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Medio Oriente e Iraq, se crolla il sistema degli Stati nazionali

Francesco Peloso
www.articolo21.org

Il rischio è forte e l’intervento occidentale in corso non sembra per ora in grado di mutare radicalmente il corso degli eventi. La guerra aerea americana e l’invio di armi ai curdi da parte dell’Ue, sono infatti due operazioni estreme messe in piedi in fretta e furia per arrestare l’avanzata dell’Is, lo Stato islamico, che fino a non molto tempo fa contava su effettivi composti da poche migliaia di uomini e oggi sembra diventato miracolosamente invincibile.

L’avanzata dell’Isis in Iraq (cioè lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, oggi Is) non ha incontrato resistenze consistenti, lo ‘Stato’ iracheno si è dimostrato quasi inesistente sul terreno e le sue truppe si sono rapidamente dileguate di fronte al nemico. Una strategia voluta o una realtà di fatto? L’ex premier appena defenestrato, al Maliki, era un filo-iraniano convinto, appoggiato da Teheran, che ha escluso la minoranza sunnita dal governo del Paese, per questo oggi il suo allontanamento è considerato un bene da tutti. Ma qualcuno avanza l’ipotesi che la mancata risposta militare all’Isis fosse invece voluta allo scopo di arrivare a un intervento militare esterno per fermare ‘il terrorismo’ e giungere, quindi, alla spartizione dell’Iraq secondo varie sfere d’influenza fra le varie potenze regionali ciascuna con alleati ancora più lontani. Forse, come spesso avviene, la realtà sta nel mezzo: un disegno politico è sconfinato nell’inconsistenza militare e istituzionale del Paese con risultati drammatici, al solito, per le popolazioni, yazidi e cristiani in testa.

D’altro canto non si può dimenticare che negli ultimi anni uno stillicidio di notizie è continuato ad arrivare dall’Iraq: attentati, bombe, morti, sparatorie, aggressioni. Un fiume di sangue ininterrotto che mostrava come il Paese fosse stato tutt’altro che pacificato e come la sicurezza quotidiana fosse ben lungi dall’essere raggiunta. A farne le spese sono stati tutti: sunniti, sciiti, cristiani, curdi e via dicendo. A questo flusso di eventi drammatici non si è prestata molta attenzione o non si è voluto farlo, sta di fatto che ora la crisi è esplosa.

Al posto di al Maliki arriva ora al Abadi con il plauso internazionale e con l’obiettivo di tenere unito l’Iraq. Il risultato non è a portata di mano. Le cause dell’attuale pantano sono ormai lontane e la memoria torna fra l’altro alla gestione americana del post-Saddam quando si avvalorò l’esclusione totale dei quadri sunniti dall’esercito e dall’amministrazione con il risultato che l’impalcatura dello Stato si dissolse. Ma di fatto tutta l’operazione americana in Iraq – le due invasioni volute dalle presidenze della famiglia Bush, la guerra internazionale al terrorismo, l’espansione militare e petrolifera, il progetto di esportare la democrazia – oggi mostra le corde. Eppure la risposta data al problema dal presidente Obama, cioè il ritiro totale e inappellabile degli Usa dallo scenario mediorientale, suona come una beffa in primo luogo agli occhi degli iracheni.

Anche il vecchio slogan: ‘yankee go home’, suona ormai un po’ usurato. Lo spostamento degli interessi statunitensi nell’area del pacifico secondo l’opzione obamiana, è avvenuto infatti in modo repentino e ha lasciato un vuoto improvviso e clamoroso nell’area mediorientale dopo che, per lungo tempo, la Casa Bianca ne aveva gestito e organizzato i destini non senza commettere errori e nefandezze ma anche esercitando un ruolo decisivo negli equilibri della regione. La ritirata è apparsa allora come una smobilitazione e uno scarico di responsabilità mascherato dal principio del “fate da soli, non possiamo costruire la democrazia al posto vostro”.

Nasce qui la polemica innestata dall’ex Segretario di Stato e rivale democratica nella corsa alla Casa Bianca Hillary Clinton, la quale ha detto di recente come il principio minimalista “non fare cose stupide” proclamato dalla dottrina obamiana in politica estera, non poteva essere posto alla base del ruolo degli Stati Uniti del mondo. La Clinton ha contestato la mancanza di prospettiva e di principi guida ma soprattutto ha attaccato la Casa Bianca per non aver sostenuto e armato la rivoluzione siriana nella prima fase, cioè in quel primo anno, anno e mezzo, in cui laici, musulmani moderati, etnie diverse si erano unite e ribellate alla dittatura di Assad. E’ in Siria infatti che nasce l’Isis e prende poi forma e sostanza con il procedere della guerra civile e il suo infilarsi in un tunnel senza uscita fatto di violenze, morte e distruzione in cui, alla fine, solo il regime di Damasco e l’estremismo fondamentalista sono rimasti in piedi. Per cui è ancora più grave e offensiva la beffa subita da quei siriani che oggi vedono come il mondo si accorga dell’Isis in Iraq dopo aver voltato voltato la testa, per tre anni, di fronte ai massacri di innocenti perpetrati da Assad (a Yarmouk, ad Aleppo), e poi abbia ignorato il dilagare sanguinoso delle fazioni fondamentaliste che hanno guerreggiato, non per caso, anche contro il Free Syrian Army, cioè il gruppo originario della ribellione oggi in grande difficoltà.

La latitanza americana del resto è emersa di nuovo nel recente confronto israelo-palestinese con le conseguenti stragi messe in atto a Gaza dall’esercito israeliano. In questo caso la Clinton sostiene fermamente le ragioni di Israele contro Hamas; la cosa ovviamente è opinabile, ma dal punto vista diplomatico ciò che conta è che fu lei a far sottoscrivere l’ultima lunga tregua fra il governo israeliano e i dirigenti del gruppo fondamentalista, mentre fu suo marito a gestire i negoziati fra Rabin e Arafat in quello che, a tutt’oggi, rappresenta il punto più vicino alla pace toccato in un conflitto infinito. Dunque, sembra dire l’ex Segretario di Stato (e forse candidata alla Casa Bianca), a una visione forte, per quanto contestata nel mondo, corrisponde un ruolo forte e autorevole in grado di far sottoscrivere accordi e patti.

Nessuna delle due visioni americane in campo è autosufficiente oggi (restando nell’area democratica), la stessa Clinton non sembra proporre grandi novità interpretative in senso generale, allo stesso tempo le variabili di cui tenere conto sono molte – economiche, energetiche, politiche: il rapporto con l’Iran, la crescita cinese, la nuova guerra fredda con la Russia di Putin ecc. D’altro canto la stagione delle primavere arabe dove una generazione nuova ha chiesto pane e libertà, giustizia e democrazia, è stata guardata con miope sufficienza e tutto sommato ignoranza dalle élitès occidentali da troppo tempo abituate a trattare con autocrati che avevano sì le carceri piene di oppositori, ma costituivano pur sempre un discreto argine contro il fondamentalismo. Nello stesso modo il tema diritti umani non viene messo in agenda dall’Occidente quando si parla di Medio Oriente; e c’è in questa impostazione una venatura di razzismo in quanto non si considerano sufficientemente evoluti gli ‘arabi’, figuriamoci i musulmani, per affrontare e fare propria la questione.

Si è detto, lo ha affermato Obama e lo hanno ripetuto alcuni osservatori, che in Iraq sta finendo il Medio Oriente nato con la fine dell’impero Ottomano dal quale si svilupparono diversi Stati. Ma forse questa lettura è incompleta: in Medio Oriente sta finendo anche l’ordine nato dalla decolonizzazione degli ’50-’60 che ha portato con sé l’esplodere dei nazionalismi, fenomeno strettamente connesso alla lotta per l’indipendenza a tutte le latitudini. La lunga fine degli equilibri nati a Yalta è anche alla base del ritorno islamico sia nella versione estremista che nel tentativo, portato avanti da settori crescenti delle società arabe, di mettere in rapporto Islam (inteso anche come tessuto culturale, come storia) e modernità, Islam e democrazia, Islam e laicità. In questo senso il ruolo delle donne è stato essenziale nelle rivolte delle varie primavere e non per caso sono loro a subire spesso gli oltraggi e le violenze maggiori da parte di islamisti radicali e squadracce militari di questo o quel regime.

Sembra insomma che la battaglia intorno agli Stati nazionali in Medio Oriente incrocia oggi, inevitabilmente, anche quella per la nascita di comunità plurali – cioè refrattarie all’assolutismo sia sotto il profilo etnico-religioso che sotto quello militare repressivo – in cui, in modo originale, minoranze e maggioranze che non di rado in base a tradizioni millenarie popolano la regione, riescano a vivere in pace e a costruire il loro futuro.

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Perché gli USA usano l’ISIS per conquistare l’Eurasia

Piotr
megachip.globalist.it

1. I corsari erano dei privati (spesso armatori) che ingaggiavano comandanti abili nella navigazione per perseguire propri interessi in condominio con quelli politici di una potenza che li forniva, appunto, di una “lettera di corsa”. Tale lettera li abilitava ad attaccare e saccheggiare navi di altre potenze sotto particolari condizioni (solitamente una guerra).
Le attività dei pirati e quelle dei corsari erano praticamente le stesse. Cambiavano solo le coperture politiche ufficiali. Diversi corsari finirono la loro carriera come pirati, a volte impiccati dagli stessi governi che li avevano ingaggiati.
Di fatto i corsari potevano permettersi di fare quelle cose che uno Stato riteneva politicamente e/o economicamente imprudente fare.
Una variante molto più in grande ed organizzata erano le Compagnie commerciali dotate di privilegi, come la famosa Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che benché totalmente private (la Corona inglese non possedeva nemmeno un’azione delle Compagnie inglesi) avevano il nulla osta per condurre guerre e attività di governo.
Corsari e pirati hanno smosso le fantasie romantiche e libertarie di generazioni di persone che invece storcevano il naso per le imprese dei loro mandanti.
Oggi la storia si ripete. In peggio.

2. I reparti armati dei (cosiddetti) fondamentalisti islamici sono da più di trenta anni una forma ancor più perversa di simili compagnie di ventura, al servizio dell’impero statunitense. I prodromi di questa alleanza-servizio furono gettati durante la Prima Guerra Mondiale da persone come St John Philby e Gertrude Bell, brillanti e preparatissimi agenti inglesi che lavoravano in stretto contatto con i principi sauditi.
L’alleanza è stata vista all’opera in Afghanistan negli anni Ottanta, sotto la sapiente regia criminale di Zbigniew Brzezinski, poi in Bosnia, in Kosovo, in Cecenia, in Libia, in Siria e ora in Iraq. È verosimile che la sua longa manus arrivi fino in India, via Pakistan, e nello Xinjiang Uyghur, in Cina.
L’ISIS, cioè lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Siria), è la forma più sofisticata di questa strategia corsara. Più ancora che Israele – che, essendo formalmente uno stato internazionalmente riconosciuto deve sottoporsi alla legalità internazionale, anche se non lo fa praticamente mai e si avvale di ampie deroghe e ha un’organizzazione politico-istituzionale complessa (ma questo conta sempre meno, lì come da noi) – l’ISIS è la quadratura del cerchio: uno stato-non-stato che essendo per definizione un’entità terrorista ha il “diritto” di essere al di fuori di qualsiasi legalità. Bene fanno, dal loro punto di vista, gli USA a chiamarla “organizzazione terrorista”: il sostegno politico diretto, quello organizzativo via Arabia Saudita e proprio quella stessa definizione costituiscono la “lettera di corsa” che la Superpotenza gli fornisce. In altri termini, hanno il diritto-dovere di essere terroristi.
Esattamente come succedeva coi corsari di un tempo, sotto le mentite spoglie di “combattenti per la libertà” (anti Assad) hanno smosso le fantasie romantiche di ingenui buonisti – a volte, ahimè, persino caduti nella mortale tela del ragno – e di sedicenti internazionalisti fatti perdere da Giove. Possiamo immaginare che ora essi si sentano confusi. Noi, al contrario, iniziamo a vedere con più chiarezza i contorni di un disegno sufficientemente preciso.

3. Già negli anni Ottanta la Rand Corporation aveva “previsto” che le guerre future sarebbero state un misto di conflitti stellari e di conflitti premoderni condotti da entità substatali. Una previsione non difficile, visto che la Rand faceva parte di quel complesso che stava preparando tale scenario.
È una strategia sostenuta da un’ottima logica. Le “guerre stellari”, infatti, se condotte fino alle loro estreme conseguenze non posso trasformarsi che in conflitti nucleari. La guerra di corsa tramite entità substatali, condotta dagli USA dopo i primi colpi “ortodossi” inferti dalla genia dei Bush e da Clinton, ha invece permesso alla Superpotenza di lanciare quella serie di first strike che sarebbero stati rischiosissimi, e quindi impossibili, in termini di guerre ortodosse tra stati, sebbene fossero contemplati dalla New Nuclear Posture elaborata dai neocons sotto Bush Jr.
L’iniziale sbandamento dei competitor strategici dimostra che la mossa ha una sua genialità, ovviamente criminale. Anzi, c’è la sensazione che questi competitor preferiscano correre il rischio di guerre substatali terroristiche piuttosto che quello di un conflitto aperto contro un avversario spregiudicato e sempre più aggressivo perché sempre più in difficoltà. Una difficoltà, comunque, relativa e che cercheremo di precisare.

4. Cosa c’è di meglio per gli USA che installare nel centro nevralgico dell’Eurasia (già oggetto degli incubi e dei desideri del “veggente” consigliere di Carter per la sicurezza, Zbigniew Brzezinski) uno stato-non-stato, uno stato-zombie, un essere-non-essere, un’organizzazione territoriale che al riparo della sua bandiera nera pirata può minacciare di azioni raccapriccianti tutti gli stati vicini, a partire da Siria, Russia, Iran, Cina, repubbliche centroasiatiche e poi lungo il corridoio che tramite il Pakistan penetra in India e che attraverso lo Xinjiang Uyghur prende alle spalle la Cina? Difficile pensare a un’arma non convenzionale migliore. Proprio difficile. Un temibile cuneo piazzato nel bel mezzo dell’Organizzazione di Shanghai.
Non solo, ma anche l’Europa può essere minacciata (non è già stato fatto?). Può essere utile qualora si mostrasse troppo recalcitrante al progetto neoimperiale statunitense, con annessi e connessi tipo il rapinoso TTIP.
La difficoltà statunitense di cui si parlava prima, non sta nel fatto che gli Stati Uniti siano inesorabilmente in declino per chissà quali leggi geopolitiche o economiche. In realtà la difficoltà è insita nel sistema capitalistico stesso che oggi è ancora incentrato sugli USA, cosa che si può contestare solo se si pensa che il sistema capitalistico sia misurabile solo a suon di profitti, PIL, scambi commerciali e riserve valutarie. Anche, ma non “solo”, perché il sistema capitalistico è un sistema di potere.
In più, le potenze emergenti sono emerse, diciamo così, “in ritardo” (non poteva essere altrimenti) ovvero quando le capacità distruttive militari, industriali, ecologiche e finanziarie mondiali erano già state ipotecate massicciamente da uno stato-continente denominato Stati Uniti d’America e dai suoi vassalli. È vero che noi paesi occidentali a capitalismo maturo contiamo solo per un settimo della popolazione mondiale, ma questo dà proprio l’inquietante misura del problema, perché contiamo immensamente di più in quanto a capacità distruttiva.

5. Il regista Oliver Stone e lo storico Peter Kuznick con molto acume hanno fatto notare che con Hiroshima e Nagasaki gli USA non solo volevano dimostrare al mondo di essere superpotenti, ma anche – cosa ancor più preoccupante – che non avrebbero avuto alcuno scrupolo nella difesa dei propri interessi: erano pronti a incenerire in massa uomini, donne e bambini.
Le popolazioni libiche, siriane e irachene martirizzate dai corsari fondamentalisti sono la raccapricciante dimostrazione di questa mancanza di scrupoli, episodi di genocidi compiuti a rate al posto del singolo sterminio atomico, troppo rischioso. In questo senso preciso l’ISIS è utilizzato come arma di distruzione di massa a consumo.

6. In Occidente questa strategia rimane incomprensibile ai più. È vero che è complessa perché fa leva su un gioco intricato di interessi differenziati, da quelli puramente ideologici a quelli puramente mafiosi, ma la cosa è sorprendente perché oltre ad essere ormai chiara negli obiettivi – evidentemente perché gli USA stessi se li sono chiariti -, come si è visto è anche la riedizione di una strategia già nota e stranota.
Confusa poteva essere la sua percezione durante il conflitto afgano degli anni Ottanta. Era forse difficile capire allora la connessione tra Volker shock, invasione sovietica e nascita della guerriglia islamista sostenuta e organizzata dagli USA. Tuttavia alcuni studiosi, benché pochi e trattati come eccentrici, avevano già fatto notare le connessioni tra crisi sistemica, reaganomics, finanziarizzazione, conflitti geopolitici e la ripresa d’iniziativa neoimperiale degli USA dopo la sconfitta in Vietnam (quante volte gli Stati Uniti sono stati dati per spacciati?). Mi riferisco agli studiosi raccolti nella scuola del “sistema-mondo”.
È comunque singolare che una sinistra così determinata negli anni Sessanta e Settanta a lottare per la difesa del filosovietico Vietnam, pochissimi anni dopo si trovasse a strizzare l’occhiolino a fondamentalisti sostenuti dagli USA contro una Unione Sovietica ora considerata l’impero da sconfiggere a tutti i costi.
Con le Torri Gemelle, inizio della Terza Guerra Mondiale a Zone di cui oggi parla persino il papa (ci sono veramente voluti tredici anni per capirlo in Vaticano?), la deriva totale della sinistra veniva preannunciata con uno spettacolare canto del cigno: le enormi dimostrazioni contro le guerre di Bush Jr e le politiche neoliberiste globalizzate. Si era sulla strada giusta, perché erano esattamente i due lati complementari del connubio denaro-potere messo a nudo dalla crisi sistemica. Eppure è bastato il peggioramento di questa crisi e il suo irrompere nei centri capitalistici occidentali e l’elezione santificata di Barack Hussein Obama per far deragliare ogni ragionamento e centinaia di migliaia di ex militanti venivano trasformati in supporter attivi, passivi o incoscienti della nuova politica imperiale.
Non è un’esagerazione: basta confrontare i 3 milioni di persone in piazza a Roma nel 2003 contro la guerra all’Iraq e le 300 (trecento) persone in piazza a Roma nel 2011 contro la guerra alla Libia.
Quel che era peggio, è che questo non era il risultato di un sofisticato programma di condizionamento, ma l’esito delle strategie di comunicazione introdotte ai suoi tempi dal nazista Goebbels ricanalizzate attraverso i vecchi e i nuovi media, con una variante decisiva. Non solo balle grosse come case ripetute all’unisono ovunque e con ogni mezzo, ma anche condite coi termini e coi concetti che più piacevano alla sinistra: se gettare bombe faceva storcere il naso, bastava dire che esse erano intelligenti o addirittura umanitarie, se non proprio aiuti umanitari sic et simpliciter. L’impero ora parlava con un linguaggio ad ampio spettro, da quello reazionario a quello del progresso, tecnico, sociale e politico. Non proprio una novità, ma il bersaglio era una società in via di disarticolazione a causa della crisi sempre più feroce, abbandonata e addirittura tradita dagli intellettuali e politici a cui si era affidata e dove purtroppo anche nelle poche roccaforti rimaste gli effetti mutageni del linguaggio imperiale facevano danni.
Come commentava allora una vignetta di Altan: “Il trucco c’è, si vede benissimo, ma non gliene frega niente a nessuno”. Il perché dovrebbe essere studiato a fondo per capire come uscire da questo limbo sospeso sopra il baratro.
Ad ogni modo la “guerra al terrorismo” non sconfiggeva alcun terrorismo, banalmente perché non c’era nessun terrorismo da sconfiggere. In compenso distruggeva stati, prima l’Afghanistan poi l’Iraq.
Il terrorismo nel frattempo entrava “in sonno” e si rifaceva vivo con alcune necessarie dimostrazioni di esistenza a Madrid e a Londra, nel cuore dell’Europa. In realtà era in fase di riorganizzazione, nel senso che lo stavano riorganizzando per i nuovi teatri operativi, forse all’inizio ancora non molto chiari nelle menti degli strateghi statunitensi perché nelle crisi sistemiche anche chi genera e utilizza il caos risente delle sue conseguenze.

7. Con Obama gli obiettivi e la strategia si sono progressivamente chiariti. Una volta riorganizzato e potenziato l’esercito corsaro, scattava la nuova offensiva che ha avuto due preludi: il discorso di Obama all’Università del Cairo nel 2009 e le “primavere arabe” iniziate l’anno seguente.
In entrambi i casi la sinistra ha sfoggiato una strabiliante capacità di non capire nulla.
Avendo ormai scisso completamente l’anticapitalismo dall’antimperialismo, la maggior parte del “popolo di sinistra” si faceva avviluppare dalla melassa della coppia buonismo-diritti umanitari (inutile ricordare i campioni italiani di questa pasticceria), elevando ogni bla-bla a concetto e poi a Verbo. Obama dixit. Che bello! Che differenza tra Obama e quel guerrafondaio antimusulmano di Bush! Avete sentito cosa ha detto al Cairo?
Nemmeno il più pallido sospetto che l’impero stesse esponendo la nuova dottrina di alleanza con l’Islam politico (alleanza che ha il centro logistico, finanziario e organizzativo nell’Arabia Saudita, il partner più fedele e di più lunga data degli USA in Medio Oriente).
Peggio ancora con le “primavere arabe”. Nemmeno a bombardamenti sulla Libia già iniziati la sinistra ha avuto il buon senso di rivedere il proprio entusiasmo per quelle “rivolte”. Apodittico è stato il demenziale e sgradevole appello di Rossana Rossanda ad arruolarsi nelle fila dei tagliagole di Bengasi (il cui capo veniva direttamente da Guantánamo con copertura della Nato), come gli antifascisti avevano fatto in Spagna. Un appello che è stato il segno di una corruzione aristotelica non già di un cervello anziano, bensì di alcune generazioni di sognatori cresciuti sotto il cielo dell’impero americano, naturale come il firmamento e invisibile come il tempo, quindi non percepibile. Sotto questa cupola stellata e globalizzata il capitalismo diventava non più un rapporto sociale vivente in società e luoghi geografici materiali, bensì un concetto che si contrapponeva a un altro concetto: il “capitale” al “lavoro”. La cosa meno materialista dai tempi delle discussioni sul sesso degli angeli.
Disaccoppiare il capitalismo dall’imperialismo è come pretendere di dissociare l’idrogeno dall’ossigeno e avere ancora acqua. Per un cristiano è come dissociare Cristo dallo Spirito Santo. Rimane qualcosa che pendola tra il libresco e il buonismo istintivo in preda ad ogni demonio furbo e determinato.
Si è giunti al punto che un capo di stato maggiore statunitense, il generale Wesley Clark, rivela che Libia e Siria erano già nel 2001 nella lista di obiettivi selezionati dal Pentagono e che sedicenti marxisti continuino incuranti a credere a “rivolte popolari”, quelle rivolte popolari che loro non sono stati e non sono in grado di suscitare nel proprio paese. Insomma, effetti da crisi di astinenza.

8. Ma questi ormai sono dettagli residuali, che riguardano cioè residui storici, privi di valore politico. Servono al più ad illustrare il ben più grave fenomeno di una sinistra tutta che è di fronte alla Terza Guerra Mondiale e ci arriva totalmente disattrezzata, teoricamente, politicamente e ideologicamente. Più disattrezzata del “popolo di destra” e spesso apertamente dalla parte dei guerrafondai.
Ah, Pasolini, quanta ragione avevi di inveire contro gli “irresponsabili intellettuali di sinistra”! A che punto siamo giunti!
C’è solo qualche sprazzo di sereno in questa estate nuvolosissima. Non si può che essere d’accordo con Movimento 5 Stelle e SEL per la loro opposizione all’invio di armi ai Curdi (intanto: a quali Curdi?). Diversi ragionamenti ci accomunano, come l’indecenza di esportare armi e l’inutilità della cosa per la risoluzione del conflitto. Ma la vera inutilità e l’indecenza stanno nel fatto che quel conflitto è una partita di giro in cui ci andranno di mezzo migliaia di persone, al 90% civili, come succede in tutti i conflitti moderni e da tempo avvertono organizzazioni come Emergency.
Il senatore John McCain, in apparenza battitore libero ma nella realtà executive plenipotenziario della politica di caos terroristico di Obama, si è messo d’accordo sia coi leader del Governo Regionale Curdo in Iraq sia con il Califfo dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, già Abu Du’a, già Ibrahim al-Badri, uno dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti con una taglia di 10 milioni di dollari.

9. Ci sono testimonianze e prove fotografiche (e su queste si basa la denuncia all’autorità giudiziaria del senatore McCain come complice del rapimento in Libano da parte dell’ISIS di alcune persone, sporta dai loro famigliari).
Così come Mussolini aveva bisogno di un migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative di pace, gli USA, l’ISIS e i boss curdo-iracheni hanno bisogno di qualche migliaio di morti (civili) da gettare sul palcoscenico della tragedia mediorientale, per portare a termine la tripartizione dell’Iraq e lo scippo delle zone nordorientali della Siria (altro che Siria e USA uniti contro i terroristi, come scrivono cialtroni superficiali e pennivendoli di regime). Il tutto a beneficio del realismo dello spettacolo.
Caro Di Battista e caro Movimento 5 Stelle e anche cara SEL (mi rivolgo a loro perché sono gli unici che in Parlamento abbiano mostrato barlumi di intelligenza e di decenza), avete avuto ottime intuizioni, ma cercate di andare oltre alle intuizioni, perché con questa tremenda crisi sistemica destinata a peggiorare la pura intuizione alla lunga non basta più e tutti i racconti di fate diventeranno racconti di orchi, specialmente in politica internazionale dove dovreste attrezzarvi un po’ meglio.
Nel 1979 Zbigniew Brzezinski aveva capito e scritto che il futuro problema degli Stati Uniti era l’Eurasia e che quindi occorreva balcanizzarla, in particolare la Russia e la Cina. All’inizio del secolo scorso, in piena egemonia mondiale dell’impero britannico, il geografo inglese Halford Mackinder scriveva «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo».
L’indefesso girovagare di McCain tra Ucraina e Medio Oriente non è dunque un caso. Il pensiero dominante è sempre lo stesso. Ciò che è cambiato è che gli USA hanno capito che non è necessario che siano le proprie truppe a fare tutto il lavoro sporco.

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