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Dopo il convegno… di G.Codrignani

Giancarla Codrignani

Sono appena rientrata dal Convegno “Separati, divorziati, risposati” organizzato a Bologna dall’associazione Viandanti e mi trovo nello stato di soddisfazione che si percepisce quando il beneficio di condividere idee produce nuove sollecitazioni.

Davvero la Chiesa cattolica è indietro di duecento anni. L’immagine di Carlo Maria Martini si ripresenta quasi sempre ogni volta che si affrontano questioni di Chiesa. La situazione dei divorziati e della loro ammissione all’eucaristia non può non indurre a riflettere sul senso della sacramentalità del matrimonio (e non solo). Appaiono intollerabili le ragioni clericali secondo cui un’omicida – le cui conseguenze sono irrisarcibili – se si confessa pentito, ottiene una giusta assoluzione e può accostarsi all’altare, mentre se un matrimonio fallisce – fatto grave e non consapevolmente previsto – e se il/la separato/a non rimane in solitudine ma si riconcilia con la vita, non può trovare giustificazione né fare la comunione, né essere padrino/madrina a battesimi e cresime, insegnare catechismo o fare parte di consigli parrocchiali. E’ evidente che, a prescindere da controversie teologiche, non funzione l’ ovvia proporzione tra causa ed effetto.

Viene, ecclesialmente, sempre trascurata l’innovazione portata dal Vaticano II, evidentemente ritenuta dai conservatori il solito elemento retorico di un “Concilio pastorale” e non dogmatico: fondamento del matrimonio è l’amore. La tradizione “riproduzione/mutuo aiuto/rimedio alla libidine” oggi non dà senso e, nell’ultimo requisito, fa perfino orrore. Si vedono i 200 anni di ritardo, l’inconsistenza dei presupposti dottrinali della fede vissuta, con la conseguenza che anche per i cattolici diventa preferibile il matrimonio civile o la convivenza. L’abitudine clericale elimina dal contesto umano il fatto che la crescita della relazione uomo/donna abbia avuto inizio ben prima delle religioni e si qualifichi diversamente nei diversi processi storici.
Tuttavia – data la subalternità di gran parte del mondo cattolico a precetti ormai fonte di ipocrisia se è vero che anche nelle famiglie più conservatrici ci sono quanto meno figli o nipoti separati, divorziati o conviventi – non deve essere inutile portare oltre il ragionamento. Perché, se la situazione irrevocabile del divorzio – debbo confessare che mi interessa relativamente rifare i conti con i testi biblici (tanto varrebbe ricercare che cosa scriveva per terra Gesù nell’impatto con l’adultera) – colloca un cristiano credente e “fedele” (chiede di essere autorizzato) in condizioni di sofferenza irrimediabile, che cosa è la Chiesa in quanto popolo di Dio, clero compreso? esclusione anche dal contributo esperienziale in parrocchia? una chiesa dei buoni e una dei marginali?

Il clericalismo ci induce a mantenere confini su cui è necessario riflettere. Cerchiamo di sperimentare l’ecumenismo (purtroppo come laici siamo così clericali che, per dire che vorremmo essere in pace con le altre confessioni, usiamo un termine incomprensibile al linguaggio comune), mentre da almeno vent’anni dovremmo essere in dialogo con l’Islam. Ma nemmeno i laici più avveduti hanno quel coraggio (o piuttosto dovere) di suggerire ai vescovi che nessuno può più farsi carico delle decisioni di Enrico VIII e che gli anglicani non abitano un territorio meno cristiano del nostro. Cito l’ecumenismo perché lo scisma dell’Inghilterra avviene sul ripudio di Caterina d’Aragona e l’Act of Supremacy del re contro Roma è del 1534. E’ utile contestualizzarlo, perché fu solo uno scontro di poteri. Per i comportamenti umani obbliganti fu il Concilio di Trento a fissare i “sette sacramenti”. I quali sono “segni efficaci della grazia”, dipendono dalla condizione spirituale di chi li riceve, e producono effetto ex opere operato. Il matrimonio per più di mille anni rimase un contratto come nel diritto romano, via via accompagnato da benedizioni e riti. Solo dopo il Concilio di Firenze (1439) venne ricondotto al magistero biblico. I protestanti continuano a non ritenerlo un sacramento e anche questa differenza comporta una riflessione in più: quando si dice che è un danno che l’Italia non abbia conosciuto la Riforma, si constata che i sacramenti si seguono – o non si seguono – per obbedienza.

Di qui due conseguenze. La prima è il dubbio sulla sacrametalità generale. La seconda, sulla sacramentalità del matrimonio, per capire se bastano – schematicamente – da un lato la simbologia dell’ Alleanza, dall’altro le nozze di Cana, il “Dio non sciolga” e l’assoluzione dell’adultera per arrivare all’indissolubilità: nel primo caso Dio sa che la sposa è infedele, nel secondo Gesù rispetta la festa nuziale su suggerimento della mamma, come rispetta la suocera di Pietro, anche se dice ciò che ogni persona vorrebbe fosse eterno dell’amore (mentre nessuno sa se sarà capace di crescere insieme come coppia e nemmeno conosce bene i doni del Signore). Ma Gesù non ha mai parlato di che cosa sia la famiglia e l’adultera viene invitata a non peccare più, non viene rimandata né al marito né all’amante.

L’importanza del Concilio Vaticano II è stata proprio la sua pastoralità. L’epoca dei dogmi è probabilmente più che superata e per qualcuno di quelli stabiliti si potrebbe pensare ad una reinterpretazione. Ma per me è motivo di scandalo che la Chiesa si curi poco del significato non solo tridentino dei “sacramenti” e li lasci cadere nell’irrilevanza: estrema unzione in disuso? il diventare “soldati di Cristo” della Cresima? la confessione? il battesimo dei neonati? l’eucaristia distribuita imboccando persone non adulte? l’ordine celibatario per il quale tutto ciò che si è detto del matrimonio e del suo “vincolo” è in totale analogia?

Il Papa ha benedetto matrimoni che fino a ieri molti parroci avrebbero respinto. Incominciamo pragmaticamente a ricomporre i duecento anni di ritardo? ma i laici intendono aiutare il Papa, che sta incontrando una sorda opposizione che conta proprio sulla complicità di un’indifferenza “obbediente”?

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