Home Recensioni e Segnalazioni Chiesa e mafie: un legame da spezzare nelle comunità locali. Un libro di don Cosimo Scordato di L.Kocci

Chiesa e mafie: un legame da spezzare nelle comunità locali. Un libro di don Cosimo Scordato di L.Kocci

Luca Kocci
Adista n. 31, 13 settembre 2014

Che le relazioni fra Chiesa e mafie facciano parte di una storia e di un groviglio complesso e intricato – come del resto evidenziano anche le parole dell’ex capo di Cosa nostra Totò Riina (v. notizia precedente) – lo testimoniano due episodi verificatisi nell’estate appena trascorsa. Il 2 luglio, a Tresilico (Rc), la processione della Madonna delle Grazie si ferma sotto l’abitazione di un boss locale della ‘ndrangheta, Peppe Mazzagatti, che dal balcone omaggia la statua della Vergine. I carabinieri abbandonano immediatamente la processione, mentre il parroco, il sindaco e la grande maggioranza dei fedeli restano lì e proseguono il rito. Poche settimane dopo, il 27 luglio, durante la processione della Madonna del Carmine, a Ballarò, Palermo, la statua viene fatta fermare davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi di Cosa nostra palermitana, in carcere a Novara.

Le scomuniche non bastano, quindi, se a queste non corrisponde poi un’azione delle Chiese locali dal basso. «Nonostante la buona volontà di singole persone o di Chiese locali, nonostante gli interventi magisteriali degli ultimi decenni, e pur con la cresciuta consapevolezza della comunità cristiana nei confronti dell’emergenza-mafia, dobbiamo riconoscere di non avere ancora maturato un intervento ecclesiale che, come suggeriva Giovanni Paolo II, possa essere considerato “specifico, originale, concreto, efficace”», spiega don Cosimo Scordato – docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo), dove anima una vivace comunità e dove c’è proprio quel mercato di Ballarò, teatro dell’ultimo “inchino” della Madonna – che nel suo libro, appena pubblicato dall’editore trapanese Di Girolamo (Dalla mafia liberaci o Signore. Quale l’impegno della Chiesa?, pp. 166, euro 15), affronta proprio questo nodo: l’azione delle comunità cristiane, le uniche che possono recidere realmente il legame fra Chiesa e mafia, elaborando e praticando una prassi ecclesiale e pastorale autenticamente evangelica, quindi antimafiosa.

Perché, secondo Scordato, le scomuniche sono importanti dal punto di vista simbolico: in primo luogo «nei confronti della comunità ecclesiale che in questo modo dichiara la sua presa di distanza decisiva dal fenomeno mafioso»; in secondo luogo «nei confronti dei mafiosi perché prendano atto del sistema di peccato su cui si regge l’associazione, superando le profonde ambiguità ed i camuffamenti pseudo-religiosi con cui si vogliono legittimare gli atteggiamenti e i comportamenti mafiosi». Ma le responsabilità riguardano poi le singole comunità. E la proposta di Scordato – che nel suo libro analizza e riflette anche sulla storia delle relazioni fra Chiesa e mafia, sui pronunciamenti del Magistero dal 1944 ad oggi e sull’abbondante letteratura sul tema – è rivolta proprio alle comunità. «Nonostante la progressiva presa di coscienza da parte della Chiesa – scrive – permangono intrecci inquietanti all’interno della comunità cristiana; il passo ulteriore non può che essere il radicale ripensamento dell’immagine di Chiesa e del suo rapporto con la società», abbandonando i «modelli ecclesiali giuridico-gerarchico e misterico-carismatico», che indirettamente favoriscono il perdurare del fenomeno mafioso, ed abbracciando invece un modello «storico-liberante».

Significa, per esempio, abbandonare ogni legame con il potere: bisogna «rinunziare ad un posto di centralità, di prestigio, secondo le modalità di questo mondo» anche «per prevenire la tentazione di far coincidere le sue (della Chiesa, ndr) realizzazioni col compimento della salvezza» e «il suo servizio al mondo come autorizzazione e riconoscimento della sua gloria». Significa introdurre una prassi sacramentale in cui la celebrazione dei sacramenti non abbia valore “sociologico” o di riconoscimento pubblico, ma sia la manifestazione visibile della «tenerezza di Dio». Significa fare «scelte chiare a fronte della vischiosità di molti processi economici: il rifiuto di denaro sospetto, la indisponibilità ad equivoche facilitazioni economiche o rischiose sponsorizzazioni, la trasparenza dei bilanci, la vigilanza su collaborazioni spesso contigue al fenomeno mafioso», il ripensamento radicale del capitolo delle offerte in chiesa «non collegate alla celebrazione dei sacramenti e orientate al servizio dei poveri della comunità». È «il minimo che ogni comunità deve perseguire al fine di fare emergere distinzione, presa di distanza, ricerca di altro». Significa, insomma, essere «Chiesa povera e dei poveri», schierandosi dalla parte degli «ultimi di questo mondo». È questo, sostiene Scordato, «il vero antidoto al potenziale di violenza accumulato nel corso della storia, laddove, al contrario, la ricchezza di fini, di intenzionalità nei rapporti umani costituisce la lenta alternativa ad essa». E il modo per allontanarsi, nella prassi quotidiana, dalla “religiosità mafiosa”, che è agli antipodi del Vangelo.

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