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Al mercato vanno solo le donne di B.Pavan

Beppe Pavan
Gruppo Uomini in Cammino – Pinerolo (To)

Al mercato vanno solo le donne: sono loro che gestiscono l’economia familiare, la distribuzione e lo scambio dei “beni”, tra cui i prodotti agricoli. Terre e case non possono essere di proprietà privata, ma appartengono al clan familiare, che le coltiva e se ne prende cura. Ogni decisione viene presa collettivamente e all’unanimità, tanto nel consiglio di clan quanto in quello di villaggio e in quello regionale. La mediazione tra i diversi punti di vista non viene interrotta fino alla completa unanimità, costringendo i delegati a una spola incessante con il proprio clan o il proprio villaggio, per riportare ogni volta la decisione aggiornata.

Sembra fantascienza, a fronte delle consolidate pratiche decisioniste e verticistiche della nostra cultura patriarcale-capitalistica-imperialistica, che maschera il “pensiero unico”, l’unico ammesso, con infiniti trucchi chiamati “democrazia della maggioranza”. Tutte ne fanno le spese: minoranze e maggioranza; ma tant’è: ogni sogno diverso è inesorabilmente tacciato di utopia e ideologia e come tale additato al pubblico ludibrio. Fino alla quasi totale incapacità di sognare altro… e alla rassegnazione, che condanna tante persone a incazzarsi davanti al televisore. E basta.

Invece non solo sognare fa bene, ma fa bene venir a sapere che in giro per il mondo c’è un sacco di gente che sta meglio di noi. Magari non hanno la TV né lo smartphone, certamente non hanno SUV né, forse, nemmeno un’utilitaria… ma nelle loro comunità non esistono né ricchi né poveri. Scusate se è poco! Perché i beni – i prodotti della terra e i servizi alle persone, gli strumenti di lavoro e le conoscenze utili – sono distribuiti equamente tra le persone del clan e tra i clan del villaggio e tra i villaggi della regione.

Tutta questa solidarietà è possibile perché i clan si imparentano tra loro quando ragazzi e ragazze di clan diversi si innamorano e si sposano… E’ così che ci sono – in Messico e in Indonesia e dovunque altrove, tranne che in Europa – non solo piccoli clan, ma anche comunità di diecimila, di centomila o di sei milioni di anime, belle e felici. Anche se in qualche luogo – vedi i Moso in Cina – il consumismo globalizzato sta cominciando a tentare i ragazzi…

Ma… se non è un’utopia, qual è il segreto? Non è certo un segreto: è la sovranità femminile, riconosciuta e onorata anche dagli uomini, che ne godono i vantaggi e collaborano consapevolmente. Basta sfogliare l’indice del libro Le società matriarcali di Heide Göttner-Abendroth (ed. Venexia, Roma 2013) per incontrare i Khasi dell’India nordorientale, i Newar del Nepal, i Moso e i Chiang e gli Yao e i Miao della Cina, i Minangkabau dell’Indonesia, gli Aruachi del Sud America, i Curra dell’America Centrale, gli Hopi e gli Irochesi dell’America del Nord, i Bantu, i Bemba e i Luapula dell’Africa Centrale, gli Akan e gli Ashanti dell’Africa Occidentale, i Tuareg dell’Africa del Nord… E non finisce qui. Ma credo che questo elenco parziale sia già molto eloquente.

Manca l’Europa, come dicevo prima. Perché qui da noi non è certo riconosciuta la sovranità femminile, ma domina incontrastato il patriarcato. Proprio incontrastato, però, non direi: è stato già dichiarato morto! E non solo dalle donne di Via Dogana, qualche anno fa, nel loro Sottosopra rosso; ma da molte donne e anche da uomini che scelgono consapevolmente di sottrargli il proprio consenso.

La venuta in Italia di Heide Abendroth è ogni volta l’occasione per incontrarsi, non solo con lei, ma anche tra loro, tra noi, per salutare con gioia le facce nuove e per consolidare la nostra adesione a principi e valori che non solo ci attraggono, ma ci convincono e ci stimolano a piccole pratiche quotidiane di secessione dalle catene – poco dorate, in verità – del pensiero unico imperante.

Esattamente questo è accaduto la sera del 15 ottobre scorso, alla Villa 5 di Collegno. Heide ci ha raccontato e illustrato i principi e i valori di queste società matriarcali di pace, che al termine di ogni capitolo del libro riassume sotto il titolo “Per comprendere la struttura delle società matrircali”. E, dopo una breve cenetta sfiziosa e frugale, si è prestata volentieri al dialogo con le mille domande delle 30 donne e dei 4 uomini presenti. Dopo aver soddisfatto le curiosità principali sulla vita e sull’organizzazione di quelle società, il tema che si è installato al centro del confronto è stato: come possiamo introdurre quei valori e quei principi nella nostra società patriarcale-capitalistica-eccetera?

La cosa principale e indispensabile – ha sostenuto Heide, con il consenso delle altre donne – è far crescere la solidarietà fra le donne, che le porti a riconoscersi reciprocamente autorità e competenze d’amore. Molti uomini ne coglieranno la convenienza anche per sé e la trasformazione della società patriarcale-eccetera non sarà più un’utopia ideologica. Questa solidarietà fra donne può crescere e consolidarsi se donne si mettono alla guida – con gli uomini disponibili – di ogni iniziativa di economia dal basso e di democrazia partecipata e diretta, come gli orti solidali, i GAS, il cohousing… Ognuna delle donne presenti aveva un’esperienza da raccontare.

Giustamente una giovane donna ha sostenuto con enfasi: “Ho bisogno che non siano sempre solo le donne a cominciare; ci vuole partnership: anche gli uomini comincino a fare atti eroici!”. Atti eroici: ha detto proprio così; a noi uomini che abbiamo seminato eroi in ogni angolo della terra e in ogni epoca… Eppure sembra proprio eroico il coraggio che ci vuole per rinunciare ai dividendi del patriarcato e per trovare in noi, ciascuno in sé, la disponibilità ad ascoltare con attenzione queste donne e a riflettere, mettendo a confronto la vita infelice che il capitalismo patriarcale ci impone e la serenità consapevole di uomini che vivono onorando le madri.

Questo è stato il messaggio finale e principale di Heide: che le madri vengano onorate e che gli uomini abbiano comprensione per i bisogni delle donne.

Sono tornato a casa con un pensiero felice nel cuore: proprio due sere prima un mio amico del GAS di Pinerolo mi ha detto “Beppe, mi piacerebbe organizzare un incontro pubblico per presentare e parlare del libro Matriarché”. Urrah, Paolo! Non ne vedo l’ora.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Matriarché raccoglie riflessioni e testimonianze di donne e uomini che operano nei diversi campi che compongono il mosaico delle buone pratiche di impronta matriarcale. E’ curato da Francesca Colombini e Monica Di Bernardo; è edito da Exorma ed è stato stampato raccogliendo il denaro necessario tra chi prenotava la propria copia anticipandone il prezzo di copertina. Quante cose si possono fare, se solo abbiamo il coraggio di mettere naso e piedi fuori dai confini castranti della cultura patriarcale!

P.S. – Un’efficace sintesi delle ricerche e del pensiero di Heide Göttner-Abendroth è contenuta nell’intervista che le ha fatto Alessandra Pigliaru su Il Manifesto dello stesso 15 ottobre.

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