Home Europa e Mondo La parola d’ordine è fermare lo “stato islamico”. Anche fra i musulmani

La parola d’ordine è fermare lo “stato islamico”. Anche fra i musulmani

Eletta Cucuzza
Adista Notizie n. 30 del 06/09/2014

È una guerra di religione quella dell’Iraq, si dice (per esempio, il patriarca cattolico Ignace Joseph III Younan: l’invasione dello Stato Islamico è «pura e semplice pulizia religiosa e tentato genocidio», Cns 28/8). No, si controbatte (per esempio, il card. Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano: «Non si tratta assolutamente di uno scontro tra islam e cristianesimo», Avvenire 25/8), è una guerra fra poteri “secolari”. È un conflitto regionale, si osserva pilatescamente. No, è un conflitto che coinvolge il mondo intero.

Non è indifferente la definizione che si dà della tragedia che si sta svolgendo in terra di Iraq e Siria, non lo è ai fini della ricerca di una soluzione. Ma a questa non si arriverà – e ci vorranno comunque anni (decenni?) – se non si coglierà e si affronterà l’insieme, perché non ci sono compartimenti stagni nel vissuto degli esseri umani, la religione da una parte, la politica dall’altra, l’economia da un’altra ancora; né c’è, nella storia, totale frattura o apparizione di un totalmente inedito, c’è solo un continuum di eventi concatenati. E poiché il batter d’ali di una farfalla in Cina – tanto più se intenzionale e in difesa di interessi economico-strategici – può avere conseguenze catastrofiche in ben altri e lontani luoghi, nessun Paese (dagli Stati Uniti all’Europa, dalla Russia all’Iran, a Israele, all’Arabia Saudita, per citare i più geopoliticamente vicini) può dirsi innocente in merito all’irruzione nella cronaca e nei corpi dei nostri giorni di una forza consistente, ricca di proventi del petrolio, armatissima e feroce come quella dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), sunnita, ormai “Califfato” insediato in un territorio transnazionale e con dichiarate mire espansionistiche. E soprattutto nessuno può ormai, ed era ora, chiamarsi fuori dalla ricerca di una via d’uscita. Si sta procedendo però in ordine sparso: se sono mesi che le forze militari governative della Siria (come anche alcune milizie anti-Assad) cercano, con alterne fortune, di arginare l’espansione dell’Isil, dalla fine di giugno gli Usa ne bombardano le postazioni con i droni e gli europei pochi giorni fa hanno deciso di inviare armi ai curdi, i più volenterosi ed organizzati nella resistenza all’avanzata jihadista in territorio iracheno.

Un nemico per due. Nemici

Decisione, questa, per quanto riguarda l’Italia, votata senza unanimità (contrari Sel e Movimento 5 stelle) in Parlamento e non unanimemente accolta al di fuori di esso. Contro l’invio si è espresso p. Alex Zanotelli che, in una corposa intervista dall’ampia visione su il Fatto Quotidiano (24/8) insorge: «Ma il governo ragiona? Lo sa cosa significa dare armi ai curdi? Vuol dire spaccare il Paese in tre. Ma in fondo è questo che vogliamo: spaccare tutto. Come abbiamo fatto nel 2003, per una guerra che oggi gli stessi americani reputano folle. Ma oggi è tardi. Abbiamo sconfitto Saddam Hussein. “Missione compiuta”, disse Bush. Oggi i nemici sono i fondamentalisti islamici, ma ci scordiamo che sotto Saddam Hussein quella roba non c’era. E nemmeno sotto Gheddafi. Ci scordiamo tutto, invece dovremmo ricordare. Ad esempio il bombardamento di Fallujah col fosforo bianco» da parte degli Usa, nel 2004. «La mia – specifica – è un’opinione categorica: è tutto profondamente sbagliato. È la solita vecchia storia che serve ad alimentare l’industria bellica ed è il solito Occidente che piange gli stessi cadaveri che causa. Quei morti escono dalle nostre fabbriche». «Questa è la strategia dell’Occidente: aprire nuovi fronti bellici per vendere più armi». Certo che «l’Isil fa paura», «in questi casi però è l’Onu che dovrebbe intervenire: diventare una forza di interposizione, creare cordoni umanitari. Lo so, è facile criticare il suo operato, ma la comunità internazionale ha bisogno di una forza morale che faccia da guida». E in azioni coordinate, è ancora il suo rilievo.

Proprio in questo solco di azioni coordinate – e per ironia della storia, c’è da chiosare – si è mosso il presidente della Siria Bashar al-Assad, anch’egli alla ricerca di un modo per fermare il Califfato sotto il cui controllo è già parte del territorio siriano. Assad, attraverso il suo ministro degli esteri, Walid al-Moallem, il 25 agosto ha fatto sapere che Damasco sarebbe d’accordo con azioni militari contro l’Isil sul proprio territorio, «anche della Gran Bretagna e degli Usa». A condizione, ovviamente, di «un pieno coordinamento con il governo siriano» e con l’avviso che attacchi aerei in Siria contro i militanti dello Stato islamico senza il consenso di Damasco «sarebbero considerati come una grave violazione della sovranità siriana e come un’aggressione». Da Washington, che già il giorno successivo ha iniziato intanto la ricognizione del territorio con i droni, è arrivata una risposta nervosa, considerando quanto abbia sposato la rivolta armata anti-Assad dal 2011: eventuali attacchi dai cieli siriani «non saranno concordati con il governo di Assad», il «nemico comune non fa del governo siriano un alleato dell’America». Per entrambi un gioco delle parti: bisogna pur salvarla la faccia.

Si muova l’Onu

L’Onu è ben consapevole di quanto sta succedendo. «Gravi e orribili violazioni dei diritti umani sono commesse ogni giorno», ha denunciato il 25 agosto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay parlando da Ginevra; ad esser presi di mira «sono uomini, donne e bambini, in funzione della loro appartenenza etnica, religiosa o settaria», vittime di conversioni forzate, rapimenti, abusi sessuali, schiavitù, oltre che della distruzione dei loro importanti siti religiosi o culturali.

Il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, in un appello inviato all’agenzia AsiaNews (25/8) – dopo una visita agli straripanti campi profughi di cristiani e di altre minoranze religiose irachene nelle province di Erbil e Dohok dove, quanto visto e sentito, ha dichiarato, «va al di là di ogni più fervida immaginazione!» – ricorda che non si sono ancora trovate «soluzioni concrete» alla crisi, mentre continua inarrestabile «il flusso di denaro, armi e combattenti» per lo Stato islamico. Il mondo, ha proseguito, «non ha ancora compreso la gravità della situazione» e che con «la migrazione di queste famiglie» sta causando «il dissolvimento della storia, del patrimonio e dell’identità di questo popolo». Gli Stati Uniti e l’Europa, ha lamentato il patriarca, non hanno saputo prendere provvedimenti per «alleviare la sorte» di una popolazione martoriata.

Mons. Saverio Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio Onu di Ginevra, in un’intervista a Radio Vaticana (25/8), ha ricordato che il papa «continua a fare appelli alla comunità internazionale e a tutti noi credenti di pregare per trovare la via della pace, invitando al negoziato e invitando i Paesi che ne hanno la capacità, attraverso i meccanismi delle Nazioni Unite, di fermare l’aggressore». A Rimini, dove partecipava al Meeting di Cl, mons. Tomasi ha annunciato una più che possibile presenza del card. Fernando Filoni, inviato personale del papa, all’Onu: alla prossima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite «potrebbe dare la sua testimonianza sulla sua missione in Iraq». Qui, a metà agosto, il card. Filoni ha trascorso una settimana su incarico di Francesco. Il 22 agosto, in un’intervista a la Repubblica, ha raccontato: «Il papa non mi ha mai detto: vai per i cristiani. No. Ma: vai per tutte le minoranze. Per cui, la Chiesa ha preso a cuore le situazioni di tutti. Io sono stato dagli yazidi», «li ho trovati pieni di sofferenza, di lacrime. Mi hanno detto: noi non abbiamo più forza né voce. Per favore, siete voi la nostra voce. Ecco perché come Chiesa stiamo parlando a favore di tutti: per gli yazidi e per gli sciiti cacciati dai villaggi, per i sabei e per gli shaba. E anche per quei sunniti che non accettano questa ondata di terrorismo». Sul quale si è così espresso: «Questi gruppi operano mostrandosi ben forniti di armi e di denaro. La domanda è come sia possibile che questo passaggio di risorse sia sfuggito a chi ha il dovere di controllare e su chi muove da lontano le cose».

Fare la guerra no. Ma inviare armi?

«Quando c’è un’ingiusta aggressione – aveva affermato Francesco a proposito della situazione irachena il 18 agosto sull’aereo che lo riportava a casa dalla Corea – è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Fermare solo, però: non dico bombardare, fare guerra. I mezzi debbono essere valutati». Fa eco a queste parole la dichiarazione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca del 26 agosto, intervenendo nel dibattito in corso in Germania circa la fornitura di armi ai curdi. «Il terrore in Iraq deve essere fermato e agli sfollati deve essere data la possibilità di rientrare al più presto nelle loro case», si legge. Quando sono in gioco «lo sterminio di interi gruppi etnici e gravi violazioni dei diritti umani», considera la nota nel solco della dottrina cattolica della guerra giusta («legittima difesa con la forza militare», secondo il Diritto Canonico), la comunità internazionale ha il dovere di fermare in qualche modo l’aggressore ingiusto «per scongiurare crimini peggiori».

I vescovi europei, riuniti nel Consiglio delle Conferenze episcopali del continente, hanno inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 12 agosto scorso, un appello perché l’organismo sovranazionale «prenda delle decisioni che pongano fine a questi atroci atti». «La tragedia che sta accadendo nel Nord dell’Iraq», osservano, «non soltanto mette in pericolo la convivenza multiculturale che è parte integrante del nostro mondo globalizzato, ma costituisce anche un rischio per i cristiani in una regione in cui abitano dai primordi della cristianità, e la cui presenza è apprezzata e necessaria per la pace a livello regionale e mondiale».

In una dichiarazione pubblicata al termine della loro riunione svoltasi il 27 agosto a Bkerké, in Libano (Fides 28/8), i patriarchi e i Capi delle Chiese orientali hanno denunciato «i crimini contro l’umanità» commessi dallo Stato islamico in Iraq «contro i cristiani, gli yazidi e le altre minoranze». Ringraziando quanti offrono assistenza umanitaria agli sfollati, i patriarchi chiedono un intervento deciso per fermare le «azioni criminali» del Califfato. Si chiede in particolare alle istituzioni islamiche di pronunciarsi contro l’Is e gruppi simili, che con le loro azioni «danneggiano considerevolmente l’immagine dell’islam nel mondo».

La condanna delle autorità musulmane

E a condannare per primi l’iniziativa politico-militare e le efferate azioni del Califfato (proclamato il 28 giugno scorso da Abu Bakr al-Baghdadi, autonominatosi Califfo), sono proprio le massime autorità musulmane, preoccupate della reazione islamofoba che sta percorrendo il mondo. Secondo l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci, con 57 nazioni aderenti), «quanto sta avvenendo non ha niente a che fare con l’islam; di islamico quello Stato, che Stato non è, non ha nulla». Mentre, Dar al-Ifta, il principale istituto di studi giuridici dell’islam fondato in Egitto nel 1895, in una dichiarazione del 24 agosto, ha dichiarato illegittimo il Califfato, negandogli anche il diritto di definirsi «Stato islamico» e proponendo di definirlo piuttosto «Sqis», ovvero «Separatisti di Al Qaeda in Iraq e Siria, più adatto a definire quei criminali che distorcono l’islam e seminano l’odio».

In Italia, la condanna dell’Is espressa dall’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche (Ucoii) è netta: «Si tratta – si legge in una nota diramata il 12 agosto – di forze mercenarie, in gran parte extra irachene» e totalmente illegittime, perché «quando una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole sharaitiche e morali del conflitto, nessuna referenza religiosa potrà essere avanzata per giustificare o sostenere» tali comportamenti. «I musulmani iracheni – continua la nota – contrastano queste aberrazioni e sono in prima linea nella difesa e la protezione dei cristiani non solo militarmente: sedici Ulema (dotti di scienze religiose) musulmani sunniti, che appartengono a confraternite sufi di Mosul, lo scorso mese sono stati uccisi da quei criminali per aver difeso i cristiani della città». «Per tutte queste ragioni attinenti alla nostra lettura islamica, etica e cultura, siamo solidali – conchiude la nota – con i cristiani dell’Iraq e con le altre minoranze perseguitate».

«Perfino i teologi musulmani sono rimasti spiazzati dalla proclamazione del Califfato», ha rivelato al Corriere della Sera (26/8) il vicepresidente dell’Ucoii, l’imam Yahya Pallavicini. «Dalla “primavera” – ha ammesso – è iniziata una fase di caos anche a livello teologico, con divisioni accresciute tra i sapienti». «Nessuno però, nemmeno tra i salafiti più puritani», informa, «riconosce al-Baghdadi come califfo: se ha convinto qualcuno, temo purtroppo anche in Italia, è stato a livello individuale perché promette riscatto all’islam, in modo ovviamente distorto».

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