Home Europa e Mondo Iraq, l’Italia è pronta a portare le armi. La cooperazione no, non è “prioritaria”

Iraq, l’Italia è pronta a portare le armi. La cooperazione no, non è “prioritaria”

Thomas Mackinson
Il Fatto Quotidiano 20 Agosto 2014

Le armi italiane all’Iraq sì, gli aiuti umanitari e allo sviluppo no. Un macigno sulla coerenza del governo arriva proprio nel giorno della visita lampo a Baghdad ed Erbil del premier Renzi e dell’informativa urgente dei ministri Mogherini e Pinotti sul caso dei convogli di armamenti che entro la settimana dovrebbero lasciare l’Italia per giungere nel Kurdistan iracheno, teatro delle violenze dell’Isis. Ma l’Italia che si scopre interventista e pronta a caricare i suoi C-130 di mitragliatori deve fare i conti anche con quella che fino al giorno prima era impegnata in un sistematico disimpegno. Lo strabismo italiano fa tutto capo al Ministero degli Esteri e al ministro Mogherini: proprio mentre s’incendiava il conflitto, la “sua” Farnesina – che gestisce gli aiuti umanitari e gli aiuti allo sviluppo – cancellava con un tratto di penna l’Iraq dalle priorità italiane.

Due mesi dopo l’insediamento del ministro, senza un voto in Parlamento, l’Iraq è sparito dai radar della cooperazione. La Direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo (Dgcs) ha aggiornato le Linee guida e gli indirizzi di programmazione per il triennio 2014-2016 (leggi). Insieme a Guinea, Ecuador e Vietnam anche l’Iraq veniva “derubricato”, da paese prioritario a “non prioritario”. Un’esclusione che ha effetti non formali ma sostanziali, che in parte si sono già verificati. L’indicazione della priorità svolge infatti un ruolo determinante nella destinazione dei fondi umanitari e di cooperazione allo sviluppo, nelle politiche di credito d’aiuto, di rinegoziazione e conversione del debito. Un’area di intervento che per il 2014 ha ricevuto uno stanziamento pari a 385,7 milioni, 64,3 in più rispetto al 2013.

Ebbene, di questi soldi l’Iraq, secondo la nuova programmazione, non avrà neppure le briciole. Pochi giorni fa proprio il fattoquotidiano.it ha raccontato i primi effetti delle nuove linee guida sullo scacchiere degli aiuti. Il declassamento improvviso di alcuni Paesi ha determinato un’alterazione nell’assegnazione delle risorse previste con l’ultimo bando per progetti di cooperazione. In ballo c’erano 14,5 milioni di euro e 173 proposte da parte delle Ong. La graduatoria finale riporta 44 progetti finanziati e tra gli esclusi dalla variante in corso d’opera c’è anche l’Iraq, il Paese nel quale oggi – a distanza di pochi mesi – viene giustificato sotto l’ombrello dell’azione umanitaria l’invio dei C-130 carichi di armi obsolete per l’esercito italiano ma buone per i peshmerga. Non era prioritario, invece, il progetto “Un sorriso per l’infanzia” che organizza missioni chirurgiche per la cura delle malformazioni al volto dei bimbi per esiti da ustioni e traumi bellici. Grazie a medici volontari da 11 la Ong svolge questa attività a Nassiriya, Baghdad e città minori e ha curato 960 bambini. Chiedeva 417mila euro per portare avanti la sua azione negli ospedali iracheni.  Alla luce delle diverse priorità il progetto viene giudicato “non idoneo”: ottiene 55 punti e si posiziona 82esimo in graduatoria. Prioritario è diventato, invece, armare i guerriglieri.

La scelta di escludere l’Iraq oggi appare tanto più grave alla luce della recrudescenza dei fanatici a danno dei civili non islamisti e della mobilitazione internazionale cui l’Italia prende parte. Ma lo è anche alla luce degli stessi criteri indicati dal Ministero per la definizione delle nuove linee di intervento. A pagina 19 delle Linee Guida spiccano ancora “la povertà, le gravi emergenze umanitarie, le situazioni di conflitto e fragilità nel percorso di democratizzazione, la presenza di minoranze”. Il ritratto dell’Iraq da mesi a questa parte. Ma il nostro Paese, che si è disimpegnato militarmente dal 2006, ha continuato l’opera di disinvestimento. Mentre il ministro cancellava l’Iraq dalle priorità si riprendeva anche parte dei soldi che i governi precedenti avevano stanziato nei famosi accordi bilaterali del 2007, quando il governo italiano e quello iracheno concordarono una serie di aiuti per la ricostruzione e il sostegno allo sviluppo economico dopo il conflitto. L’Italia aveva sottoscritto allora un programma di credito d’aiuto da 100 milioni di euro per l’acquisto da parte del ministero dell’Agricoltura iracheno di trattori e macchine agricole italiane. Dal 15 aprile scorso, con una delibera della DGCS, sono stati revocati 60 milioni. Al posto dei trattori, manderemo le armi.

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Perché non dare le armi ai curdi

Emanuele Giordana
http://emgiordana.blogspot.it

Dare armi ai peshmerga curdi è una delle opzioni al vaglio dei ministri degli Esteri dell’Unione. I favorevoli sono parecchi e in prima fila c’è anche l’Italia. A Pierferdinando Casini il merito di averlo chiesto per primo in un’intervista. Ma io non credo sia una buona idea. Armare le persone, anche quando sono in pericolo, non è una buona soluzione. Se un vostro amico fosse in balia di una banda di assassini che hanno circondato casa sua, gli paracadutereste un lanciafiamme o chiamereste la polizia?

La polizia che non c’è

Qualcuno dirà che in questo caso non c’è una polizia da chiamare e questo è un punto che esamineremo. Tal altro dirà che questa è un’emergenza ma qui la risposta è facile. Le emergenze di questo tipo sono continue. C’è appena stata una guerra a Gaza, è in corso un conflitto in Siria e in Libia e così via, la lista è lunga. Dunque bisogna lasciar morire yazidi, cristiani e sunniti nonché curdi e peshmerga? No, certo, vanno sostenuti. Io credo persino con una soluzione militare, ma non con la foglia di fico delle armi che è il modo più semplice di sbarazzarsi del problema dando lavoro a Finmeccanica. E allora?

Una situazione di emergenza va affrontata ma dovrebbe essere soprattutto l’occasione per riflettere e non ritrovarsi più nel dilemma. Dunque al primo punto c’è la polizia. Abbiamo una forza di polizia internazionale che possa rapidamente muoversi su indicazione del Consiglio di sicurezza (si spera riformato)? No, una polizia dell’Onu non c’è; non c’è nemmeno la task force di reazione rapida della Ue. Come polizia abbiamo solo la Nato, ossia un’alleanza regionale nel cui mandato solo una forzatura può trovarci una possibilità d’impiego fuori dai confini che essa deve difendere. Ecco allora che al primo punto c’è una questione di stretta attualità e che si ripresenterà a ogni emergenza. Qualcuno vuol dire perché questa polizia internazionale non c’è? Qualcuno vuol dire se si vuole lavorare al vecchio sogno in cui fallirono la Nazioni Unite dopo la seconda guerra mondiale? Qualcuno vuole spiegare perché per polizia dobbiamo avere un gruppo di Paesi – la Nato – il cui intervento finora ha lasciato poco più che macerie dietro di sé e, per forza di cose, una storia non condivisa di azioni militari unilaterali?

Dirà qualcuno che questo è nascondersi dietro il dito dell’impossibile. Può darsi ma intanto c’è qualcosa che si può fare da subito. Lo elenco.

Cosa fare?

Anziché inviare nuove armi bisogna bloccare quelle che già sono in funzione. Gli islamisti di Al-Baghapertis verbis a costo di una crisi con Riad o gli emirati. Oggi con loro, domani con Teheran oppure con gli Stati Uniti o la Russia. C’è sempre qualcuno che arma qualcuno. Si può bloccare questo flusso? In parte si: congelando asset bancari, rafforzando i controlli frontalieri e soprattutto denunciando pubblicamente. Sempre però, non a seconda delle convenienze. Un comitato internazionale di esperti e analisti con questo compito sarebbe una buona idea da mettere sul tavolo. Le armi le hanno avute da qualcuno. Si sa anche da chi. Lo scrive persino il Corriere. E allora bisogna avere il coraggio politico diplomatico di dirlo.

In secondo luogo bisogna bloccare tutte le forniture nazionali sospette di finire in territorio di conflitto. Andava fatto con Israele ma l’Italia e l’Europa, con l’eccezione di Madrid, se ne sono ben guardate. Due pesi e due misure? E si. E non era certo una soluzione inviare armi ad Hamas. Però bloccare le forniture a Israele (e così le esercitazioni congiunte previste in Sardegna) sarebbe stato un segnale forte. Un’azione politica ben fatta a volte è più risolutiva di una battaglione di commando.

In terzo luogo si può e si deve intervenire, d’accordo con la repubblica curda e il governo

di Bagdad, per aprire corridoi umanitari inviando uomini e mezzi. Uomini e mezzi – anche italiani – (che sarebbe meglio avessero almeno l’avallo Onu) in grado di potersi difendere in caso di attacco dai predoni di turno. La legittima difesa, specie se per difendere un obiettivo umanitario, è cosa legittima e sacrosanta anche per un pacifista.

Ma armare la guerra, da qualsiasi parte lo si faccia, significa solo promuoverla a ruolo primario e alimentarla perché da scaramuccia diventi mostro. E’ ovvio però che, per fare tutto questo, ci vuole una nuova carta sottoscritta anche da cinesi, russi, brasiliani e così via. Solo con quella in mano si può pensare di poter affrontare le emergenze a livello globale e solo così si può immaginare di costruire una forza di polizia internazionale. Riprendendo il vecchio sogno in mano. Non il fucile.

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