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Una “rivelazione” estesa

Fausto Tortora
Cdb San Paolo (Roma)

Sul “Domenicale” de “Il Sole 24 ore” di domenica 14 settembre 2014 è comparsa una segnalazione (non certo una recensione) di un libro di Simone Weil intitolato “La rivelazione greca” che raccoglie appunti di lavoro scritti in vari periodi su argomenti che vanno dalle tragedie di Eschilo e Sofocle all’Iliade, ai Dialoghi di Platone.

Pur non nutrendo una particolare simpatia (ma solo grande rispetto) per una filosofa che ha attraversato il primo Novecento con una curiosità insaziabile pari solo alla sua generosità esistenziale, mi sembra di un qualche interesse trarre alcune conclusioni dalla lettura di questo volume pubblicato da Adelphi per le implicazioni che sottintende.

Innanzitutto dal titolo traspare una convinzione: la rivelazione (del divino) è stata data a tutti i popoli; questa è un’acquisizione né nuova, né originale. Raimondo Panikkar ad esempio, ha fatto di questa consapevolezza il filone di ricerca della sua riflessione teologica spaziando soprattutto nelle grandi religioni orientali, dal buddismo all’induismo.

Eppure mai è stata scalfita la primazia dell’ebraismo e quindi il concetto di “popolo eletto” di Israele in quanto soggetto privilegiato della rivelazione del divino. E il cattolicesimo, in quanto espressione e sviluppo del solo filone ebraico, è rimasto senza altri apporti e senza altre sensibilità.

Il supporto della “rivelazione greca”, ovvero i testi che la documentano, sono secondo la Weil, i testi cardini del pensiero greco classico: primo fra tutti l’Iliade, sorta di documento sulla violenza di un popolo; si tratta di un altro modo per raccontare il peccato originale che si declina significativamente anche nella dimensione collettiva, oltre che nei drammi e nelle crisi individuali che non risparmiano neppure gli eroi e i re come Achille e Ettore.

Anche in questo caso le domande che si pongono sono molte; ma la qualità letteraria non nasconde, in questo caso, un messaggio senza equivoci per l’uomo: la violenza non costruisce mai il futuro dei popoli, né può essere il loro destino. Tanto meno se si nutre del circuito dell’offesa/vendetta.

Ma anche i “Dialoghi” di Platone, i testi “pitagorici”, le tragedie di Eschilo contengono allusioni sorprendenti; tutto è naturalmente discutibile come la ricerca delle similitudini fra Prometeo e il suo mito e la vicenda umana del Cristo, o fra il Dioniso (a sua volta derivato dall’egizio Osiride) e lo Spirito santo. Tuttavia la lettura critica che ne fa la Weil costituisce un percorso assai stimolante.

In sintesi, questo libro ci restituisce un “canone” almeno in parte allargato, una narrazione più ricca della rivelazione contenuta unicamente nella Bibbia; una sfida ad ampliare a nuovi orizzonti e a nuove culture le nostre curiosità e la nostra ricerca.

Ma anche una sfida intellettuale e metodologica all’assolutismo e all’esclusivismo per una scelta consapevole di relativismo praticante. Con buona pace del papa emerito e di tutti i cultori delle ortodossie.

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