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La teologia di Etty di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
Esodo, luglio 2014

La giovane ebrea non praticante, che scelse di stare con il popolo perseguitato e di seguirlo nel destino di morte, il 15 gennaio avrebbe compiuto cent’anni. Era una che guardava ad ogni oggi come se non ci dovesse essere domani. Forse proprio perché era una creatura piena di vita, perfino troppo piena di vita. Le sue passioni, le storie personali volute anche solo per “curiosità”, storie che si smarrivano nelle conclusioni tragiche della depressione, degli abbandoni o anche dell’aborto in qualche modo si connettevano alla ricerca costante di un senso da dare alla vita che era, sostanzialmente, una filosofia.

Una filosofia “tecnicamente” anti-accademica, senza la rigidezza del ricercare di testa, come se non fossimo un corpo. Lo si riscontra nella considerazione espressa sull’amore umano: “…noi donne, noi stupide, idiote, illogiche donne, noi cerchiamo il Paradiso, l’Assoluto. E, col mio cervello, il mio eccellente cervello, io so bene che l’Assoluto non esiste, che ogni cosa è relativa e infinitamente sfumata e in perpetuo movimento, e proprio per questo è così interessante e seducente ma anche così dolorosa…. Io voglio che tu mi dica: tesoro, tu sei l’unica per me e ti amerò in eterno. Ma questa è una favola. E fintanto che non me lo dice, tutto il resto non ha senso e non esiste. Il buffo è che non lo voglio affatto – non vorrei aver S. come eterno e unico uomo -, però pretendo il contrario da lui. Forse pretendo un amore assoluto proprio perché non ne sono capace?”. La constatazione contraddittoria di quando si prega senza riuscire a trovare Dio è la stessa.

La presenza, anche nel linguaggio, del semplice fluire della vita propone a chi legge percezioni complesse, difficilmente sperimentate prima, come se ogni esperienza, la più impegnativa come la più futile, fosse stata vissuta in modo straniato, “come in uno specchio”. Ma lo stesso rimando a 13, 12 della prima Corinzi è fuorviante, perché leggere Etty è solo leggere di pregnante, diretta umanità. E’ difficile immaginare quanto bene farebbe a tutti diventare, come lei sentiva di essere, “anime pensanti” e analizzare questi due morfemi lessicali che dicono che “anima” non è lo spirito e il “pensante” è l’azione dinamica inseparabile dell’anima.

I sopravvissuti che la conobbero dicevano che era “luminosa”, come è naturale che apparisse. il maturarsi graduale della coscienza le rendevano più chiari – e sostenibili, anche a costo dell’attraversamento dello Stige – eventi di per sé inaccettabili e, quindi, disperanti. Etty, che ci stava dentro e sapeva che ne sarebbe stata travolta, vedeva altro: “Una pace futura potrà esser veramente tale solo…. se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo”.

Sembra un’ovvietà etica; ma è anche una corretta proposta politica per un futuro che nessuno, tanto meno in quel campo, vedeva; ed è una considerazione profondamente cristiana, in quel senso del termine che non impone timbri identitari a linguaggi umani diversi.

Ad Auschwitz Etty sapeva tutto del piano nazista di sterminio, ma si negò l’odio e il pensiero vendicativo del giusto offeso: “se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa che uno sia indulgente nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. E’ una malattia dell’anima”.

Lo confermava da intellettuale che ama rovesciare i rapporti, qui non per gioco intellettuale, ma per criterio di verità: “il filo spinato è una pura questione di opinioni….Sono loro che sono dietro il filo spinato”. Lo aveva insegnato anche un martire minacciato dal giudice romano che aveva il potere di ucciderlo: “ma sai che io ho il potere di essere ucciso?”.

Stando dalla parte della vita, è importante salvarla, ma, molto di più, vedere “come la si conserva”. Bisogna saper decantare le esperienze peggiori e divenire fattori di crescita e di comprensione. Non è semplice, soprattutto “per noi ebrei…se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo e non un nuovo senso delle cose, attinto ai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione, allora non basterà”.

L’11 agosto 1943 compie “un piccolo tentativo filosofico a sera inoltrata con gli occhi che mi si chiudono per il sonno”. E sintetizza l’idea che lascia sviluppare all’amica destinataria della lettera: “le cose sono, dovunque, completamente buone – e, al tempo stesso, completamente cattive… Io non ho mai la sensazione che devo volgere qualcosa in bene, tutto è sempre e completamente un bene così com’è”. Ad Auschwitz un ebreo poteva riandare più all’immagine del dio vendicatore che al dio misericordioso.

Eppure non è radicalità assumere il desiderio di rovesciare il violento che ti opprime: è radicale non farsi contagiare, non ammalarsi di odio: “se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”. Parlare dell’amore, di qualunque amore in termini avulsi dalla contingenza, come fa il pensiero astratto, anche teologico, rende vuote di senso le idealità per quanto grandi le crediamo.

Anche i filosofi, anche i teologi amano, ma amano male, attraverso filtri che impediscono di trasmettere l’autenticità. Tutti pronunciamo la parola dell’amore, ma senza esercitarne contestualmente il senso. Come avrà fatto a mantenere “l’ultima camicia di umanità” quando il nazismo le ha chiesto l’annullamento di sé… La fede in “quello che per comodità io chiamo dio” stava al di sopra di qualunque pensiero teologico proprio nel luogo dove si negava dio o non lo si capiva più. Etty risolve la negazione: “se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”.

Raggiunge un livello di approfondimento di sé e della vita come se avesse vissuto secoli interi. Se diceva di non avere più bisogno della parola “dio”, era perché era già interna al suo processo di interiorizzazione. Di quel Gesù Cristo che non ha mai nominato lei stessa si è fatta sequela involontaria. A qualcuno è sembrato suggestivo il suo sentirsi come il pane che si rompe in pezzi: non intendeva riferirsi ai simboli del rito, si sentiva proprio come un pane che solitamente viene spezzato.

Si può credere che anche Gesù sentisse così, fuori da ogni simbologia sacrale. Perché le religioni e le teologie argomentano senza capire che nella astrazione Dio resta impotente perché nessuno lo aiuta. Oggi, nella modernità, nella dispersione delle tante innovazioni che indirizzano ad un futuro ancora ignoto, non lo aiutiamo. Rischiamo di non capire che possiamo perderlo.

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