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Come educare gli elettori di E.Rindone

Elio Rindone
www.italialaica.it

Da storico che studia con particolare attenzione la politica italiana, nel corso delle mie ricerche d’archivio ho scoperto una seconda lettera indirizzata al figlio da un uomo politico (anche questa volta la firma è illeggibile) che, come risulta dal contesto, era all’apice della carriera una cinquantina d’anni fa, cioè nei primi decenni del Duemila. Mi pare opportuno, come nel caso della prima, già pubblicata su questa rivista, farla conoscere, astenendomi da ogni commento, alla pubblica opinione. Essa mostra, infatti, come per decenni sia stata messa tenacemente in atto una consapevole opera di demolizione della costituzione italiana, contrastando la volontà degli elettori e accentrando il potere nelle mani di una classe dirigente sempre più autoritaria.

Mi limito a osservare che la lettera permette di gettare uno sguardo sull’oscena realtà che si nascondeva dietro la retorica esaltazione dei valori di libertà e democrazia, realtà intuita ed efficacemente descritta da uno studioso del tempo: “Se solo per un momento potessimo sollevare il velo e avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. Catene verticali di potere, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della finanza, dell’università, della cultura, dello spettacolo, dell’innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni, eccetera, che, secondo i propri principi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e invece sono attratti negli stessi mulinelli del potere, corruttivi di ruoli, competenze, responsabilità” (G. Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente – Perché è necessario un discorso sui fini (Laterza – La Repubblica, aprile 2014, p 42).

Caro Ermenegildo,

capisco che tu, avendo letto, come studente universitario, i primi manuali di Scienze Politiche, cominci a nutrire dei dubbi sulle mie posizioni, al punto da chiederti come sia possibile che con le mie idee io abbia raggiunto i vertici del potere e, addirittura, se io sia o no a favore della democrazia. Ma certo che io sono un politico democratico! Sono assolutamente e sinceramente democratico… a patto che si chiarisca cosa significa ‘democrazia’.

Tu conosci bene la definizione corrente: un regime politico fondato sul principio della sovranità popolare, in cui cioè i cittadini scelgono da chi vogliono essere governati eleggendo a suffragio universale i propri rappresentanti. Benissimo! Io sono d’accordo, con una piccola precisazione: i cittadini debbono essere guidati nelle loro scelte perché, evidentemente, possono sbagliare. Si tratta di scelte importanti: tutti gli uomini e le donne del nostro Paese sono in condizione di prendere da soli decisioni così impegnative? Direi proprio di no. A me pare giusto, quindi, che chi conosce i pericoli di certe catastrofiche avventure intervenga per evitarle, così come è normale che i genitori impediscano ai bambini di giocare col fuoco: hanno la responsabilità di educarli, con le buone o con le cattive. Ecco, diciamo che anche gli elettori devono essere educati: e chi può farlo meglio di noi, che grazie alla nostra lunga esperienza di classe dirigente conosciamo le trappole in cui possono cadere milioni di sprovveduti?

Altro che antidemocratici! Ti assicuro che, se in Italia c’è ancora un regime democratico, ciò si deve alla nostra vigilanza e ai nostri ripetuti interventi educativi. E te lo posso dimostrare con un breve excursus della nostra storia repubblicana, parlandoti di avvenimenti che forse i tuoi professori a scuola non hanno trattato, o almeno non hanno presentato nella giusta luce.

Cominciamo col 1948: sai che il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e che in Italia si tenevano elezioni decisive. Il nostro Paese era e doveva restare a tutti i costi nel blocco anticomunista: per fortuna abbiamo vinto le elezioni, utilizzando anche i generosi finanziamenti degli amici americani e la martellante propaganda del Vaticano. Ma non dovevamo essere anche pronti (e come se lo eravamo!) a usare le armi, se le elezioni le avesse vinte chi avrebbe poi sicuramente imposto un regime dittatoriale? Riconoscerai che non di colpo di stato si sarebbe trattato ma di legittima difesa preventiva delle istituzioni democratiche.

Ripeto: il popolo può sbagliare, e spetta a noi evitare errori che possono rivelarsi fatali. Per evitare altri rischi, abbiamo pensato, in vista delle elezioni del 1953, di modificare la legge elettorale. Quella rigorosamente proporzionale, allora in vigore, poteva assicurare, a noi difensori della democrazia, una risicata maggioranza ma lasciava pur sempre troppo spazio alle opposizioni nemiche della libertà; così siamo riusciti ad approvare una legge che prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi per la coalizione che otteneva il 50% più uno dei voti.

I nostri avversari bollarono la normativa come legge-truffa, affermando che essa alterava l’espressione della volontà popolare e accusandoci di ricorrere allo stesso espediente del premio di maggioranza con cui nel 1923 il fascismo si era assicurato l’assoluto controllo del parlamento. Purtroppo il premio non scattò per pochi voti e la norma fu abolita nel 1954: si perse così l’occasione di rinsaldare le nostre istituzioni democratiche. A ogni modo, ci rendemmo conto che tanti elettori si facevano ancora abbindolare dalla propaganda dei partiti eversivi e che perciò non dovevamo aver paura di usare, come buoni e saggi genitori, anche i metodi educativi più severi.

Infatti, a causa dell’instabilità dei governi, determinata dalla difficoltà di formare ampie e coese maggioranze, nel 1963 si arrivò addirittura a far entrare i socialisti nell’esecutivo. Per fortuna, grazie alla minaccia di un colpo di Stato, organizzato nel 1964 da un generale dei carabinieri e approvato, come mi hanno assicurato, dal presidente della Repubblica, i socialisti furono ridotti a più miti consigli: restarono al governo, ma il loro piano di riforme venne drasticamente ridimensionato.

Insomma, è l’ostinazione degli elettori nel votare per le sinistre che ci ha costretto a usare certi metodi, ma i colpi di stato non li abbiamo mai attuati sino in fondo: per raggiungere i nostri scopi, ci bastava infatti minacciarli, come quando, nel 1970, abbiamo addirittura utilizzato, fermandoli solo all’ultimo minuto, elementi dell’estrema destra, guidati da un uomo che aveva aderito alla Repubblica di Salò e che è stato incoraggiato e sostenuto nel suo tentativo dai nostri servizi segreti.

Sì, i servizi segreti, di cui cambiavamo la denominazione ma non le finalità, hanno svolto un ruolo fondamentale nella difesa della nostra democrazia, anche se, per far ciò, sono stati costretti a compilare dossier non proprio legali, collaborare con la mafia, infiltrare i loro uomini nelle organizzazioni terroristiche di destra e di sinistra per condizionarne le scelte, coprire le stragi e depistare le indagini… Gli anni ’70 sono stati terribili: aumentavano gli elettori che, insensibili ai valori democratici, votavano per il partito comunista, tanto che uno di noi, nonostante la nostra opposizione e quella dei nostri amici americani, voleva farlo entrare al governo. Errore che, in quel tragico 1978, ha pagato con la vita.

Ci siamo, dunque, convinti che, per scongiurare in futuro altri pericoli per la nostra democrazia, la soluzione migliore era quella di mutare il nostro ordinamento costituzionale: passare da una repubblica parlamentare a una presidenziale; rafforzare il potere dell’esecutivo rispetto al legislativo e al giudiziario; ridurre le competenze del Senato, composto da membri non più eletti dai cittadini e da 25 senatori a vita di nomina presidenziale; semplificare il quadro politico con la formazione di due partiti entrambi moderati, uno conservatore e uno progressista; favorire la divisione delle organizzazioni sindacali e smantellare lo Statuto dei lavoratori; controllare in maniera capillare l’informazione, presupposto decisivo per ogni ulteriore riforma… Così avremmo potuto educare gli elettori per vie, diciamo, più pacifiche, evitando, per quanto possibile, ulteriori spargimenti di sangue.

Non esagero quando affermo che gli italiani migliori hanno aderito a questo progetto, chiamato a buon diritto Piano di Rinascita Democratica e promosso da quella che è conosciuta come la Loggia P2: parlamentari, ministri, militari, uomini dei servizi segreti, magistrati, banchieri, industriali, giornalisti. Com’era prevedibile, una parte dell’opinione pubblica, vittima di una certa stampa e di una certa magistratura, ha bollato come eversivo un programma che mirava invece a salvare l’Italia dal comunismo: devi ricordare, infatti, caro Ermenegildo, che c’era ancora l’URSS e che il muro di Berlino cadrà solo nel 1989!

Non devi credere, però, che con la fine del comunismo tutto sia diventato più facile. Sfruttando qualche caso di corruzione, assolutamente perdonabile in una classe dirigente che aveva acquistato tanti meriti nella difesa della libertà, la parte della magistratura e della stampa più asservita ai nemici della democrazia si è scatenata contro di noi. Ma non ci siamo persi d’animo, e abbiamo continuato a lavorare per la realizzazione del nostro programma.

La prima cosa da fare era cercare facce nuove, che apparissero credibili ai milioni di elettori che stavano perdendo fiducia in noi. E non è stato difficile trovare chi, apparendo estraneo al vecchio gruppo dirigente, anche se suo padre era stato presidente della Repubblica, è riuscito a convincere la maggioranza dei cittadini che la cosa più urgente era cambiare la legge elettorale: così, col clamoroso risultato del referendum del 1993, sono stati gli elettori stessi ad approvare quel passaggio dal proporzionale al maggioritario che era uno dei nostri obiettivi.

E nelle elezioni del 1994, per sconfiggere i comunisti, che si presentavano come Partito Democratico della Sinistra, abbiamo trovato un uomo nuovo all’impegno politico, un imprenditore di successo, che ha sbaragliato gli avversari anche grazie al contributo determinante delle sue reti televisive. Certo, non si può dire che da allora tutto sia andato bene, ma noi abbiamo continuato a lavorare per conseguire il nostro obiettivo ultimo: il cambiamento della costituzione.

Nel novembre del 2005, infatti, è stata approvata una riforma costituzionale che differenzia le competenze tra le due camere, rafforza i poteri del capo del governo e aumenta il numero dei membri di nomina politica della corte costituzionale. Nel 2006, purtroppo il referendum popolare ha bocciato questa riforma che, se non era l’ideale, riprendeva però molte delle nostre idee. In ogni caso, possiamo considerare già un nostro grande successo il fatto che si dia ormai per scontata la certezza che la costituzione del 1948 è invecchiata e che sia urgente ammodernarla.

Un ulteriore successo, poi, è stata l’approvazione, nel dicembre del 2005, di una nuova legge elettorale, anche questa in sintonia con i nostri progetti perché aiutava i cittadini a non disperdere i loro voti ma a convogliarli sui partiti maggiori. Infatti, essa prevedeva liste bloccate, eliminando il pericolo che gli elettori con le loro preferenze scegliessero candidati immeritevoli, e garantiva, almeno per la camera, una sicura governabilità, perché attribuiva alla coalizione vincente, avesse anche solo per esempio il 25% dei voti, la maggioranza dei seggi. Con tale sistema, quindi, era possibile affidare il governo a una minoranza: altro che la legge-truffa del 1953, che per fare scattare il premio esigeva il raggiungimento del 50% dei voti! Eppure, grazie al controllo che ormai abbiamo dei mezzi d’informazione, non ci sono state le proteste di piazza che c’erano state mezzo secolo prima e per anni abbiamo votato con questa legge, sino a quando non è stata dichiarata incostituzionale.

Ma noi non demordiamo, anzi – e questo possiamo considerarlo il nostro capolavoro – siamo riusciti a portare i nostri avversari sulle nostre posizioni. Infatti, grazie a una lunga evoluzione, il Partito comunista italiano, poi PDS, è infine diventato semplicemente Partito Democratico, ha rinnegato il suo passato illiberale e si è unito a noi nell’opera di educazione degli elettori. Ormai non sono più i nostri nemici: infatti, non hanno cancellato nessuna delle leggi da noi introdotte negli ultimi anni per realizzare i nostri progetti ed è sempre più chiaro che sui problemi dell’economia, del lavoro, dell’informazione, della giustizia, della scuola… la pensano sostanzialmente come noi, tanto che da oltre due anni governiamo insieme, e la cosa ormai non scandalizza più la maggior parte dell’opinione pubblica.

E, soprattutto, siamo d’accordo non solo sulla necessità di riformare la costituzione ma anche sulla direzione in cui cambiarla. Tu sai, caro Ermenegildo, e siamo così arrivati all’oggi, che proprio loro, i nostri ex-nemici, hanno portato alla ribalta un giovane politico, che per il suo stile anti-casta piace a tanti elettori e che riscuote crescenti consensi con la promessa di aumentare gli stipendi più bassi e di ridurre quelli più alti, di tagliare i costi della politica e di rilanciare l’economia. Grazie a questa brillante tattica e al contributo dei nostri voti, ha ora la forza necessaria per imporre al parlamento la modifica della costituzione, con una proposta che va oltre le nostre più rosee aspettative.

Il Senato, infatti, non più eletto dai cittadini ma composto da rappresentanti degli enti locali e da alcuni senatori di nomina presidenziale, avrà competenze limitate e non potrà più dare o revocare la fiducia al governo. Questo diritto spetterà solo alla Camera, che sarà eletta – e la proposta mi sembra davvero geniale – con una legge elettorale che prevede liste bloccate, altissime soglie di sbarramento e un premio di maggioranza del 55% a chi ottiene il 37% dei voti; se non si raggiunge questa percentuale, andranno al ballottaggio i primi due partiti e a quello vincente spetterà il 53% dei seggi.

Siamo dunque vicini alla meta, disponendo in questo parlamento – che i soliti estremisti vorrebbero delegittimato perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale – di una maggioranza che ci consentirebbe forse di evitare i rischi del referendum confermativo. In effetti, se queste norme saranno approvate, potremo dire di avere finalmente raggiunto tutti gli scopi, già elencati come ricordavo prima nel programma della P2 (manca solo la repubblica presidenziale, ma forse otterremo anche quella), che ci proponiamo da decenni. Avremo così garantito per il futuro le nostre libertà, grazie alla possibile alternanza di due grandi partiti, entrambi di sicura fede democratica e capaci di mettere definitivamente fuori gioco le forze anti-sistema.

Capisci quindi, figlio mio, che se ci siamo impadroniti dei mezzi di comunicazione, se abbiamo stretto patti inconfessabili con la mafia, se ci siamo sporcati le mani sino a ricorrere, quando è stato inevitabile, a una strategia – non voglio negarlo di fronte a te – stragista, è stato proprio per educare i cittadini in modo che accettassero quegli equilibri politici e quelle modifiche costituzionali che ritenevamo indispensabili per salvare la democrazia. La democrazia che può esistere su questa terra, non quella ideale, che non è mai esistita e non esisterà mai. La democrazia di un Paese occidentale, con un’economia avanzata che deve competere a livello internazionale e che deve esprimere perciò governi pronti ad attuare le riforme richieste da un mercato ormai globalizzato, unica condizione per evitare quel declassamento decretato dalle agenzie di rating che porta prima o poi alla bancarotta.

Credo che ora potrai quindi superare i tuoi dubbi sul mio autentico spirito democratico e potrai renderti conto che proprio perché ho queste idee ho conquistato e continuo a occupare, seppure ora un po’ dietro le quinte, posizioni di vertice nella gerarchia del potere.

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