Home Politica e Società Scuole private in Piemonte: quando si capovolge, la costituzione

Scuole private in Piemonte: quando si capovolge, la costituzione

Attilio Tempestini
www.italialaica.it

Una “Deliberazione”, approvata dal Consiglio regionale piemontese nell’ottobre 2013 (dunque nella scorsa legislatura regionale; con presidente della Giunta, il leghista Cota), ha stabilito per l’anno scolastico 2014-2015 che nelle scuole dell’infanzia, “L’attivazione di sezioni aggiuntive… non dovrà determinare riduzione, in termini di sezioni, nell’offerta formativa esistente nelle scuole paritarie. All’uopo viene richiesto di fornire il parere motivato da parte delle eventuali scuole paritarie presenti nel bacino di utenza e/o dall’associazione di categoria a cui le scuole sono iscritte”.

Ora, l’art. 33 della Costituzione italiana dice al secondo comma, che “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Al terzo comma, che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.”

Ecco dunque che, con la Delibera piemontese, il rapporto gerarchico individuabile fra l’uno e l’altro dei commi appena menzionati sembra proprio capovolgersi, in favore di “Enti e privati”: le scuole statali risultando subordinate, a quelle paritarie -una categoria che si articola da un lato in scuole degli enti locali, dall’altro in, per la maggior parte cattoliche, scuole private-.

Né si può dire che il nuovo Consiglio regionale e la nuova Giunta (il presidente è Chiamparino, del PD) abbiano assunto una netta posizione allorché le scuole paritarie cattoliche sono venute, in più Comuni, al suddetto parere e la delibera ha acquistato notorietà. L’assessora all’Istruzione, se nei tempi brevi ha condotto una trattativa ed una mediazione sui singoli casi, per i tempi meno brevi si è impegnata ad una revisione della delibera -la cui costituzionalità ha chiesto di valutare, all’ufficio giuridico della Regione- senza tuttavia specificarne, i criteri. Ella ha affermato peraltro, in una dichiarazione alla stampa: “Non ne faccio una questione ideologica -si figuri, sono cattolica-”.

Un’affermazione che, perfettamente in linea con l’appartenenza ad un partito come il PD il quale nella sua denominazione ha saputo darsi, come unica qualifica, quella di “democratico”, mi induce a considerazioni di più largo raggio sulla discussione che quando si parla di scuole (non soltanto, dell’infanzia) cattoliche ha luogo, in generale, nel nostro paese. Una discussione davvero sbilanciata. Giacché, su quello che potremmo, con generoso arrotondamento per eccesso, definire fronte laico, ci si limita ad un appello alla Carta -appunto: “non ne faccio una questione ideologica”-.

Mentre sul fronte clericale, l’ideologia c’è ed esercita tutto il suo peso: si adducono determinati principi, determinati valori, determinate esigenze. La bilancia, di conseguenza, penderà facilmente a favore del secondo fronte: il quale in ultima analisi potrà pur sempre sostenere che se la Costituzione non può proprio interpretarsi a completo favore delle scuole cattoliche, ben si potrà cambiarla.

Invece la partita si giocherebbe, ad armi -argomentativamente- pari, qualora anche sul fronte laico si desse risalto a determinati principi, determinati valori, determinate esigenze.

L’argomento di fondo che viene addotto, a sostegno delle scuole cattoliche, è quello del diritto delle famiglie ad una scuola che rispecchi la religione dei genitori? Ebbene, converrebbe avere a mente che di argomenti di fondo, da contrapporre, ve ne sono almeno due.

Il primo argomento è sul piano dei diritti civili: il diritto per ogni persona di percorrere il tragitto, fino all’età adulta, con le maggiori opportunità di maturare la propria personalità in termini liberi: nel senso di non predefiniti. Infatti, si nasce e si cresce in una famiglia ed in un ambiente sociale che avviano a maturare, in modi conformi all’una ed all’altro: ecco allora la scuola pubblica esercitare un necessario ruolo di contrappeso, consentendo di prendere in considerazione ciò che al mondo vi è di difforme.

Naturalmente, questa libertà discente si intreccia con una libertà docente: a che varrebbe d’altra parte affermare, addirittura in apertura del suddetto articolo della Costituzione, che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, se poi ogni famiglia pretendesse una scuola su misura e quindi, più che un insegnante, un precettore?

Il secondo argomento si pone, sul piano della democrazia. Non si è forse per lustri dibattuta, nel nostro paese, la questione del conflitto di interessi? Fra le ragioni per denunciarlo (ahimè, in termini soprattutto declamatori e, dopo le elezioni parlamentari del 2013, neanche in quelli) vi è anche il conflitto che prende vita, fra da un lato l’interesse di una democrazia a che la regola per cui si decide a maggioranza risulti tanto più plausibile, in quanto la maggioranza promani da persone che non vivono incapsulate in un mondo unidimensionale; bensì, esposte ad una pluralità di informazioni e valutazioni. Dall’altro, l’interesse di Berlusconi alla propria azienda, la quale lancia -in modo altamente pervasivo, trattandosi di azienda televisiva- un messaggio politico caratterizzato fino al punto di confondersi col partito, creato da Berlusconi stesso.

Ebbene, è un conflitto simile che prende vita per l’esistenza di scuole le quali, ad esempio, propongano valutazioni ben più sfavorevoli che favorevoli, rispetto ad una legge la quale contrasti l’omofobia. Cosicché un referendum in materia non si disputerà chiamando alle urne, persone che hanno avuto le maggiori possibilità di sentire le due campane. Ma con una delle due tesi in campo, avvantaggiata dall’adesione di chi almeno in quel tratto importante della vita, rappresentato dalla scuola, ha potuto sentire una campana sola.

I due argomenti, che ho appena esposto, orienterebbero evidentemente verso un sistema scolastico privo di scuole di tendenza. Un orientamento, d’altronde, che nella penisola è pur esistito: il partito socialista del primo Novecento delineava la prospettiva, di attribuire allo Stato il “monopolio dell’insegnamento”.

Sono, comunque, argomenti i quali se torniamo alla Costituzione vigente mostrano come le sue norme, sulla scuola, rappresentino -tranne la clausola “senza oneri per lo Stato”: una vittoria, delle voci laiche in Costituente- un punto di incontro fra le istanze, dei vari partiti.

Insomma, la vicenda del Piemonte indica che l’avanzante clericalismo degli ultimi due decenni investe, dopo tale clausola, anche l’ulteriore normativa costituzionale sulla scuola.

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