaza per chiudere il conflitto?

Distruggere i tunnel non ferma Hamas. Hamas avrebbe voluto accettare un cessate il fuoco di lunga durata, dal 2012, ma gli arresti israeliani dei suoi leader e attivisti in Cisgiordania sono per il movimento palestinese un atto di guerra in sé. Hamas ha aggiunto nei negoziati la richiesta della fine dell’assedio, per la quale sta combattendo dal 2006. Il movimento aveva siglato un accordo non scritto con Israele per un cessate il fuoco di lunga durata nel 2012 con lo scopo di verificare se l’assedio potesse essere rimosso con mezzi diversi dalla lotta armata. Ora la situazione è cambiata. Hamas vuole il rilascio dei prigionieri e l’assicurazione internazionale che l’assedio venga alleggerito, se non rimosso.

Hamas può rinunciare ad alcune delle sue richieste, per esempio sulla fine dell’embargo, rilascio dei prigionieri politici e zona marittima di libero scambio a Gaza?

Francamente a nessuna di queste richieste Hamas vorrebbe rinunciare, potrebbe, per ragioni tattiche, voler attendere per la fine completa dell’embargo e la zona marittima di libero scambio a Gaza.

Qual è il filo rosso che unisce il colpo di stato militare del 2013, perpetrato in su Gaza?

I due regimi, israeliano ed egiziano, credono che i militari possano forzare il popolo ad accettare la loro legittimità e le loro visioni. Quando democraticamente il popolo elegge gruppi della galassia dell’Islam politico la reazione è di solito di non rispettare questa scelta nel nome della democrazia (l’esempio storico che si usa contro gli islamisti è l’ascesa al potere di Hitler con mezzi democratici, ma questa comparazione è solo il risultato dell’islamofobia, non è basata su fatti reali). Nel caso di Israele, non è importante che i palestinesi eleggano democraticamente una leadership islamista o secolare, il governo israeliano tenterebbe comunque di distruggerla con la forza. Anche il regime egiziano probabilmente a questo punto non tollererebbe un’opposizione liberale o di sinistra. In merito alla Striscia di Gaza, entrambi gli stati vogliono lasciarla nell’oblio e credono che ghettizzarla basti per la realizzazione di questo scopo.

La mediazione egiziana nel conflitto tra Israele e Hamas sta prolungando il conflitto? E’ cambiato qualcosa rispetto alla presidenza Morsi?

Fino a questo punto gli egiziani non sono stati intermediari onesti. E’ possibile che stiano cambiando parallelamente al coinvolgimento di nuovi attori arabi, inclusa l’Anp. Ma la loro ostilità verso Hamas impedisce al governo egiziano di giocare un ruolo costruttivo. Il valico di Rafah era stato aperto durante la presidenza di Mohammed Morsi. Il fatto che ora resti chiuso è una punizione per il sostegno che Hamas ha accordato a Morsi.

Eppure in Egitto non esiste un movimento pro-Palestina, come nel 2003. Perché?

L’élite militare egiziana vede Hamas come un nemico e alcune sezioni secolari della società considerano Hamas come una costola dei Fratelli musulmani: il loro principale nemico. Ma il sentimento prevalente in Egitto è la speranza di vedere un governo, di qualsiasi colore esso sia, che faccia molto di più per la Palestina e i palestinesi.

Stati Uniti e Unione europea hanno giocato un ruolo per mettere fine agli attacchi israeliani su Gaza?

No, le élite politiche in entrambi i casi hanno accettato la narrativa israeliana dell’auto-difesa e continuano a concedere l’immunità ad Israele, al contrario di quello che le loro società vorrebbero che facessero.

L’Iran sta sostenendo Hamas o non vuole appoggiare il movimento palestinese a causa dell’opposizione dimostrata alla leadership di Bashar al-Assad in Siria (posizione condivisa con i Fratelli musulmani egiziani)?

La resistenza di Hamas ad Assad ha posto il movimento palestinese contro gli interessi iraniani. Sembra ci siano nuove connessioni tra Hamas e Teheran ma è ancora presto dire se sono significative.

Ha sostenuto la campagna per un immediato embargo militare verso Israele, a cui hanno aderito intellettuali e artisti di tutto il mondo, da Brian Eno a Roger Waters, perché?
E’ una campagna politica e morale che ha l’obiettivo di cambiare il discorso mondiale in merito alla Striscia di Gaza. L’operazione israeliana è ancora vista come un atto di auto-difesa invece è necessario riconoscere che si tratta di crimini di guerra.

Come valuta la copertura mediatica del conflitto?

I media mainstream sottoscrivono ancora la narrativa israeliana, che considera che il conflitto a Gaza sia iniziato quando Hamas ha lanciato i missili su Israele. Questa ricostruzione manca di contestualizzazione storica, sia immediata sia nel tempo dimenticando le azioni di Israele contro Hamas in Cisgiordania a giugno e il loro legame con l’attuale ondata di violenza.

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Israele nel deserto

Antonio Vigilante
www.statoquotidiano.it

Con ogni probabilità, il passo più terribile della Bibbia – una raccolta di testi in cui non mancano i passi terribili: violenti, atroci, osceni – è quello del libro dei Numeri (in ebraico Be-Midbar, “Nel deserto”) in cui Mosè comanda di sterminare donne e bambini.

Consideriamo il contesto. Il popolo del Signore è accampato nel deserto, in una località chiamata Sittim. Qui gli ebrei si mettono a “trescare con le figlie di Moab“, partecipando ai loro sacrifici religiosi ed adorando i loro dèi. Il Signore si arrabbia ed ordina a Mosè di far impiccare tutti i capi del popolo, per placare la sua ira. E’ singolare che i cristiani, che lamentano (ed a ragione) le persecuzioni cui in diverse parti del mondo sono sottoposti coloro che si convertono al cristianesimo, ritengano sacro un libro in cui si parla di impiccare chi pratica la libertà religiosa – perché di questo si tratta. Ma procediamo. Un certo Fineas, sommo sacerdote, scopre che un ebreo ha portato nella sua tenda una moabita, e non ci pensa due volte: prende una lancia e li uccide. Il Signore è talmente contento per il suo gesto – l’assassinio di due innocenti – che fa cessare la sua ira su Israele. Non prima, però, di aver massacrato 24.000 persone (Numeri, 25, 1-9). L’edizione che sto citando, quella curata da Bernardo Boschi per le Edizioni Paoline, spiega in nota che questo Fineas “testimonia la radicale ed esemplare fedeltà della sua classe allo Jahvismo nello spirito della Tradizione Sacerdotale“. Un gran brav’uomo, insomma.

La storia non finisce qui. Gli ebrei hanno tradito Dio, e la carneficina non è sufficiente. Occorre la vendetta. Di cosa siano colpevoli i poveri moabiti non è ben chiaro: usando lo stesso criterio, oggi, i seguaci di qualsiasi religione si potrebbero ritenere in diritto di muover guerra e massacrare chiunque faccia proselitismo presso di loro, a cominciare dai cristiani. Mosè manda contro i madianiti un esercito di dodicimila uomini, che massacrano tutti i maschi, incendiano le città, depredano tutto. Ma i capi dell’esercito risparmiano i bambini e le donne. Per umanità, immagino. Mosè tuttavia si arrabbia: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Furono esse, per suggerimento di Balaam, a stornare dal Signore i figli d’Israele nel fatto di Peor e ad attirare il flagello sulla comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio fra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si sono unite con un uomo le lascerete vivere per voi” (Numeri, 31, 15-17). Tralasciamo quest’ultima notazione, anch’essa terribile (è facile immaginare la fine delle ragazze vergini), e chiediamoci: di cosa sono davvero colpevoli le donne? Cosa hanno fatto, per essere uccise? Hanno seguito la loro religione, esattamente come gli ebrei seguono la loro. Il massacro di queste donne, a battaglia vinta, è un semplice crimine di guerra. Ma soprattutto la domanda è: cosa hanno fatto i bambini? Cosa? Perché massacrarli? Non esiste nessuna ragione. Se il massacro delle donne è un crimine di guerra, il massacro dei bambini è un crimine di guerra al quadrato.

Mi è tornato in mente questo passo guardando un video raccapricciante, disponibile su Internet, nel sito di OummaTv, la televisione dei musulmani francesi. Il video riprende una manifestazione di ebrei, felici per gli attacchi contro i palestinesi. Cantano cori da stadio. A un certo punto intonano: “Il n’y aura pas d’école demain, on a tué tous les enfants“. Non ci sarà scuola domani, abbiamo ucciso tutti i bambini.

E’, questa, la cosa più spaventosa che ho visto e sentito da gran tempo. Sono sicuro che non sono molti gli ebrei felici per il massacro dei bambini palestinesi, e tuttavia il fatto che una simile barbarie sia possibile, sia pure presso pochi esaltati, dà da pensare. Chi ha letto la Bibbia, sa che c’è un filo rosso che unisce questi cori alla storia sacra di un popolo che ha dovuto strappare con la violenza ad altri popoli la terra promessa dal suo Dio.

Prima che mi si accusi di antisemitismo (una accusa sempre pronta contro chiunque metta in discussione le politiche sioniste), aggiungo che il massacro palestinese mi ha fatto venire in mente un altro testo che appartiene alla tradizione dell’ebraismo. Si tratta di un libretto di Chaim Nachman Bialik, lo scrittore ucraino considerato il poeta nazionale di Israele. Nel 1903 avviene un terribile pogrom a Kishinev, attuale capitale della Moldavia. In due giorni vengono uccisi quarantanove ebrei, mentre cinquecento sono i feriti. Di fronte ad una tale devastazione si resta senza parole. Ma Bialik è un poeta, un grande poeta. E le parole le trova. Nella città del massacro, il poemetto scritto per raccontare, per piangere, per denunciare il pogrom, è poesia pura, vibrante, che tocca le corde più intime e commuove profondamente. Comincia con queste parole, Bialik: “Un cuore di ferro e acciaio, freddo, duro e muto, / batte in te, vieni uomo! / entra nella città del massacro, devi vedere con i tuoi occhi, / toccare con le tue mani…” (trad. R. A. Cimmino). E nel resto del poemetto il lettore in effetti vede con i suoi occhi e tocca con le sue mani l’orrore.

I versi più intensi dell’opera sono quelli nei quali Bialik descrive la Shekinah, “nera, stanca, disperata”, che piange in silenzio. Quella di Shekinah è una delle concezioni più affascinanti della teologia e della mistica ebraica. Il termine deriva dal verbo shakan, abitare: indica dunque la presenza, la dimora di Dio sulla terra. Una manifestazione di Dio che ha i caratteri del mistero e della gloria, nella tradizione. Ma con Bialik avviene un cambiamento importante. La Shekinah, la gloriosa manifestazione di Dio, ora si limita a stare accanto alle vittime. Subisce la loro stessa sofferenza, accetta su di sé il dolore degli afflitti. Il pensiero va anche a quella pagina memorabile de La Notte in cui Elie Wiesel racconta di un bambino impiccato ad Auschwitz. “Dov’è Dio?“, chiede qualcuno. E Wiesel scrive: “E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca“.

C’è una straordinaria rivoluzione teologica in queste parole. Dio non è più nei cieli, non si manifesta più nella distanza e nella potenza, ma sta accanto a chi soffre. Chi soffre in questo caso è il popolo eletto, ma il passo verso un Dio che sta con chiunque soffra è breve. E’ una intuizione – questa di un Dio dei poveri, dei deboli, degli afflitti – che si affaccia in diverse tradizioni religiose: dal cristianesimo (e non a caso alcuni cabalisti troveranno affinità tra la Shekinah e il Cristo) allo hinduismo, con l’idea del Daridranarayana, “Dio nei poveri”, che si trova in Vivekananda en Gandhi. La considero la più alta concezione religiosa dopo quella del Dio-non Dio di Meister Eckhart.

Le parole di Bialik si potrebbero leggere, in questi giorni, come un canto che dice la tragedia delle migliaia di palestinesi massacrati dall’esercito israeliano. Un ebreo ha trovato le parole per dire l’indicibile, ed ora quelle parole non gli appartengono più, come non appartengono più al solo popolo ebraico. Rappresentano il contributo del popolo ebraico alla comune umanità: dire la tragedia, raccontare l’orrore, pensare un Dio che sta con la vittima. La concezione della Shekinah, liberata da ogni nazionalismo, può mettere gli ebrei in condizione di avvertire l’umanità offesa dalle bombe, di percepire il Divino negli occhi delle vittime. Di superare quella etnolatria, quella esaltazione violenta dell’identità nazionale che esige lo sterminio del nemico, che si esprime in quel passo del libro dei Numeri.

In una guerra non sempre colui che ha vinto è il vincitore effettivo. Le conseguenze di una vittoria possono essere devastanti. Credo che sia questo il rischio attuale per Israele. Potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Ma il prezzo da pagare sarà un imbarbarimento di cui i cori di cui ho detto sono un indizio tangibile e preoccupante, insieme ad altri. A prevalere sarà il Dio degli Eserciti, violento e capriccioso, che esige lo sterminio di donne e bambini. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà quella crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto.

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