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Il Sinodo dei paradossi. E dei paraventi di A.Cavadi

Augusto Cavadi
www.adistaonline.it

Il Sinodo dei paradossi si è dunque concluso. A inanellarli tutti ci vorrebbe un volume: mi limito ad alcuni più eclatanti. In un’assemblea di cattolici che devono riflettere sulla famiglia e sulla sessualità la stragrande maggioranza dei convocati (quasi tutti maschi) non ha famiglia e ha rinunziato all’esercizio ‘normale’, legittimo, della sessualità con il voto di castità celibataria. Si è mai visto un congresso destinato a fare il punto sull’uso sociale del vino in cui i degustatori di professione sono in minoranza e la stragrande maggioranza si dichiara astemia? Dentro questo paradosso per così dire generico e costante nell’organizzazione della Chiesa cattolica se ne è registrato uno più specifico e originale: il papa (custode ultimo dell’ortodossia secondo il ministero pietrino) vuole mettersi in ascolto del “popolo di Dio”, mentre una fetta consistente degli immediati collaboratori del papa (cardinali, arcivescovi, vescovi) vuole difendere l’ortodossia dalle derive del “popolo” e dall’eccessivo lassismo del papa. Insomma, ancora un inedito: il generale di corpo d’armata sempre più in accordo con le truppe, colonnelli e maggiori sempre più in disaccordo con le truppe e con il generale. (E’ all’interno di questo paradosso che l’attuale vescovo di Roma è difeso da quei ‘laici’ che hanno sempre attaccato i papi e attaccato da quei ‘chierici’ che hanno sempre difeso il papa).

Questa sequenza di paradossi ruota e si basa, probabilmente, sul paradosso cruciale della Chiesa cattolica: promuovere il vangelo dell’universale figliolanza divina, della fratellanza, della pari dignità di ogni uomo e di ogni donna mediante una struttura verticistica, gerarchica, asimmetrica. Così che nel XXI secolo un papa che voglia meno obbedienza servile da parte di chierici e fedeli-laici o non viene ascoltato o.lo deve chiedere per obbedienza!
Rileggere la Leggenda del grande inquisitore di Dostojevskij aiuterebbe a decifrare il momento ecclesiale molto più in profondità di tante analisi più o meno sociologiche: nella Chiesa cattolica, ma in generale nell’umanità, c’è spazio per la libertà di coscienza o – tutto sommato – la maggioranza del gregge preferisce restare tale per non condividere la faticosa ricerca della strada da parte dei pastori? E i pastori vogliono mantenere salda la guida del gregge solo per volontà di dominio (più o meno inconscio) o, in non pochi casi, sono sinceramente convinti che il miglior servizio verso i fedeli è evitare di farli pensare con la propria testa proteggendoli da dubbi inquietanti?

Due osservazioni per chiudere. I giornali dicono che questo Sinodo ha spaccato la Chiesa cattolica. Falso: ha manifestato apertamente una spaccatura vecchia, forse antica quanto la Chiesa stessa. Senza andare troppo indietro, già da decenni il filosofo cattolico Pietro Prini aveva scritto sullo scisma sommerso, invisibile, di molti (vescovi, preti e teologi inclusi) rispetto al magistero ufficiale.
In questa spaccatura è spontaneo ritrovarsi in sintonia con i “progressisti” ma, mi sia concesso di aggiungere per amore della sincerità, non senza disagi: tra alcuni ‘progressisti’ dell’ultima ora e i ‘conservatori’ irriducibili la mia stima va a questi ultimi, fedeli alla propria linea anche quando diventa scomodo sostenerla. Che in pochi mesi, fiutato il vento, molti vescovi e parroci che da decenni hanno bollato i ‘riformisti’ di eresia si scoprano aperti e sensibili, mi provoca disgusto: questi carrieristi conformisti sono troppo abili nel saltare sul carro dei potenti di turno per poter meritare la nostra fiducia di compagni di strada.

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Famiglia e fondamentalismi

Augusto Cavadi
www.tuttavia.eu, 17 ottobre 2014

Anche i giornali “laici” si sentono autorizzati a prendere la parola sui temi in discussione al Sinodo sulla famiglia. E ciò mi sembra un segno incoraggiante di sfaldamento di antiche barriere che non hanno giovato né alla Chiesa cattolica né alla società civile. Tuttavia è in situazioni come questa che si avverte, anche in intellettuali senza dubbio colti, la mancanza di una istruzione teologica almeno elementare (i tempi in cui suor Domenica, della famiglia religiosa delle Paoline, organizzava a Urbino le settimane di formazione teologica per noi giornalisti, negli anni Settanta del secolo scorso, sono lontani non solo cronologicamente).

Solo per limitarmi a una delle numerose esemplificazioni possibili: nell’editoriale di domenica 21 settembre 2014 Eugenio Scalfari, su Repubblica, confuta la tesi dei teologi che difendono l’indissolubilità del matrimonio sulla base di citazioni evangeliche obiettando che «in verità non esiste alcuna parola scritta di Gesù», del quale «direttamente non si sa nulla». L’argomento è senz’altro fondato, ma ha il difetto di provare troppo. Infatti vale per tutte le asserzioni su cui si basa la fede cristiana: il tentativo esegetico di individuare gli ipsissima verba Christi (“proprio le stesse parole di Cristo”) ha portato a risultati ritenuti deludenti dagli esegeti. Se a base della teologia cristiana sta, dunque, il Nuovo Testamento in blocco, così come è stato elaborato e trasmesso dalle chiese primitive, dobbiamo ritenere inevitabile la difesa a oltranza dell’indissolubilità matrimoniale? Già mezzo secolo fa il gesuita Gerhard Lohfink (per altro in una pubblicazione originariamente destinata agli studenti liceali tedeschi) notava che «Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito» appartiene a tutta una serie di esortazioni del genere: «Se ti danno uno schiaffo, tu porgi l’altra guancia»; «Se ti chiedono la tunica, tu dagli anche il mantello»; «Se ti costringono a fare un miglio con qualcuno, tu fanne due» e così via. Il fine biblista tedesco osservava che si tratta, evidentemente, di espressioni profetiche: Gesù (o la comunità che ne ha esplicitato e formulato l’insegnamento) disegna qui un mondo ideale, uno stile di vita utopico, a cui tendere con la forza interiore dello Spirito. Riprova: nessuna di queste esortazioni è diventata legge, norma vincolante. Nessuna, tranne una: l’invito a vivere il rapporto di coppia come unico, irreversibile, paritario (ricordiamo che il maschio ebreo poteva chiedere il divorzio, non altrettanto la donna).

Sulle ragioni per cui l’unica indicazione di massima del Vangelo a trasformarsi in rigido diktat giuridico (la cui trasgressione viene sino a oggi duramente sanzionata, persino con la scomunica) sia stata proprio questa, ci sarebbe molto da scrivere: ma alcune ragioni sono facilmente intuibili. Più rilevante la conclusione di Lohfink (e di molti altri esegeti cattolici e protestanti): «Con le conoscenze dell’odierna scienza biblica, secondo la quale il loghion (il “detto”) di Gesù sul divorzio non è un’espressione giuridica, non si vuole affatto dire che tale parola sia priva di ogni valore, e sia minimizzata o mitigata. Al contrario! Essa è invece compresa in tutta la sua portata: è la radicale esigenza di Dio che tocca e coinvolge anche l’intimo dell’uomo» (“Ora capisco la Bibbia”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1986, pp. 140 – 141). Naturalmente, aggiunge e conclude sul punto l’esegeta gesuita (gesuita come Jorge Bergoglio!) una chiesa cristiana può chiedere ai propri fedeli di sposarsi solo se accettano l’indissolubilità sacramentale, ma deve avere l’onestà intellettuale di spiegare che si tratta di una condizione posta dalla chiesa stessa, senza attribuirla falsamente a Gesù stesso. E se di una opzione ecclesiastica si tratta (alcune chiese l’hanno realizzata, altre mai, altre l’hanno realizzata con certe eccezioni, altre ancora l’hanno realizzata e poi revocata), come tutte le decisioni storicamente assunte dai mortali anche questa questa può essere legittimamente ripensata e modificata, senza scomodare l’insondabile pensiero di Dio.

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