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Scuola, cattolici e democrazia

Marcello Vigli

La scuola è tornata prepotentemente all’attenzione dei media per una serie di fatti già di per sé segno di grande confusione se di confrontano le dichiarazioni della ministra della Pubblica Istruzione al meeting ciellino di Rimini e le linee-guida della “riforma” della scuola, i cui provvedimenti attuativi sono previsti, però, per il gennaio 2015, contenute nel dossier “La buona scuola” di 136 pagine presentato dal Presidente del Consiglio in una conferenza stampa successiva.

Questa constatazione, che ci risparmia il commento del documento, ci consente di dire che da un lato permane il divario fra annunci e realizzazione, e, dall’altro, si rivela la volontà governativa di perpetuare la scelta di gestire il sistema scolastico come fosse un’azienda a servizio del sistema economico e non, in conformità con la Costituzione, la sede dell’esercizio del diritto allo studio da parte dei cittadini per formarsi all’esercizio della sovranità a cui sono chiamati.

Una conferma che induce, in questa sede, ad interrogarsi, anche alla luce di quanto va predicando papa Francesco sulla sua funzione di servizio, sulle responsabilità dei cattolici e della loro Chiesa nella crisi in cui versa oggi la scuola italiana.

Fin dall’indomani della nascita della Repubblica nell’intento di garantirsi spazi di presenza fra i giovani contro l’avanzante secolarizzazione, con la difesa delle scuole cattoliche si sono promossi gli interessi delle congregazioni che le gestiscono in una prospettiva di contrapposizione allo Stato considerato ancora nemico perché “laico”, impegnato, cioè, al rispetto dell’uguaglianza fra i cittadini, elemento fondante della democrazia, e quindi nell’impossibilità di concedere privilegi all’una o all’altra delle loro forme associative: anche alle chiese.

Questo non ha impedito a molti cattolici di impegnarsi nel buon funzionamento della scuola dello Stato, ma ha offerto un alibi alle forze politiche reazionarie, in alleanza con quelle nominalmente ispirate ai principi cristiani, prima, di ritardare la riforma della scuola di classe e fascista, e di inquinare, poi, la sua democratizzazione imponendo finalità corporative e familistiche.

Il primato del mercato del lavoro e l’attenzione all’ispirazione confessionale delle famiglie negli ultimi decenni hanno, infatti, sistematicamente prevalso nell’azione legislativa e nella gestione della quotidianità, sulle istanze culturali e formative di una scuola per la democrazia. Ha anche pesato la preoccupazione di non introdurre norme e contenuti che potessero rendere difficile alle scuole confessionali di adeguarsi e quindi di avere le condizioni per conservare la “parificazione” ieri la “parità” oggi.

A lungo la capacità di resistenza degli insegnanti democratici, fra cui molti cattolici, ha ostacolato le disponibilità compromissorie di quanti, nei partiti della sinistra, non avendo “scoperto” la funzione determinante della scuola nella costruzione della democrazia, sono stati pronti ad usarla come merce di scambio con le pretese clericali.

Con l’imporsi della parola d’ordine dell’autonomia sono stati, però, progressivamente sconfitti ed è prevalso il modello della scuola “privata” con la privatizzazione e aziendalizzazione della Scuola della Repubblica : scuole autonome e preside manager, specificità e competitività, fine della libertà d’insegnamento, come presidio della libertà degli studenti, e avvento degli insegnanti flessibili alle dipendenze dei dirigenti scolastici.

Con loro anche i cattolici, impegnati ad opporsi, come Ciotti e Zanotelli, al prevaricare del privato sul pubblico, sono stati sconfitti nel loro impegno ad ottenere che la loro Chiesa fosse chiesa per la scuola invece di promuovere una scuola per la chiesa.

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