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Turchia: una transizione carica di interrogativi di L.Sandri e S.Sarallo

Luigi Sandri e Stefania Sarallo
www.confronti.net

Un viaggio di Confronti in un paese laico, ma massicciamente musulmano che – per la sua storia, la sua appartenenza alla Nato e la sua posizione geografica – ha un particolarissimo ruolo in Medio Oriente. I problemi da risolvere per entrare nell’Unione europea. La presenza, del tutto minoritaria, di cristiani di varie Chiese.

Se volessimo racchiudere in un’immagine il senso e il filo rosso della visita di un gruppo di Confronti in Turchia (29 agosto-7 settembre), aiutati dagli amici dell’«Istituto Tevere» – associazione di emanazione turca con sede a Roma – potremmo prendere lo skyline che, nel Corno d’oro, ingloba Santa Sofia, la Moschea blu e, assai più lontana e defilata, la torretta di un edificio situato presso il Fanar, la residenza, ad Istanbul, dei patriarchi di Costantinopoli. Scopo del nostro viaggio – come sempre per analoghe iniziative in vari paesi del Medio Oriente e dell’Europa orientale – era quello di incontrare, prima di tutto, realtà religiose, di maggioranza (musulmane) e di minoranza (cristiani di varie Chiese), in questo caso. Realtà che si trovano in un contesto storico, culturale e geopolitico che non può essere ignorato, tanto più oggi che i drammi del Medio Oriente, anche in paesi (Iraq, Siria) che confinano con la Turchia, pongono ad Ankara problemi di particolare urgenza e complessità.

Erdogan, «nuovo sultano»?

Leader del partito Giustizia e sviluppo (Akp), divenuto premier nel 2003, da allora Recep Tayyip Erdogan ha guidato ininterrottamente il paese, infine proponendo che il presidente della Repubblica, da sempre scelto dall’Assemblea nazionale, alle elezioni del 10 agosto 2014 fosse indicato direttamente dal popolo. E, presentandosi per questa nuova carica, lo stesso Erdogan è diventato presidente al primo turno, ottenendo il 51,7% dei voti. Si avvia così una transizione che, nei progetti del neo-eletto, dovrebbe praticamente trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale; ma il passaggio non sarà semplice, perché l’uomo forte di Ankara ha vinto sì, ma non con quel plebiscito che si aspettava, dato che l’esito delle urne ha mostrato un paese politicamente spaccato in due, una parte pro e una parte contro Erdogan. Il quale, alla guida dell’Akp, definito un partito islamico «moderato», in questi anni si era mosso in tre direzioni.

1) Rivendicare l’importanza della Turchia, come sentinella decisiva del lato sud-orientale della Nato, da una parte a ridosso dell’ex Unione Sovietica e, dall’altra, confinante con i turbolentissimi, oggi, Iraq e Siria: due paesi dove sta avanzando l’autoproclamatosi «califfato» dell’Isis, uno Stato islamico che domina con durezza, o addirittura perseguita crudelmente non solo i non musulmani (come i cristiani e gli yazidi), ma anche gli sciiti e i sunniti stessi. Prima dell’apparizione del «califfato», il premier aveva sostenuto in vari modi «l’opposizione armata» contro il regime siriano di Bashar al-Assad, così favorendo – questa la critica di molti suoi oppositori ad Ankara – fazioni islamiste estremiste che avrebbero potuto poi insidiare la stessa Turchia (l’Isis ha tenuto in ostaggio a Mosul, da giugno a settembre, 49 diplomatici e militari turchi).

2) Partito islamico «moderato» significa, di fatto, lontananza siderale dal fanatismo di certi movimenti islamici ma, nel contempo, simpatia per la Fratellanza musulmana che nel 2012 e 2013 ha governato l’Egitto, poi rovesciata dai militari di al-Sisi. Erdogan mira a proporre la Turchia come un faro cui potrebbero guardare i paesi sunniti mediorientali e nordafricani che non intendano seguire né le orme dell’Arabia Saudita né quelle del «nuovo» Egitto. Ma il potenziamento della presenza, anche simbolica, dell’islam, in Turchia (che si nota, ad esempio, nel copricapo che adesso mettono sempre le mogli degli uomini politici turchi); e gesti come quello che ha compiuto in agosto il neo-presidente, quando, appresa la vittoria, si è recato a Istanbul a pregare nella moschea di Eyup Sultan – costruita per volere di Mehmet II, colui che nel 1453 conquistò Costantinopoli – nella quale i sultani ottomani si proclamavano nuovi signori dell’impero, sono da non pochi ritenuti stridenti con la rigida laicità che il fondatore della moderna repubblica, Atatürk, aveva posto come base del nuovo paese. E che, forse, non convincono del tutto i militari turchi, da sempre custodi rigidissimi della laicità.

D’altronde – a indicare la via stretta che deve percorrere Erdogan – ora, a metà settembre, il governo di Ankara ha opposto un rifiuto a che, dal territorio turco, partano droni lanciati contro l’autoproclamato «stato islamico» che nel nord della Siria e dell’Iraq sgozza, con annuncio in tv, giornalisti occidentali. In tal modo di fatto ha limitato il raggio di azione delle decisioni prese dal presidente statunitense Barack Obama e da una decina di altri paesi, molti dei quali musulmani, per combattere l’Isis.

3) Lo sviluppo economico eccezionale, che la Turchia ha avuto sotto la guida del premier diventato neo-presidente, è la dimostrazione, secondo i suoi fautori, che la strada imboccata è quella giusta. Negli ultimi dieci anni il reddito procapite è triplicato, e il paese è al diciassettesimo posto, ora, nella scala dei migliori in economia. Ma l’ascesa non è finita: il «nuovo sultano» ha promesso di fare del paese, entro il 2023, la decima potenza economica del pianeta. Quella data – 2023 – è fatidica, perché allora si compiranno i cento anni dalla nascita della moderna Turchia: ed Erdogan conta di essere rieletto per un secondo mandato, così da essere lui a celebrare, in una repubblica diventata «presidenziale», il centenario del sogno di Atatürk.

Per quanto – in dieci giorni! – abbiamo potuto constatare, anche noi abbiamo avuto l’impressione di un paese in movimento, fiducioso nel futuro, ottimista; ovunque si vede un impressionante sviluppo edilizio. Ma le apparenze potrebbero ingannare; alcuni economisti turchi, infatti, lanciano ammonimenti severi: il nostro «miracolo economico» – affermano – potrebbe crollare, perché i consumi della gente starebbero notevolmente riducendosi, e speculatori e investitori starebbero pensando di emigrare. Pesano, poi, alcune clamorose e recentissime «tangentopoli» che hanno coinvolto uomini politici turchi di primo piano.

Il 28 agosto Erdogan si è insediato; e subito ha scelto come nuovo premier Ahmet Davutoglu, fino ad allora ministro degli Esteri, e suo fedelissimo. Presentandosi per la fiducia, ai primi di settembre, in Parlamento, dove l’Akp ha la maggioranza assoluta, il primo ministro ha detto che le priorità del suo governo sono la pace con i curdi del Pkk e l’adesione all’Unione europea nel 2023 (adesso, per popolazione – 76 milioni di abitanti – sarebbe il secondo paese dell’Europa ma, stante l’attuale sviluppo demografico, ben presto diverrebbe il primo, superando la Germania – oggi 82 milioni di abitanti).

Il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, è la massima organizzazione che rappresenta i curdi, una robusta minoranza di una quindicina di milioni. Il leader del partito, Abdullah Ocalan, è in galera dal 1999; dopo anni di conflitto armato, ora tra il governo di Ankara e il Pkk sono in atto trattative per trovare una soluzione che garantisca alla minoranza curda i suoi diritti. In quanto all’entrata nell’Ue, questa – sempre che ci si arrivi – sarà preceduta da complesse trattative, che hanno una premessa inderogabile: la Turchia – membro della Nato – deve essere a tutti gli effetti uno Stato di diritto. Oltre alla minoranza curda dovrà garantire tutte le altre, e assicurare a tutti le libertà democratiche. In merito, l’Unione europea – giustamente – non fa sconti a nessuno.

La minoranza cristiana (ortodossi, armeni, cattolici, protestanti)

Pur dopo la fine del millenario impero bizantino, nel quale godeva di grandi privilegi, anche sotto gli ottomani il patriarcato di Costantinopoli ebbe un ruolo – riconosciuto dalla Sublime Porta – di primo piano, come responsabile, con ampia autonomia, della nazione (millet) greca. Ma nei rivolgimenti legati agli eventi successivi alla prima Guerra mondiale, i greci nella nuova Turchia andarono progressivamente diminuendo; e oggi non sono più di cinquemila. Ci dice Dositheos Anagnostopulos, portavoce del patriarcato, che incontriamo a Istanbul presso la Chiesa di Santa Maria di Blacherne: «Fino a pochi anni fa in questa parrocchia avevamo cinquemila fedeli, ora sono solo una ventina».

Malgrado questa continua emorragia di fedeli (compensata dalla significativa presenza greca in Europa o negli Stati Uniti), l’attuale patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, prosegue con ardimento nel suo ruolo di primus inter pares tra i patriarchi e capi delle Chiese ortodosse autocefale; ma il suo attivismo non piace troppo al patriarca di Mosca Kirill che, alla guida di cento milioni di fedeli, accusa il confratello di voler fare l’inaccettabile «papa ortodosso». A proposito, poi, dei rapporti tra Ortodossia nel suo insieme e Chiesa cattolica romana, dal 1980 una commissione mista cerca di risolvere i problemi pendenti, in particolare legati al ruolo del vescovo di Roma, e perciò papa, che vede le parti, per ora, su posizioni inconciliabili (anche la riunione della commissione, svoltasi adesso, a metà settembre, ad Amman, ha constatato progressi, ma anche irrisolti contrasti sulla comprensione dei rapporti tra papato e sinodalità del primo millennio). Tuttavia a fine novembre Francesco visiterà il Fanar: e sarà un’occasione importante di ulteriore dialogo.

A livello intra-ortodosso, poi, il 9 marzo scorso (vedi Confronti 4/2014) proprio al Fanar i patriarchi ortodossi hanno deciso che nel 2016 si terrà ad Istanbul il Santo e Grande Concilio pan-ortodosso la cui preparazione era iniziata cinquant’anni fa. Se sarà celebrato (le difficoltà, infatti, sono notevoli) quell’Assemblea avrà grande importanza, anche per l’intero mondo cristiano.

Infine, a livello interno turco, un irrisolto contrasto tra Fanar e governo turco riguarda Heybeliada (Halki, in greco), un’isola del Mar di Marmara dove da metà Ottocento – con il benestare dei sultani – era in attività l’università del patriarcato per formare il clero ortodosso. Nel 1971 il governo di Ankara decise la chiusura dell’istituto, come ritorsione contro il Fanar accusato di parteggiare per l’unione di Cipro alla Grecia. Tutti i tentativi, fatti soprattutto da Bartolomeo, per poter riaprire quell’università, sono falliti; ma Bruxelles ha fatto sapere che è impensabile l’entrata della Turchia nell’Ue senza una soluzione positiva di quella vertenza, che tocca il tema decisivo della libertà di insegnamento (vedi Confronti 11/2004).

Gli armeni. Stante la prima Guerra mondiale, nell’allora agonizzante impero ottomano avvenne la tragedia degli armeni. In proposito, vi sono due versioni dei fatti. Tutti i governi della Repubblica turca hanno finora negato che nel 1915 vi sia stato un piano programmato per sterminare la minoranza armena: nel caos che allora regnava – dicono – trecentomila armeni furono uccisi da varie bande ma, nel contempo, milioni di turchi musulmani furono uccisi. Invece la tesi armena – fatta propria dai maggiori storici del mondo e da vari governi occidentali – è che il 24 aprile 1915 iniziò (con l’uccisione a freddo, ad Istanbul, di cinquecento persone della intellighenzia armena) un genocidio programmato, che portò alla eliminazione diretta, o perché lasciati morire di fame e di stenti, di un milione e mezzo di armeni.

Ce ne parlano la professoressa Arus Yumul, docente di Sociologia, e lo scrittore Hrant Topakian, entrambi armeni, nel corso dell’incontro che ha avuto luogo presso la sede di Istanbul della Fondazione scrittori e giornalisti. Oggi, ci dicono, gli armeni in Turchia sono circa ottantamila. Il 24 aprile di quest’anno, per la prima volta, Erdogan ha offerto le sue condoglianze ai nipoti degli armeni massacrati durante la prima Guerra mondiale. Eppure, nonostante questa apparente apertura, Ankara rimane ufficialmente negazionista. L’anno prossimo si celebrerà il centenario del dramma del 1915-16: che dirà Erdogan? I nostri ospiti sembrano aspettarsi, a questo punto, un’apertura da parte del governo.

Protestanti. A Smirne incontriamo Ertan Çevik, pastore della Chiesa battista della città nonché neopresidente dell’Alleanza delle Chiese battiste in Turchia. Emigrato in Germania, là conobbe il cristianesimo e infine entrò nella Chiesa battista: «Volevo entrare nella Chiesa luterana, ma i suoi leader mi dissero che essi non accettavano conversioni di musulmani». Attualmente la comunità battista, in collaborazione con la comunità cattolica locale, è molto impegnata in un’opera di accoglienza di rifugiati cristiani provenienti prevalentemente dall’Iran.

Cattolici. Claudio Monge, frate domenicano, responsabile del Centro di documentazione interreligiosa dei domenicani di Istanbul, ci accoglie presso la chiesa di S. Pietro e Paolo, a pochi passi dalla torre di Galata, nel nucleo storico del quartiere di Beyoglu. «Non esiste il dialogo islamo-cristiano – osserva subito – ma il dialogo quotidiano tra credenti musulmani e credenti cristiani. Detto questo, importante per me è un lavoro quotidiano che richiede fiducia, pazienza, che è fatto di piccoli numeri, senza voler essere elitario, sempre aperto a chi vuole unirsi a noi, ma senza pretese di grandi folle per andare avanti».

A proposito di eventuali conversioni di musulmani al cristianesimo – eventi comunque assai rari – Claudio ci parla del lungo percorso, di conoscenza teologica e di approfondimento personale, al quale sono invitate le persone che volessero percorrere questa strada. Una strada difficile, perché chi compie questo passo deve, tra l’altro, mettere in conto le probabilissime ostilità della famiglia e dell’ambiente di lavoro. D’altra parte pochissimi, nell’intera Turchia, sono i turchi cattolici; le piccole comunità cattoliche, a Istanbul come a Smirne, sono per lo più composte da europei, o da persone di altri continenti, che si trovano nel paese per ragioni di studio o di lavoro.

A Konya – la città ove nel XIII secolo visse il grande mistico sufi Mevlana Rumi – assistiamo al Sema, danza rituale nonché cerimonia di culto dei mevlevi. Ma prima di lasciare questa bella città dal nuovo assetto urbanistico e dalle magiche atmosfere mistiche, incontriamo Isabella e Lidia, due suore laiche appartenenti alla Fraternità di Gesù Risorto, una piccola comunità di fede fondata nel 1977 a Tavodo, in provincia di Trento. Queste due donne, che vivono a Konya dal 1995, hanno assunto il non semplice compito di custodire l’unica, e piccola, chiesa della città, che ricorda il passaggio, nell’antica Iconium, di san Paolo (vedi Atti degli apostoli c.13-14). La loro discreta presenza (due «piccole» donne come loro – sottolineano – non possono rappresentare certamente una minaccia per l’islam!) è accolta con benevolenza dalla popolazione musulmana di Konya che, pur caratterizzandosi per un profondo spirito di accoglienza ispirata agli insegnamenti di Rumi, è però nota per vivere generalmente la fede musulmana in modo molto tradizionale, alieno da cambiamenti. Una presenza minimissima, quella delle due sorelle, caratterizzata dall’accoglienza di pellegrini cristiani e, talora, di qualche visitatore musulmano.

Il volto amichevole dell’islam

Molteplici sono stati gli incontri con i membri della rete riconducibile a «Hizmet», il Movimento ispirato al filosofo e leader religioso Fethullah Gülen, del quale molto si è discusso negli ultimi mesi, a seguito della sua rottura con il partito attualmente al governo. Gülen, che è in esilio volontario negli Stati Uniti, e che un tempo era alleato di Erdogan, è accusato da quest’ultimo di aver costituito uno «stato parallelo» e di rappresentare una minaccia per la nazione. Hizmet, che rappresenta una delle reti musulmane più potenti del mondo (e che è in grado di muovere miliardi di dollari), ha come obbiettivo quello di «servire» (= hizmet) il Creatore. Ce ne parla Ahmet Palanci, noto imprenditore di Istanbul, che ci accoglie nella sua bella villa in un quartiere residenziale collocato sulla sponda asiatica della città, dalla quale è possibile godere di una vista stupenda sul Bosforo. Palanci, uomo di grande cultura e spessore umano, filantropo ma anche commerciante, ci descrive il modo in cui il movimento riesce a conciliare l’etica musulmana all’economia di mercato. È lui a descriverci sommariamente le attività che promuove e finanzia in qualità di membro attivo del movimento, attività che vanno dalla fondazione di scuole e istituti di ricerca all’elargizione di borse di studio ai meno abbienti, all’assistenza ai bisognosi (non soltanto musulmani, naturalmente!) in Africa, alla promozione del dialogo interreligioso e interculturale che si esplica, ad esempio, nelle attività promosse dalla Fondazione scrittori e giornalisti.

A Smirne incontriamo Olgun Atila, architetto nonché giovane sindaco di Bornova, distretto della città, che ci accoglie presso la sede del municipio per parlarci dei problemi del settore di Smirne di cui è responsabile. Ci colpiscono alcune cifre: nella città vivono centomila rom e, a quanto sembra, la loro convivenza con gli altri cittadini della metropoli – tre milioni di abitanti – non pone problemi.

A Göreme – nella Cappadocia dei camini delle fate – visitiamo un’umile moschea, amichevolmente accolti dall’imam del luogo, che infine accetta di recitare un’apposita preghiera per noi. Osiamo, allora, chiedergli se sia possibile recitare, là, il Padre nostro; una richiesta inaccettabile, in quanto – ci spiega – lui è pagato dallo Stato e non potrebbe compiere azioni e gesti non previsti in una moschea.

Lasciando Istanbul, dall’aereo scorgiamo Santa Sofia (la meravigliosa basilica giustinianea nel 1453 trasformata in moschea e, da Atatürk, in museo; adesso ci sono ortodossi che sognano sia riconvertita in chiesa, e musulmani in moschea); a lato la Moschea blu, la sfida – architettonica e simbolica – dei musulmani turchi a Santa Sofia; lontano la torretta vicina al Fanar. Tre flash che fanno balenare le molte sfide che deve affrontare una terra che, nei millenni, tanto ha dato alla civiltà. Coraggio, Turchia!

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