Home Comunità Cristiane di Base IL VANGELO CI RENDERÀ LIBERI – 9° Incontro Europeo delle comunità cristiane di base

IL VANGELO CI RENDERÀ LIBERI – 9° Incontro Europeo delle comunità cristiane di base

9 ° Incontro Europeo delle comunità cristiane di base
19 – 21 settembre  2014

Parrocchia Don Bosco, 130 Alsembergsesteenweg,  1501 BUIZINGEN – HALLE

IL VANGELO CI RENDERÀ LIBERI
Esperienze, impegni e risposte delle CdB contro il sistema neoliberale

Gli effetti economici e sociali del neoliberismo non finiscono di destabilizzare i paesi europei.
E noi, comunità cristiane di base, come lo viviamo?
Come reagiamo?
Come possiamo emanciparci dal pensiero unico neo-liberale?
Quali sono le nostre esperienze, i nostri impegni, le nostre risposte al sistema?

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Conferenza introduttiva di Elke Vandeperre “Emanciparsi dal pensiero neoliberale

Temi:
– Belgio Fiandre: Perspective café- le comunità di base e le parrocchie crescono/si emancipano assieme
– Belgio Vallonia: la competizione e la concorrenza impedire la libertà
– Francia: come la crisi influenza il nostro modo di essere?
– Spagna: in cerca di un nuovo linguaggio teologico
– Svizzera: la diversità è liberatrice (ad esempio l’ecumenismo)
– Italia: “Chiesa di Roma che presiede alla carità”
– Austria: Il vangelo ci renderà liberi: populismi e xenofobia

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Le Cdb di fronte alla “Chiesa di Roma che presiede alla carità”

Il giorno della sua elezione, il 13 marzo 2013, Francesco si è presentato al mondo – in qualche modo rappresentato dalle migliaia di persone convenute in piazza san Pietro dopo la “fumata bianca” del camino della cappella Sistina – non come “papa”, ma come “vescovo di Roma”. Una “ovvietà” e, insieme, una piccola “rivoluzione”.

E’ noto, da sempre, che il papa è il vescovo di Roma, e che proprio in quanto tale – secondo la teologia cattolica – egli è il cardine dell’unità della Chiesa e il capo del collegio episcopale. Questa verità, però, si è andata via via oscurando, nei secoli, in quanto i pontefici sempre più hanno sottolineato il loro essere “papa” piuttosto che il loro essere “vescovo di Roma”.

Questa scelta è stata rafforzata dal fatto che, almeno nell’ultimo millennio, e fino a Giovanni XXIII, i papi “non” esercitavano il loro ministero pastorale di vescovi di Roma, non visitavano le parrocchie della diocesi, non conoscevano il loro clero. La cura pastorale di Roma era delegata al cardinale vicario che, in pratica, era il vero vescovo di Roma, pur non essendolo affatto.

Eppure all’inizio della Chiesa non era così. Ignazio di Antiochia (secondo secolo) definisce la Chiesa di Roma come quella che “presiede alla carità”. Dunque, non è solamente il vescovo di quella città, ma l’intera sua Chiesa chiamata a “presiedere”. Questa prospettiva – che presupponeva una teologia che considerava ogni Chiesa locale, a cominciare da quella di Roma, un corpo vivo e multiforme, ricco di carismi e di ministeri – non ignorava certamente il vescovo, il “padre” di quella Chiesa, ma lo vedeva inserito in essa.

Poco alla volta la prospettiva espressa da Ignazio si è però persa, e dalla centralità della Chiesa locale si è passati a sottolineare solamente la centralità del vescovo di quella Chiesa. Isolato dalla sua Chiesa, il vescovo di Roma è andato sempre più presentandosi quasi (quasi) come il super-vescovo dell’intera Chiesa cattolica romana, e perciò come “papa”, cioè capo supremo dell’intera Chiesa. Il Concilio Vaticano I, definendo – nel 1870 – i dogmi del primato pontificio e dell’infallibilità papale, già nel titolo della sua definizione sottolineava il ruolo del papa come “pontefice”, e oscurava quello di “vescovo di Roma”.

Al Vaticano II, la costituzione Lumen gentium ha corretto, in parte, questa impostazione, e tuttavia non parla mai del “vescovo di Roma”, ma solamente del “pontefice romano”. Tuttavia, a partire da papa Giovanni, tutti i successivi pontefici hanno iniziato ad evidenziare il loro ruolo di “vescovo di Roma”, visitando alcune parrocchie e incontrando, almeno una volta all’anno, il loro clero.
Invece, Jorge Mario Bergoglio proprio all’alba della sua elezione a “romano pontefice” si è presentato semplicemente come “vescovo di Roma”. Coerentemente tradotta in pratica, questa scelta teologica porterebbe a importantissimi cambiamenti sia nel “modo di esercizio” del primato papale che nell’attuazione della collegialità episcopale, affermata dal Vaticano II ma, finora, non veramente concretizzata.

La scelta di Francesco ha, poi, una conseguenza ecumenica rilevante, perché potrebbe aprire la strada ad un ripensamento del ruolo papale così che il servizio del vescovo di Roma all’unità e alla pace tra tutte le Chiese assumesse una nuova luce e, forse, un nuovo volto, comprensibile e – in prospettiva futura – forse (forse!) accettabile da parte delle Chiese ortodosse e di quelle legate alla Riforma.

Ma la scelta di Francesco ha anche un’altra, e per noi decisiva, conseguenza nell’autocomprensione della Chiesa romana. Infatti, data tale “variazione”, una comunità cristiana di base a Roma si situa adesso in un contesto teologico, storico e pastorale assai diverso da quello del passato: essa, infatti, non deve più rapportarsi al “papa”, ma al “vescovo di Roma”.

E, essendo non il “papa”, ma la “Chiesa di Roma” che presiede alla carità, essere una Cdb a Roma, oggi, dovrebbe significare avere coscienza di fare parte, seppure in modo dialettico, di questa Chiesa che, nella sua interezza, secondo la teologia cattolica, è collocata al primo posto nella fraternità e nella sororità tra le Chiese.

Quindi, pur ben conscia della sua pochezza e della sua inadeguatezza, la Cdb di san Paolo (quella alla quale appartengo, e che vive ed opera a Roma da oltre quarant’anni) deve confrontarsi con questo nuovo orizzonte dischiuso da Francesco.

E, in questo scenario, noi possiamo portare alcuni significativi doni alla Chiesa di Roma, e cioè proposte, esperienze e orizzonti che includono il ripensamento dei ministeri, la critica radicale al “sacerdozio”, la concretizzazione del significato del primato del “popolo di Dio”, la piena partecipazione delle donne a tutti i ministeri ecclesiali, l’attuazione dell’antico principio ecclesiale “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato”.

Siamo solo all’inizio di un’epocale svolta ecclesiale; ma non sappiamo se essa sarà veramente portata avanti, o se si esaurirà, sepolta dalle enormi contraddizioni che gravano sui vertici della Chiesa romana e delle sue strutture. Del resto, la mia opinione personale è che, senza un nuovo Concilio (aperto anche a presbiteri, e a laici, uomini e donne), non si arriverà alla meta desiderata.

Comunque, noi vogliamo sperare che, all’alba intravista, segua una giornata radiosa, e non un’improvvisa gelata. In ogni caso, ritengo che noi dovremmo tenacemente continuare ad impegnarci, con umiltà e con coraggio, a dare il nostro contributo perché si avveri il sogno di una Chiesa romana radicalmente riformata secondo l’Evangelo, “affinché il mondo creda”.

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