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Un altare per tutti (i papi) di G.Avena

Giovanni Avena
Adista Segni Nuovi n. 37 del 25/10/2014

La beatificazione di Paolo VI, il 19 ottobre – giornata conclusiva dell’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi dedicata alla famiglia – apre, ci sembra, importanti questioni ecclesiali, di merito e di metodo.

La canonizzazione dell’istituzione papale

La scelta di papa Francesco, che viene dopo che egli il 27 aprile scorso ha canonizzato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, pone un problema che travalica la pur degnissima persona di Giovanni Battista Montini. Infatti, quello che viene posto nella gloria del Bernini non è questo o quel papa, ma in definitiva il papato, in prospettiva quasi sottraendo questa istituzione ad una libera indagine storica. Questo – ci pare – il messaggio subliminale sotteso all’attuale “politica ecclesiastica”. Certo, uno storico potrà sempre liberamente mettere in luce quelle che a lui appaiono le luci e le ombre del singolo pontefice. Ma è difficile immaginare che un professore di storia ecclesiastica in un seminario, o in una pontificia università, possa tranquillamente mettere in evidenza anche le ombre di pontefici nostri contemporanei, rivestiti dell’aureola ufficiale della santità.

Fu papa Wojtyla ad iniziare questa prassi, beatificando – insieme! – Pio IX e Giovanni XXIII: così i fedeli, “progressisti” e “conservatori”, avevano ciascuno il loro protettore. Papa Bergoglio si è messo nella stessa scia, abbinando Wojtyla e Roncalli. Forse che, nelle congregazioni generali precedenti il conclave del marzo 2013, i cardinali – per “pacificare” la Chiesa romana – si accordarono che, chiunque tra loro fosse stato eletto papa, si sarebbe impegnato a canonizzare gli ultimi predecessori? Dall’elenco dei promossi manca Pio XII, per ora: e così sarà fino a che nel mondo ebraico esisterà una forte corrente assai critica a Pacelli per i suoi “silenzi” sulla Shoah; e, stante tale opposizione, la Santa Sede non oserà procedere. Tuttavia, per Pio IX, Wojtyla osò sfidare la sensibilità ebraica. Infatti, dopo che – nel dicembre 1999 – il Vaticano rese noto che il 3 settembre successivo sarebbero stati beatificati insieme Pio IX e papa Giovanni XXIII, la comunità ebraica di Roma e gruppi cattolici [v. Adista, nn. 17 e 49/2000] protestarono pubblicamente per la preannunciata “esaltazione” di Mastai Ferretti, un pontefice che nel 1858 aveva benedetto il rapimento di Edgardo Mortara, un bambino ebreo bolognese, segretamente battezzato, e perciò tolto con la violenza alla famiglia per essere educato cattolicamente a Roma. Ma Giovanni Paolo II ignorò quelle critiche – fondatissime – e, per rabbonire i “tradizionalisti”, promosse Pio IX.

Poi, contro la beatificazione di Wojtyla e contro la sua canonizzazione, si levarono pubbliche voci di protesta: e alcune rarissime furono ascoltate durante i processi canonici per decidere la “promozione” di quel pontefice (basti, qui, ricordare l’appello di Giovanni Franzoni, v. Adista nn. 87 e 89/2005). Ma, a quelle sostanziali motivazioni critiche non fu data nessuna risposta.

Di più: in una Chiesa sempre così prudente di fronte a decisioni importanti, un papa profondamente “tradizionalista” come Benedetto XVI (la mens teologica di molte discutibili decisioni del suo predecessore), già il 28 aprile 2005, a sole tre settimane dalla morte di Wojtyla, accogliendo la richiesta del card. Camillo Ruini, vicario di Roma e presidente della Conferenza episcopale, decideva di “bypassare” la norma canonica che prescrive cinque anni di distanza dalla morte di una persona prima di iniziare l’iter della beatificazione.

Lo stesso Ratzinger, il 13 maggio, dava l’annuncio della decisione al clero romano riunito al Laterano. Aveva dunque pesato il “Santo subito”, quel cartello che era stato innalzato in piazza san Pietro, l’8 aprile precedente, durante i funerali di Giovanni Paolo II. E così papa Benedetto accolse i desideri del popolo (di una parte del popolo) che, in fondo, esaltavano il papato; e con prassi velocissima, il primo maggio 2011, ha beatificato Wojtyla. D’altronde il popolo (una parte del popolo) da sempre in America Latina aveva chiesto, sia a Wojtyla che a Ratzinger, di iniziare la causa di beatificazione di monsignor Oscar Romero, assassinato sull’altare il 24 marzo 1980. Una richiesta sempre ignorata a Roma, perché… non sempre il popolo ha ragione.

Quello che colpisce, in questa “politica”, è una fretta inusuale rispetto alla tradizionale lentezza della Curia romana: non sarebbe stato saggio, invece, attendere e, tra qualche decennio, sbolliti gli entusiasmi interessati e magari anche le critiche immotivate, procedere ad un esame ponderato dei singoli ultimi papi e solo poi decidere, eventualmente, se elevarli alla gloria degli altari? Sempre ricordando che, in un papa, è arduo distinguere la pietà personale da problematici atti pontificali gravidi di conseguenze.

Paolo VI, tra “Populorum progressio” e “Humanae vitae”

È impossibile condensare in poche righe un pontificato complesso come quello di Paolo VI, il cui regno, dal 1963 al ’78, fu segnato da decisioni che sollevarono, da una parte o dall’altra, aspre critiche. Egli si trovò a gestire un evento che lui forse mai avrebbe avviato: il Vaticano II, voluto da papa Giovanni. Alcuni storici sostengono che Montini, nella situazione data, fece le migliori scelte possibili, favorendo instancabilmente soluzioni che avvicinassero la “minoranza” alla “maggioranza”, così da riuscire, infine, a far approvare i sedici documenti conciliari con quasi unanimità o comunque con pochi voti contrari. Altri, invece, ritengono che, in questa ricerca quasi ossessiva dell’unanimità, Paolo VI impedì al Concilio di fare chiarezza su alcuni temi o ne annacquò altri. Ma, infine, il Vaticano II giunse in porto, e chi ve lo condusse fu Paolo VI. I testi di quel Concilio sono un patrimonio preziosissimo per la Chiesa cattolica romana.

Da quei testi mancano tuttavia due temi che, seppure emersi in assemblea, furono poi espunti. Con gesto autoritario papa Montini impedì che il Vaticano II discutesse approfonditamente del celibato obbligatorio per i presbìteri della Chiesa latina. Avocò a sé la questione e poi, nel 1967, con l’enciclica Sacerdotalis caelibatus ribadì la prassi tradizionale. Un interrogativo è d’obbligo: a prescindere dalla pietà personale e dalle sue virtù private, fu prudente la decisione di quel pontefice di sottrarre al Concilio tema di tale rilevanza pastorale e istituzionale? È un dato di fatto non discutibile che, nel post-Concilio, e da subito, il tema riesplose, lacerando la Chiesa romana. E tutti sanno quali e quanti problemi (scandali compresi) ci siano stati, in questi decenni, legati a quell’irrisolta questione.

Ancora: Paolo VI impedì che, nella costituzione Gaudium et spes, il Concilio discutesse dei metodi moralmente leciti di regolazione delle nascite. Infine, smentendo una commissione consultiva da lui istituita, che suggeriva una prospettiva “liberal”, con l’enciclica Humanae vitae nel 1968 proibì la contraccezione. Un “no” che provocò una marea di polemiche nello stesso mondo cattolico: poteva il papa legare le coscienze con argomenti non fondabili sulle Scritture e sulla scienza? Comunque, milioni di coppie cattoliche hanno ignorato quell’enciclica («famigerata», l’ha definita Vito Mancuso su Repubblica del 6/10/14): una massa di peccatori?

In campo sociale, con l’enciclica Populorum progressio del ’67 Paolo VI sostenne tesi ardite, ammettendo la liceità, in casi estremi, della rivoluzione per abbattere la tirannide: un’idea mai ripresa dai suoi successori. Egli, inoltre, avviò alla grande il dialogo anche con i non credenti. Sarebbe bello parlare di Paolo VI valutandone luci e ombre, e dunque lasciandolo in quel chiaroscuro che solo la storia, un giorno, forse potrà chiarire. Ma proclamandolo adesso “beato” sembra quasi si voglia troncare un’analisi critica (seppure non preconcetta) del suo pontificato; e, nella sostanza, “canonizzare” anche l’Humanae vitae.

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