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Portare più armi non difende le vite di F.Lipperini

Floriana Lipparini
www.womenews.net

Portare più armi e rinfocolare la guerra non significa difendere le vite dei civili. Finché esisteranno paesi come il nostro che guadagnano grazie al commercio di armi, chi potrà credere alla buona fede di un intervento come quello adottato dalle nostre ministre Mogherini e Pinotti? Sono forse troppo giovani per sapere cosa è successo negli anni Novanta in Iraq e poi in Afghanistan? Sanno quante armi l’Italia fornisce a Israele e ad altri paesi in guerra? Sanno delle mine che uccidono bambini e di chi le fabbrica? Si sono mai chieste se esiste un altro modo di pensare e di agire, rispetto alle politiche maschili?

Rovesciando completamente l’ordine di idee della filosofia classica che s’interroga sulla morte e sulla trascendenza, Hannah Arendt ci ha detto che il punto di partenza per noi creature terrestri è la nascita, ossia la vita. Quella che le guerre, le armi e l’ingiustizia sociale continuano a cancellare, come se al centro del mondo regnasse un potere arcaico e brutale asserragliato in un kafkiano e inespugnabile castello. Eppure è impossibile negarlo: la millenaria genealogia maschile che da quel castello governa il mondo ha fallito.

Apprendisti stregoni che hanno creduto di poter usare a proprio vantaggio focolai di odio e di violenza oggi credono di poterne contrastare le spaventose conseguenze usando ancora una volta gli stessi strumenti di morte.

La feroce lotta di accaparramento delle risorse planetarie che le grandi potenze stanno conducendo da secoli e più ancora da decenni insanguina il mondo e cancella il futuro. Davvero qualcuno crede alla favola degli Usa che in nome dell’Occidente “esportano democrazia”? Gli Usa e i loro alleati hanno appoggiato terroristi in Afghanistan, in Iraq, in tutto il Medio Oriente, per i propri interessi, e poi, quando i demoni sono usciti dalla bottiglia, non sono più riusciti a fermarli. Il terrorismo è diventato quindi il nemico globale e onnipresente che giustifica il perpetuarsi di guerre e atrocità, a oriente e a occidente. Chiese e guerre, patrie e confini… ma oggi diremo piuttosto banche e mercati.

Il terrorismo però è l’altra, spaventosa faccia del sistema di potere fondato sul profitto, sullo sfruttamento, sulle speculazioni di borsa e sulle agenzie di rating che ugualmente distruggono paesi e persone ma in apparenza senza sporcarsi le mani.

Quel castello, dunque, va decostruito dalle fondamenta, le pietre vanno spostate per liberare il passaggio ostruito e far fluire una corrente di acqua pulita, un altro ordine di pensiero, un’altra maniera di concepire la vita e la società.

Ora mi guarderò bene dal dire che sono “le donne” ad avere questo compito, dato che come categoria sono un’entità astratta di cui nulla si può dire, se non che la condizione storica di assoggettamento del genere femminile è un fatto certo e documentato. Voglio invece parlare delle numerose donne che dai margini, dalla periferia della storia hanno riflettuto su se stesse, a partire da se stesse, anche dalle proprie incertezze e contraddizioni, scoprendo in tal modo una seconda vista, o un terzo occhio, chiamiamolo come vogliamo, per disegnare una trama completamente diversa da quella che finora ha tenuto insieme i brandelli di un mondo ingiusto, destinato al disastro.

Donne che sono andate nei luoghi difficili, hanno tessuto dialoghi, creato ponti, proposto soluzioni, indicato strade. Ve ne sono dappertutto, in Palestina, in Israele, in India, in Kenia, in Mali, in Argentina, in tutta Europa… Di solito, tranne alcune eccezioni, non si trovano fra le poche giunte ai vertici dei poteri governativi e internazionali, perché in quei casi ha prevalso l’obbligo di adeguarsi alla funesta realpolitik delle classi dirigenti. Si trovano invece alla base dei movimenti non governativi e nei gruppi femminili, in ruoli di leader morali o di semplici attiviste, non importa, quello che conta è la differenza radicale dello sguardo e dei punti di vista rispetto alle situazioni e ai conflitti, la lucidità critica rispetto alle rovinose strategie adottate dagli attori internazionali, coloro che hanno purtroppo la facoltà di decidere.

Le armi uccidono, portare più armi ai contendenti significa portare più morte. Teoricamente le Nazioni Unite e la nostra stessa Costituzione mettono in guardia dalla guerra e la ripudiano come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali. Parole vuote, evidentemente, per la maggior parte dei nostri politici. E nessuno di loro sembra ricordare che esistono altre forme di intervento come l’interposizione Onu tra le parti in conflitto, che molta parte del pacifismo continua giustamente a richiamare. Questa sarebbe dovuta essere la scelta nella ex Jugoslavia e specificamente in Bosnia, come dovrebbe esserlo oggi a Gaza, in Ucraina e in Iraq. Certo, si tratta pur sempre di operazioni disperate per arginare tragedie, mentre si dovrebbero invece prevenire alla radice le follie avvelenate dei signori della guerra di ogni tipo e natura.

Allora, a tutte quelle donne che ostinatamente hanno ancora la forza di pensare altre vie e altri mondi, vorrei dire che dobbiamo davvero riprendere parola, decostruire quel castello, entrare in scena e cambiare la trama. Cosa può significare nei fatti? Ad esempio organizzare un’assemblea permanente in luoghi significativi – reale e/o telematica – e da lì diffondere un’altra voce rispetto al mainstream ufficiale. Videoconferenze e Skype oggi possono aiutare moltissimo a creare reti e contatti. Ma di sicuro tante altre idee e possibilità potrebbero nascere da un nuovo e urgente ritrovarsi. Perché no in settembre, alla Casa delle Donne di Milano?

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