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Renzi sfida il sindacato di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italaialica.it

La breve ora concessa da Renzi all’incontro con le forze sindacali alla vigilia del vertice europeo non è certo sufficiente per riparare alla scelta di avere progettato una riforma epocale dello Statuto dei lavoratori senza averne coinvolto le rappresentanze. Costituisce piuttosto la più esplicita attestazione della loro insignificanza politica. Si conclude così un ciclo avviato già nei loro primi anni di vita.

Nata negli anni della resistenza clandestina, la Confederazione generale di lavoratori subì un primo depotenziamento con la fuoruscita nel 1948 della componente cattolica, che andò a costituire il fulcro della futura Cisl, e successivamente dei lavoratori facenti capo ai gruppi repubblicano e socialdemocratico, raccolti nella Uil. Fu una rottura dell’Unità sindacale non più ricomposta, ma solo superata successivamente, negli anni in cui le tre confederazioni hanno agito unitariamente.

Hanno recuperato autorevolezza e potere politico con la “concertazione” e realizzato significative conquiste fra cui lo stesso Statuto. Tornate a dividersi in questi ultimi anni di crisi, affrontano in modo diverso anche l’offensiva antisindacale del governo Renzi, come appare evidente nel confronto tra il “dissenso totale” di Susanna Camusso e la “svolta possibile” della cislina Annamaria Furlan dopo il vertice nella Sala Verde di palazzo Chigi, alla vigilia del summit europeo convocato a Milano proprio sul tema del lavoro.

Per Camusso, accanto al “dissenso totale” sull’articolo 18, l’incontro con Renzi ha confermato in negativo tutte le ragioni per la nostra manifestazione del 25 ottobre: non è emersa nessuna disponibilità a discutere delle riforme con le organizzazioni sindacali, la stagione della concertazione non si è riaperta, la politica decide in modo unilaterale, ma noi reagiremo.

Dalla manifestazione e dalla mobilitazione si sono apertamente dissociate Cisl e Uil, consentendo a Renzi di raggiungere lo scopo di dividere il sindacato spingendolo verso l’insignificanza, di cui si giova cavalcando la svalutazione del sindacato presso l’opinione pubblica. Pur se ad essa non segue un abbandono massiccio degli aderenti che, come sostiene l’ex segretario cislino Bonanni, mantengono nel tempo la loro adesione, sta venendo meno, invece, la loro fiducia nella possibilità che il sindacato possa continuare ad essere un soggetto determinante nella dialettica politica nazionale.

In verità le iscrizioni alle diverse Federazioni sindacali reggono sia perché la tessera giova offrendo all’iscritto una tutela nei confronti del padrone, sia perché solo una esplicita disdetta può farla perdere per il sistema che consente il prelievo dalla quota annuale direttamente dalla retribuzione del lavoratore da parte del datore di lavoro, pubblico o privato.

Questo declino politico del Sindacalismo confederale, favorito oltre che dalla disunione fra le Confederazioni anche dalle diverse esigenze espresse al loro interno dalle Federazioni di categoria e dall’insorgere di sigle sindacali minoritarie, assume un particolare significato oggi per la concomitanza con quello dei partiti, che proprio in questi giorni sta manifestando il suo rapido aumento con la disputa sulla diminuzione drastica del numero dei tesserati nel Partito Democratico.

Questo declino delle strutture sociali e politiche, nate nel dopoguerra per organizzare la partecipazione dei cittadini alla costruzione/gestione delle istituzioni essenziali alla democrazia, può essere letto alla luce della linea politica tracciata ai suoi tempi da Licio Gelli – nome simbolo della componente antidemocratica della classe dirigente italiana – per lo svuotamento, attraverso la loro cancellazione/rottamazione, dell’articolo 1 della Costituzione che vuole lavoro e sovranità indissolubilmente connessi.

Una linea, emersa in forme diverse e rilanciata da leader diversi nell’oltre mezzo secolo di vita della Repubblica, da sempre condivisa da quella parte della classe imprenditoriale, restata o diventata orfana dell’autoritarismo fascista, per contrastare la progressiva espansione della partecipazione democratica.

Senza nulla togliere alle responsabilità e colpe anche dei sindacalisti della Cgil nella generale crisi della funzione politica del sindacato, c’è da augurarsi che al suo interno prevalgano le forze del rinnovamento perché, per la progressiva trasformazione del Pd nel partito Renzi e per le difficoltà a convergere delle forze eccezionalmente raccolte nelle liste Tsipras, si corre il rischio che il popolo di sinistra non abbia più una forza organizzata di riferimento.

Non mancano segnali che lo fanno prevedere: Landini a Milano marcia in piazza con la Fiom e con gli antagonisti di sempre, i giovani dei Centri sociali, contro il vertice europeo; era intervenuto alla manifestazione promossa a Roma da Sel nell’intento di promuovere una ripartenza a sinistra con una “Coalizione dei diritti “ coinvolgendo la sinistra del Pd; sarà in piazza a Roma con la Cgil il 25 ottobre.

Sarà a fianco della Camusso che alla sfida di Renzi a ripetere il successo di quella organizzata da Cofferati nel 2002 sempre sull’articolo 18, ha replicato: Noi non ci sentiamo all’angolo, questa partita merita di essere giocata.

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