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O la morte o la vita

Nino Lisi
CdB San Paolo (Roma)

“Non è lecito portare la morte in nome di Dio”. Giusto! Ma in nome di qualcun altro invece si? Poniamo: in nome della Patria, della Nazione, del Paese, della Libertà,oppure del Progresso, della Scienza, del Capitale, della Produttività? E in difesa dei poveri e degli umili, di chi sta soccombendo in balia di un potere maligno dalla forza incontenibile? Per abbattere un despota crudele ed il suo folle regime? E se fosse Dio a volerlo,come nel caso di quel monaco di cui i libri di storia raccontano che percorresse l’Italia in lungo e in largo al grido di “Dio lo vuole!”?

Quante domande! Ma un risposta univoca non c’è e da per tutto si continua ad uccidere ed essere uccisi in nome delle ragioni più varie. Ci siamo inventati di tutto per farlo, persino che possa esserci una guerra giusta. Ma come fa una guerra ad essere giusta? Bisogna esserci stati dentro per capire che non può esserlo. Bisogna aver visto cadaveri ancora sanguinanti, ammucchiati su di un carrettino a mano, dopo un bombardamento, e trasportati alla men peggio al cimitero; bisogna aver visto cumuli di macerie sotto cui c’erano certamente dei morti ed assai probabilmente anche dei vivi, lasciati lì, con una bandiera ed una croce ficcate in cima, perché non vi erano più braccia e mani per scavare.

Bbisogna avere assistito ad un duello tra due aerei ed aver visto uno dei due con le fiamme a bordo dirigersi verso il mare per inabissarvisi ed avere applaudito, perché lo sconfitto, che cercava scampo lanciandosi con il paracadute, non poteva che essere l’odiato nemico, per poi incrociare il giorno dopo un camion dell’ aeronautica militare con un feretro avvolto nell’italico nonché sabaudo tricolore; bisogna aver visto e vissuto queste e tante altre cose per sapere che la guerra, qualsiasi guerra, è solo e semplicemente orrenda e criminalmente folle e stupida. Tutte, nessuna esclusa.

Un rimedio alla guerra non si è ancora trovato, che non sia la guerra stessa. Un rimedio omeopatico, dunque: similia similibus curantur. Uccidere per impedire altre uccisioni, morti da una parte per evitarne da un’altra, combattere la morte con la morte, mai con la vita. Dopo le immani stragi della guerra del ’39 – 45 sembrava che un pizzico di resipiscenza gli Stati l’avessero avuta, quando inventarono l’ONU; ma è nata male (perché messa in mano alle sole potenze vincitrici) e cresciuta peggio (per il gioco dei veti incrociati che l’hanno paralizzata), sicché l’illusione delle forze di interposizione è svanita.

I peacemakers sono armati. La pace cui si tende, in Irak come in Siria, in Libia come in Palestina, In Afganistan come in tanti paesi dell’Africa – frutti avvelenati dell’idiozia politica del velenosissimo Occidente – è in definitiva quella descritta da Tacito: fecero un deserto e lo chiamarono Pace.

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Ma Signore, non s’era parlato di una terra nella quale scorressero latte e miele, dove il leone e la gazzella dormissero l’una accanto all’altro? E non era stata augurata la pace agli uomini della Buona Volontà, cioè ai figlie e alle figlie di Dio?

Quando avverranno questi auspici? Come dici? Che tocca a noi realizzarli? E’ vero. Ma ce ne siamo dimenticati.

Buon per noi, però, Signore, che la tua misericordia è infinita ed il tuo perdono è gratuito.

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