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Usa, Uk e Australia: no alla risoluzione per uno Stato palestinese

Nena News
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Era scontato: uno stato palestinese entro i confini del 1967 non sorgerà, come nel 1948 fece lo Stato di Israele, da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il no definitivo alla proposta di Mahmoud Abbas di una risoluzione che fissi la fine dell’occupazione israeliana sui Territori palestinesi è stato comunicato ai funzionari della delegazione palestinese da Stati Uniti, Regno Unito e Australia, dopo un week end di polemiche sul discorso infuocato del presidente dell’ANP a New York contro il “genocidio” tentato da Israele a Gaza e la risposta del premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha tacciato di bugie le parole di Abbas e lodato il valore “dell’esercito più morale del mondo”.

Secondo fonti palestinesi, la delegazione di Abbas – che nei giorni scorsi avrebbe incontrato gli inviati dei 15 paesi del Consiglio di Sicurezza per sondare il terreno sulla richiesta del presidente dell’ANP – avrebbe però incassato l’appoggio di Russia, Cina e Giordania, rispettivamente membri permanenti e componente di turno del Consiglio. Gli altri stati – a eccezione di Usa, Uk e Australia che hanno confermato il proprio rifiuto – avrebbero invece bisogno di più tempo per decidere e annunciare la propria posizione. Nel caso remoto in cui la maggioranza del Consiglio si schieri a favore di una risoluzione sulla proposta palestinese, Washington apporrebbe il suo veto.

Venerdì scorso l’Assemblea generale dell’Onu ha assistito al discorso più duro nei confronti di Israele mai pronunciato dal presidente palestinese, che ha apertamente accusato Tel Aviv di aver condotto un genocidio a Gaza e rivolto critiche durissime alla colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, proponendo che il Consiglio di Sicurezza approvi una risoluzione con un “calendario preciso” per la fine dell’occupazione israeliana e l’istituzione dello Stato palestinese. Al discorso, l’amministrazione americana ha risposto con una nota di dura condanna, con il portavoce del Dipartimento di Stato Jennifer Psaki che ha denunciato le parole di Abbas sul “genocidio” tentato da Israele contro la popolazione di Gaza durante la sua ultima offensiva militare, “Margine Protettivo”, definendole “provocatorie”.

“Il nostro obiettivo principale – ha dichiarato uno dei funzionari palestinesi – a questo punto è quello di ottenere una maggioranza di nove. Anche se, alla fine, gli americani usano il loro veto, saremo in una posizione migliore per prendere altre misure, come l’avvicinamento all’Assemblea generale e alle organizzazioni internazionali”. Secondo una fonte della delegazione palestinese citata dal quotidiano Haaretz, Washington starebbe facendo pressione sugli stati arabi perché spingano i palestinesi a posporre la proposta di alcuni mesi “per vari motivi, come la messa al repentaglio della guerra contro il terrorismo islamico o la sua influenza sulle elezioni di mid-term negli Usa”.

Per Nabil Abu Rudeineh, portavoce della presidenza palestinese, il veto degli Stati Uniti all’eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza non servirà “né gli americani né alla guerra al terrore che gli Stati Uniti stanno conducendo, perché in una situazione del genere l’amministrazione Usa si posizionerebbe contro la giustizia e il diritto internazionale, e contro la maggior parte dei paesi del mondo che hanno già riconosciuto uno Stato palestinese nei confini del 1967. Gli Stati membri dovranno opporsi quindi alle nazioni del mondo, e in particolare ai paesi arabi che cooperano con esso nella guerra al terrore”.

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